Visualizzazione post con etichetta Articoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Articoli. Mostra tutti i post

lunedì 19 ottobre 2009

Siamo sicuri che questa legge sul testamento biologico sia buona?

Secolo d'Italia 18 ottobre

Siamo sicuri che questa legge sul testamento biologico sia buona, serva cioè a tutelare la vita come nell'intenzione del legislatore?

Capisco l'interesse che la faccenda del testamento biologico suscita. Credo però che sia un'attenzione tutta politica e ideologica, anch'essa simbolo dello stato dei rapporti – della guerra- tra poteri dello stato, scattata questa volta a causa dell'entrata a gamba tesa da parte della magistratura con la sentenza "Englaro". Ma è uno di quei casi di battaglie in cuui piccole e agguerrite avanguardie di opinione fortemente motivate, i fautori delle "decisioni anticipate", riescono a conquistare il palcoscenico della comunicazione grazie ad un'attenzione mediatica a causa della forza dello scandalo. Scandalo che ha portato a rompere il tabù, a decidere da parte della magistratura della vita e della morte di una persona senza rendersi conto della corsa a rotta di collo verso il rafforzamento della prigione in cui rinchiudere i cittadini, dell'aumento dell'invadenza dello stato nelle sfere più intime della persona, senza rendersi conto entrare in una zona dove deve vigere il silenzio, il sussurro, la pietà, non le grida sguaiate e il tifo da stadio. Sono stato direttore della sezione fiorentina della Lega per la Lotta contro i Tumori, consulente per anni di un'associazione impegnata nelle cure di fine vita e di un centro di prevenzione oncolologica e, purtroppo, la mia famiglia è stata duramente compita da questa malattia. L'esperienza, la letteratura scientifica, le storie di vita, mi fanno dire che la paura della morte è la paura di morire in solitudine e soffrendo! E allora il primo compito della collettività è di intervenire nel fine vita, come ha fatto giustamente il governo rendendo le cure palliative un diritto dei cittadini, ma non rompere la sacralità di una barriera.

Ora per riparare al disastro compiuto dai giudici, si chiede che il parlamento legiferi sul fine vita; l'argomento addotto dai sostenitori è forte, se la legge deve entrare in questo ambito, che siano allora gli eletti a decidere al posto di organi irresponsabili, meglio i responsabili davanti ai cittadini che un magistrato qualsiasi. Ma così facendo si passerebbe dall'errore di stato al disastro di stato!

Ogni persona è, prima di tutto, un essere sociale: la sua vita appartiene a sé, alla famiglia, agli amici, alle comunità in cui vive, anche allo stato quando chiede di prender le armi per difendere la patria. La vita di ognuno scorre tra la vita e la morte in un flusso di fatti, eventi e decisioni rispetto a questi momenti fondanti pieno di contraddizioni, incoerenze; decisioni prese, anche nel silenzio della propria coscienza, assieme agli altri familiari, amici, medici, assistenti, per chi crede, sacerdoti e adesso terapeutici vari. Non si vive in un vuoto di significati! Esiste una tradizione, un buon senso a cui rifarsi sempre. E' vero che sono, a quanto pare, messe in discussione e non sono più certe, ma il compito del legislatore è rafforzare questo patrimonio, non affossarlo definitivamente. Chiunque persona ragionevole sia passata per tragedie simili, arriva a sapere cosa deve fare. Quello che vogliono i partigiani del testamento biologico è proprio l'eliminazione della decisione, della responsabilità, anche della colpa ritenuta il male minore.

Rispetto della vita, rispetto delle volontà della persona non sono principi in contraddizione. E'solo un esercizio teorico della filosofia analitica discernere i casi uno ad uno, incrociando tutte le variabili, speculazione che poco ha a che fare con la realtà. La decisione su dove si trovi il limite, sulla valutazione dell'inutilità del dolore rispetto ad una vita degna di essere vissuta, su dove sia insomma la soglia della vita non può essere stabilito per legge. Se una legge ha da essere, mi sembra che ribadire due principi - rispetto della vita, no alla eutanasia, no al dolore inutile e quindi no all'accanimento terapeutico – sarebbe molto meglio che un elenco di tecniche ammesse o proibite.

Se esiste una zona dove né la scienza né lo stato hanno diritto di dire qualcosa, è il passaggio tra la vita e la morte. E' poco credibile l'idea che ci sia una legge che stabilisce cosa sia e cosa non sia "accanimento terapeutico" e quali strumenti possano essere usati e quali no, perché cambia la tecnica, cambiano le condizioni oggettive e soggettive, cambia la mentalità. Il risultato dovrebbe essere una legge che dovrebbe essere rivista ogni poco, con il rischio di affidare queste leggi a volontà politiche del momento.

Ora mi sembra quindi che questa proposta di legge cada in una profonda contraddizione. O non si legifera sulla vita e sulla morte – soluzione ottimale. O si legifera, ma lasciando nel vago della indeterminazione biologico antropologica il passaggio dai due momenti – soluzione di compromesso politico accettabile, vista la nostra splendida magistratura. O si legifera ma si lascia all'individuo decidere a quali cure si vuole sottoporre – soluzione che mi trova assolutamente contrario a cui conduce la logica del testamento biologico. Oppure, ecco la quarta possibilità – quella scelta dal legislatore italiano - la strada peggiore, irta di contraddizioni, che condurrà ad una miriade di ricorsi, perché su questo terreno si scontrano tra loro principi diversi ugualmente forti quali autodeterminazione, dovere della cura, volontà del legislatore;qui, invece, la volontà del cittadino, rispetto ad alcuni atti come l'idratazione, non conterebbe praticamente nulla. Non solo, scegliendo la via giuridica così precisa, si rompe il tabù del rapporto legge positiva-vita: d'ora in poi la definizione di cosa sia una vita dignitosa, la "vita buona", è in mano a maggioranze parlamentari! Bestiale.

Capisco che nel momento, davanti all'invadenza della magistratura, che è andata a inventarsi una presunta precedente volontà della paziente, davanti alla scelta tutta politica del padre di Eluana Englaro dettata dalla decisione, per me incomprensibile, di dare pubblicità e, quindi cercare lo scandalo, alla morte della figlia, si sia scelta la strada del Parlamento secondo il principio, "meglio la volontà dei rappresentanti dei cittadini, che quella dei magistrati".

L'idea di "testamento biologico" appartiene ad una cultura strampalata – post moderna?- che unisce e centrifuga individualismo assoluto di stampo illuministico positivista con una idolatria statalista totalitaria, come se lo stato fosse un ente superiore che può più dell'individuo, perché tutto vede e capisce (idea totalitaria, peregrina e ridicola; in democrazia, stato vuol dire solo affidarsi ai voleri della maggioranza).

La cultura sottostante è il risultato di forze che il processo di secolarizzazione ha liberato dalle catene. Il mito dell'autodeterminazione dell'individuo che crede di poter far tutto e su tutto decidere, la medicalizzazione della vita da parte di una medicina ridotta a tecnica, l'invadenza dello stato che penetra in tutti i pori della vita privata, al di là della volontà del legislatore. E la contraddizione è evidente: tanto più l'individuo si crede libero da vincoli sociali, tanto più si getta in mano di decisori esterni e impersonali: tecnica e Leviatano. L'abolizione, per legge e scienza, della responsabilità individuale.

Un commento sull’Afghanistan

Ragionpolitica 14 ottobre

Torno di nuovo sulla guerra in Afghanistan a costo di essere noioso e ripetitivo, ma mi sembra che in Italia non si riesca a cogliere il nocciolo del problema e si rimanga bloccati ad una impostazione ideologica e moralisticheggiante molto pericolosa, perché non politica e quindi non fornisce ai cittadini gli strumenti teorici, i concetti per afferrare la realtà bellica in quell'area.

Cardine fondamentale affinchè una strategia di contro insorgenza abbia successo è rappresentato dall'esistenza di un governo centrale che riscuota il consenso, per lo meno, della minoranza attiva della popolazione e la neutralità della maggioranza. La legittimità, a sua volta, è conseguenza della capacità delle istituzioni e dell'amministrazione di fornire servizi e sicurezza ai suoi cittadini.

Questa è la sfida che l'amministrazione americana si trova davanti e dove, fino ad oggi, il governo di Karzai ha fallito o per meno ha riscosso poco successo. Al di là della discussione su quale strategia, se quella globale di MCCrystal o azioni di antiterrorismo proposta da Biden, possa funzionare sul campo, il vero nodo da sciogliere è proprio questo. Ha senso mandare altre truppe se poi il governo afghano non esiste? E fino a quando? I talebani sono nostri nemici, ma prima di tutto sono nemici del popolo afghano: gli eserciti NATO sono sul campo per aiutare le forze locali, dalla polizia alle forze armate, ma da soli poco potranno.

Da queste elezioni deve uscire un governo legittimato dal voto popolare in grado di varare le riforme sociali necessarie, un programma di pacificazione nazionale, in primo luogo con i pashtun, e un'azione di lotta contro i trafficanti di oppio e le varie mafie, fonti di reddito infinito per i terroristi di ogni risma. Solo così gli americani e i loro alleati potranno dare un aiuto reale a quel martoriato popolo.

A costo di essere ripetitivi, il rischio di un ulteriore coinvolgimento in Afghanistan è rappresentato proprio dalla debolezza, parzialità e incapacità dello stato centrale, formato da funzionari per lo più corrotti, di funzionare.

A questa obiezioni, i fautori, tra cui chi scrive, della lotta ad oltranza ai talebani devono rispondere.

In caso contrario, in un lungo articolo sul New York Times David Kilcullen, uno dei più ascoltati strateghi ascoltati sia da Petraeus che da MCCrystal, sostiene che "gli Stati Uniti dovrebbero 'afghanizzare' la guerra, ritirare i soldati e prepararsi all'inevitabile disastro che avverrà quando il governo di Kabul,in assenza di una volontà di riforme cadrà, meritatamente e inevitabilmente, nelle mani dei Talebani."

Questa è una guerra politica che si vince non contando i chilometri quadrati di territorio controllato, non il numero dei terroristi uccisi, ma conquistando l'anima e il cervello della gente.
Sempre nello stesso articolo ricordava Merrill McPeak, , capo di stato maggiore dell'aviazione americana
dal 1990 al 1994, "questa è una guerra post moderna, non una tradizionale caratterizzata dallo scontro di forze meccanizzate di stati industriali… In questo tipo di guerre, il nemico ha poco da perdere, nessun territorio da difendere, pochi importanti obiettivi a rischio, forse anche nessuna vita che valga le pena di essere vissuta… Nelle guerre del primo tipo, il successo era rappresentato da un processo misurabile sulla distruzione di importanti beni. Le guerre post moderne sono molto più complicate, essenzialmente inquantificabile è la vittoria".

C'è da notare allora che un incremento del numero dei soldati sul suolo afghano sarà visto da alcune frange della popolazione come un segno ulteriore della volontà degli Sati Uniti di colonizzare il paese. Uno dei metri possibili per giudicare l'andamento della guerra è infatti rappresentato dal numero di attacchi suicidi, schizzati da 9 nel 2005 a 60 nei primi sei mesi di quest'anno.

"Vincere" non significa adesso distruggere fortificazioni, assaltare roccaforti e trincee. Nelle guerre di popolo, la vittoria arriva solo se l'obiettivo è possibile e se riscuote il consenso politico di vari attori, dalle tribù ai clan e ai partiti locali, dalle potenze straniere all'opinione pubblica mondiale.

L'andamento della guerra, come nel caso del Vietnam, è misurato sul supporto che il conflitto riscuote nei paesi occidentali: il nostro centro di gravità non sta in Afghanistan, non è militare o logistico, ma risiede nella tenuta dell'opinione pubblica occidentale.

Bisogna essere estremamente franchi. La guerra dal suo inizio ha cambiato obiettivo. Nata per sconfiggere al Qaida, si è trasformata in un appoggio ad una parte nella guerra civile afghana, a cui la maggioranza dei contingenti NATO partecipa a parole o in modo insufficiente. Il compito che adesso ci troviamo davanti è ben diverso da quello iniziale: se decidiamo di restare, dobbiamo sostenere un impegno ben più gravoso di quanto fatto fino ad adesso.

giovedì 15 ottobre 2009

Due libri sull’Afghanistan che fanno discutere la Casa Bianca


 

L'Occidentale, 13 ottobre.

Da quando, più di un mese fa, il rapporto del generale MC Crystal, il comandante in capo delle truppe della coalizione in Afghanistan, è sul tavolo del Presidente Obama, due strategie si stanno confrontando pubblicamente in ogni sede possibile, dalle riunioni riservate del governo agli studi televisivi. Guerra di contro insorgenza, più uomini sul territorio, garantire la sicurezza delle popolazioni o invece limitarsi a combattere Al Qaida con interventi mirati? Pubblicità del dibattito e durata della decisione del nuovo Nobel per la pace ci sembrano eccessive visto che permettono perfino ai talebani di intervenire nella discussione. Come altrimenti vanno infatti lette le azioni militari e i comunicati dei vari gruppi che si stanno succedendo in questi giorni?

Premesso che i talebani siano così generosi da concedere il tempo necessario affinchè venga presa una decisione razionale,questa pubblica discussione sull'arte militare ha però il pregio di far riflettere politici e cittadini di contro insorgenza, di guerre asimmetriche, post moderne e quant'altro in una sorta di corso accelerato di strategia.

E' inevitabile allora che il campione di confronto, il metro con cui misurare l'esperienza attuale non possa altro che essere il Vietnam, la sconfitta storica degli Stati Uniti, cicatrice ancora fresca a più di trenta anni dalla sua fine.

Anche in questo caso, quasi le due stesse ipotesi strategiche si scontrano. I fautori dell'impiego limitato, la Casa Bianca, contro i militari iscritti al partito del maggior impegno sul territorio. A sostegno della prima tesi, "Lessons in Disaster" di Gordon M. Goldstein, contro "A Better War" di Lewis Sorley. Se il primo è fresco di stampa, il secondo è del 1999, ma attuale rimane la lezione e infatti nelle librerie intorno al Congresso i due testi sono introvabili, andati letteralmente a ruba in questi giorni di decisioni.

Goldstein sostiene alcuni punti in modo estremamente chiaro, ma limita la sua analisi della guerra vietnamita fino all'esperienza fino a quando avvenne l'offensiva del Tet nel 1968 che segnò la fine del comando del generale William Childs Westmoreland. Arrivato nella penisola indocinese nel 1964, dette inizio ad un escalation di truppe incredibile passando da 16.000 uomini presenti a ben 543.000 nel 1969! Tutta la sua strategia fu contrassegnata dalla famigerata azione di "search and destroy" per niente attenta né ai bisogni della popolazione civile, né ai cosi detti "danni collaterali" fino a utilizzare il bombardamento aereo in stile Seconda guerra mondiale sul Vietnam del Nord e l'uso delle bombe al napalm. Le truppe americane non solo non riuscirono a prevalere su quelle vietnamite, ma finirono così per essere additate come nemiche da una parte consistente della propria popolazione.

Il punto per cui il libro di Goldstein è portato avanti come una Bibbia dagli avversari di McCrystal sta nella convinzione che un semplice aumento di truppe serva solo a impelagare sempre di più gli americani in Afghanistan, rendendo difficile ogni controllo della situazione, perché assente ogni definizione accettabile e misurabile di vittoria. In pratica a MCCrystal-Westmoreland mancherebbe una visione complessiva del "problema" e quindi sarebbe meglio concentrarsi sull'obiettivo iniziale del conflitto: la caccia e sconfitta di Al Qaida.

Al contrario i sostenitori di un maggior impegno di truppe in Afghanistan si basano sulle pagine di Sorely. L'analisi di Goldstein è parziale, si ferma al primo periodo della guerra, un po' come se la storia della Seconda guerra mondiale si fermasse al primo biennio del conflitto prima dello sbarco in Normandia e della battaglia di Stalingrado. Non solo, non è possibile non considerare che il confronto tra le due situaizoni non tiene conto di una differenza fondamentale. Mentre in Vietnam l'escalation serviva a sostenere sempre la stessa guerra d'attrito, nel caso dell'Afghanistan le truppe sarebbero impegnate secondo una strategia innovativa rispetto a quella attuale.

Ma "Lessons in Disaster" ha un difetto storico preciso. Non prende in considerazione, ecco l'argomento forte di Sorely, il mutamento nella condotta della guerra apportato dal comandante che prese il posto di Westmoralend, Creighton Abrams. Egli, assieme al nuovo staff diplomatico, elaborò una nuova strategia chiamata "clear and hold" tutta centrata sul soddisfacimento delle esigenze della popolazione sia in termini di sicurezza che sul piano socio economico. E così fu. Grazie al programma Phoenix fu lanciata la riforma della terra cosicchè ben 400.000 contadini divennero piccoli proprietari, furono organizzati i gruppi di autodifesa popolare per rispondere alle infiltrazioni dei vietcong si arrivò ad un miglior coordinamento tra esercito e governo civile, tra americani e alleati sud vietnamiti; tutte azioni che videro i marines all'avanguardia nell'impiego dei nuovi concetti strategici.

Ma i successi militari arrivarono tardi, troppo tardi a far cambiare idea a governanti che non avevano nessuna intenzione di contrastare una pubblica opinione ormai stanca.

sabato 10 ottobre 2009

Jurgen Habermas. Un pensiero oltre i limiti illumiunisti

Secolo d'Italia 10 ottobre 2009


 

Jurgen Habermas è uno dei rari filosofiche che unisce la riflessione teorica ad una passione civile ben riflessa e tematizzata nella stessa elaborazione. Nei suo testi, dal celebre "Storia e critica dell'opinione pubblica" del 1962, l'autore ha sviluppato una teoria della società a partire dalle aporie della filosofia dell'idealismo tedesco, da Kant a Hegel finendo per confrontarsi in seguito con gli apici del pensiero contemporaneo. Anche in questa rapsodica raccolta di saggi "Dall'impressione sensibile all'espressione filosofica. Saggi filosofici" (Ed. Laterza, 2009, pagg.113, € 15), scritti in occasioni diverse e per pubblici altrettanto diversi, il francofortese offre molto di più che un assaggio del suo metodo che tutto è meno che debole e, d'altra parte, vi erano fin dall'inizio del suo percorso le condizioni perché non cadesse nelle banalità del post moderno o nelle perle del relativismo decostruzionista.

Il filosofo in Italia è arrivato ad una fama che ha sorpassato il recinto degli addetti ai lavori attraverso una serie di occasioni diverse. Con la felice sintesi "patriottismo costituzionale" è riuscito a cogliere la novità delle nazioni in un epoca di globalizzazione, dato che la società contemporanea è pluralistica e "i confini della comunità sono aperti a tutti" al contrario della nazione novecentesca tutta basata su di un' appartenenza civile fatta di "sangue e suolo": "una convinta adesione ai principi universalistici della Costituzione è la base per una vita civile condivisa a prescindere da provenienza". Solo un atteggiamento inclusivo diretto ad universalismo permette uno sviluppo degli stati nazionali costruiti nella versione attuale a partire dall'Ottocento e l'Europa ha il compito storico di indicare la strada a causa del suo passato.

L'altro celebre passaggio pubblico che lo ha reso celebre è stato il dibattito nel 2004 con l'allora Cardinale Ratzinger, "Ragione e fede in dialogo" (Marsilio). L'ultimo discepolo della Scuola di Francoforte afferma che il rapporto tra fede e Stato può essere descritto riprendendo il teorema, come è stato definito, di Ernst Wolfang Boeckenfoerde, uno dei più autorevoli giuspubblicisti tedeschi, secondo cui «lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che esso, da solo, non può garantire» (passaggio ripreso anche dal cardinale Scola in un intervento del 2006 e ripubblicato nel volume "La società plurale. Temi per una nuova laicità in Italia"). Le condizioni normative dello Stato democratico sono per Habermas sia cognitive che motivazionali-comportamentali. Le «virtù politiche» dei cittadini democratici si esercitano secondo principi universali nel dialogo che nella democrazia assume immediatamente un carattere legale, ma la solidarietà e la partecipazione sono una risorsa scarsa che non può essere imposta per legge. L'integrazione sociale non si esaurisce nel voto democratico, ma si svolge con due modalità diverse: da una parte nell'elaborazione continua di temi e contenuti che vanno a formare l'opinione pubblica, che su di essi deve poi esprimersi; dall'altro lato, permette il funzionamento dei meccanismi stessi dell'azione sociale. In poche parole, se la società moderna fosse solo basata sull'individualismo, sulla concezione dei diritti assoluti dell'individuo, non sarebbe in grado di funzionare. La religione, la tradizione, forniscono sia argomenti che comportamenti senza cui verrebbero meno i nessi sociali; per questi motivi il dialogo tra Stato e religione è particolarmente fertile, perché nei fondamenti del pensiero religioso cristiano, e nei comportamenti che esso ispira, risiedono potenziali sia argomentativi sia d'azione che il pensiero legalista-positivista non possiede. Un pensiero laicista estremizzato conduce infatti ad un individualismo che distrugge qualsiasi base comunitaria, seppur dialogica, e una legge che scambiasse la legittimità con la legalità avrebbe vita breve. In poche parole, il pensiero relativista individualista cade in una contraddizione insanabile: il suo nihilismo è distruttivo per la società, non è condannabile solo per una aggettivazione morale. La democrazia, la società che di cui è istituzione, è fragile perchè ha nel suo proprio codice genetico un elemento autodistruttivo: la volontà di autoaffermazione dell'io che si può trasformare in dittatura dell'io e che se trionfasse rappresenterebbe immediatamente la fine di qualsiasi idea di società. Durkheim, ad esempio, l'aveva ben capito, quando sosteneva che l'integrazione sociale nelle società organiche si articolava attraverso nessi profondi che andavano dai sentimenti, alle emozioni, ai riti, alla parola. Tutti meccanismi che le società moderne, o post post-moderne, lasciano alla gestione individuale e/o cognitiva, ma il livello cognitivo da solo non può bastare a far marciare i contenuti morali e non si hanno riti individuali.

Memore della lotta contro il positivismo e la società della tecnica condotta dalla scuola di Francoforte, Habermas è attento, a differenza di tanti nostri liberali ex comunisti, ai rischi di «una modernizzazione aberrante della società...(con) la trasformazione dei cittadini di società liberali benestanti e pacifiche in monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo» (Habermas, op. cit., pag. 51).

Come si è solo accennato, non è possibile pensare l'oggetto "società", in tutte le sue forme storiche, se non si dispone di una adeguata teoria della conoscenza; in questo, il nostro è erede della migliore tradizione marxista, dell'Adorno di "Dialettica Negativa" che, pur sbagliando molto nelle analisi sociologiche, seppe coniugare riflessione teorica e osservazione del contemporaneo. Habermas ha continuato quella tradizione, liberandosi ben presto della zavorra del comunismo grazie ad un percorso originale che lo ha portato a dialogare, a fare i conti con i maggiori pensatori del Novecento in una girandola impressionante di nomi in tutte le declinazioni delle scienze dello spirito, per usare una formulazione di Dilthey. L'intersoggettività, l'interazione, il linguaggio sono stati gli elementi centrali, le categorie fondanti, che hanno segnato l'addio al marxismo; in "Lavoro e interazione" del 1968 utilizza Hegel contro Marx accusato di ridurre la storia al confronto tra uomo e materia, uomo e natura, riducendo le forze produttive a solo "lavoro" mentre Hegel aveva ben visto, pur tematizzandole con categorie esclusivamente idealistiche, l'importanza antropologica del legame sociale, l'interazione appunto.

Anche in questa ultima raccolta il leit motiv è rappresentato sempre dalla costituzione dell' uomo che si da in relazione con gli altri entro e mediante il linguaggio, nell'orizzonte di senso. A partire dal primo saggio -"L'energia liberatrice della figurazione simbolica. L'eredità umanistica di Ernst Cassirer e la Biblioteca Warburg" - Habermas disegna la costellazione della teoria. Fu il celebre collezionista e storico d'arte "ebreo di sangue, amburghese di cuore, d'anima fiorentino", come ebbe a definirsi con cristalline parole, a fornire le basi da cui sarebbe partito Ernst Cassirer. Ad Amburgo nell'enorme libreria di Warburg, "collezioni di problemi" la definisce Habermas, che raccoglieva testi a cavallo tra molte discipline, dalla storia dell'arte, all'antropologia, alla storia delle religioni, Cassirer, agli inizi dell'altro secolo, potè concepire il proprio percorso intellettuale. Per Warburg infatti lo studio delle "sfumature dei trapassi da periodo a periodo in quella storia della cultura che era la sua passione…; e la trasmissione dell'eredità classica furono il pernio delle sue ricerche. Un particolare del costume osservato in un disegno, la ricorrenza di un motivo ornamentale, uno svolazzo di veste, una chioma fluttuante, una piega ovale, un ex voto di cera, un coperchio di scatola effigiante un'impresa d'amore, tutte queste cose che gli uomini di alta statura e di grandi gesti non curano, l'omino piccino le accarezzava con le sue mani amorose di collezionista; ma i suoi occhi vedevano lontano e profondo" – notò con acume già nel 1933 il nostro Praz in un articolo sulla rivista Pan. E' infatti dallo studio della "permanenza delle forme", delle "costanti della memoria occidentale" che prende avvio la teoria di Cassirer sull'evoluzione delle forme simboliche, il cui mondo "si estende dalla rappresentazione figurata all'espressione verbale, al sapere orientante, che a sua volta guida la prassi".

Come non notare l'unitarietà del mondo simbolico che permette ai diversi saperi specialistici, pur nella loro specificità, di comunicare tra loro? Conoscenze che a loro volta si erano determinate dal rapporto instaurato dal soggetto dalla prassi, attraverso il linguaggio e l'interesse, nei confronti dell'oggetto nella natura esterna. Ma questa operazione doveva condurre ad un superamento della distanza tra soggetto e oggetto, scoglio su cui tutta la filosofia occidentale aveva sbattuto e non risolto se si esclude lo strattagemma marxiano dell'assolutizzazione del lavoro e della prassi. "Che i contati con il mondo tramite gli stimoli sensoriali siano simbolicamente preparati a qualcosa di concreto è un fatto costitutivo dell'esistenza umana e al contempo rappresenta il tratto fondamentale di un'umana presenza" (Habermas).

Tramite la mediazione simbolica, ripresa da Habermas in tutti i suoi lavori dalla fine degli anni settanta in poi, si spezza il rapporto immediato della vita animale con il mondo, e i dati sensibili si possono trasformare in esperienza, vita su cui riflettere, storia sedimentata. L'arte, il linguaggio, il mito, la religione, la conoscenza scientifica, tutto il sapere coopera a "questo processo di distanziamento spirituale". Allora il sapere tradizionale non sarà più, come vorrebbero i nostri laici di professione, qualcosa di residuale, ma una forma simbolica di conoscenza capace di trascendere anche lo specifico ambito di vita della fede, tesi ribadita già nel dibattito con Benedetto XVI.

mercoledì 7 ottobre 2009

Situazione dello stato afghano

'We're at a point in Afghanistan right now in our overall campaign," the U.S. general says, "where increasingly security can best be delivered by the extension of good governance, justice, economic reconstruction." Afghan security forces "fight side by side with us" more and more frequently, he adds, and American troops are working hard to develop the Afghan security forces. Coalition forces are focusing on securing the population, because "the key terrain is the human terrain."

This all sounds like Gen. Stanley McChrystal's proposed strategy for victory. But those words were spoken in May 2006 by Lt. Gen. Karl Eikenberry, then the top U.S. military commander in Afghanistan.

http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703298004574454810540018326.html


 

mercoledì 1 luglio 2009

Lavori in corso

Cari amici,
non so perchè ma qualcosa non funziona nel blog, così non mi riesce più "incollare" i vari articoli: manca "Appunti internazionali" n°9 del 27 giugno pubblicato sull'Occidentale (lo trovate sul sito) e anche un articolo uscito sul "Secolo d'Italia", recensione agli atti del convegno "La Pira, don Milani, padre Balducci" a cura di Pietro De Marco, edizioni Magna Carta

venerdì 29 maggio 2009

Israele e l'Iran

A guardare il puzzle delle crisi concentriche medio orientali e asiatiche – conflitto israelo-palestinese con la propaggine Libano-siriana, situazione del Golfo Persico e stato di guerra e rischio di dissolvenza delle istituzioni in Afpak – nasce la convinzione che si capisce poco della situazione se, nell’analisi di fenomeni complessi come questi, non si tengono a mente tre livelli su cui si svolge il discorso politico. Il piano della propaganda diretta sia verso l’opinione pubblica interna che quella mondiale (a sua volta composta da vari target: i palestinesi, gli altri stati arabi, gli alleati, i nemici sionisti e cristiani con interessi) comunque volta a nascondere i veri intenti; il livello delle percezioni con cui gli attori interpretano la realtà, e quindi gli stessi dati di fatto che stanno sotto. Essendo un gioco strategico formato di aspettative reciproche – della serie: “io mi aspetto che tu ti aspetti” – e data una determinata mossa di un soggetto, l’altro, per dare una risposta razionale, per prima cosa deve decidere su quale piano avvenga l’azione. Il gioco è complicato, specchi, inganni, urla e incontri segreti formano una ragnatela difficile da sciogliere, nebbia che tutto avvolge.
Ma non si capisce niente di Israele se non vediamo gli effetti che le parole di Ahmanidejad provocano su di una platea ebrea che ha passato l’Olocausto. E’ scritto nella nascita di Israele, nelle sue fondamenta che la Shoà non dovrà mai ripetersi, è il patto genetico e fondante, la ragion d’essere della stessa nazione israeliana che tutti i leader politici chiamati a governare devono assolutamente rispettare. Non possiamo stupirci delle reazioni dei governanti di un popolo scampato dalle camere a gas riguardo alle minacce di sterminio provenienti dai negazionisti che abitano a Theran. Qualcuno ha parlato a questo proposito di una speciale sindrome assolutamente pessimistica che affliggerebbe il popolo israeliano dopo la seconda guerra e che suona presso a poco così “se qualcosa può andar peggio, sicuramente ci va”. A questo sentimento nazionale diffuso si deve la scelta politica di dotarsi della bomba atomica negli anni sessanta; David Ben Gurion sempre ritornava nei suoi colloqui sulla necessità di prevenire di nuovo l’accadere di una simile tragedia. Si deve certo a questo contesto la scelta di bombardare il reattore nucleare iracheno a Osirak nel 1981. Israele nella sua totalità (in recenti sondaggi, dal 66 all’88% degli israeliani reputano un simile comportamento possibile) crede perciò che un Iran nucleare sia anche votato ad un comportamento irrazionale e costituisca una minaccia esistenziale alla sua stessa vita. A conferma si rifletta sulle parole (2001) del Presidente Alii Rafsanjani: “se un giorno, il mondo islamico sarà dotato con armi simili a quelle che Israele possiede ora, allora la strategia imperialista subirà un arresto, perchè l’uso anche di una sola bomba nucleare contro Israele distruggerà ogni cosa. Comunque non danneggerà il mondo islamico. Non è irrazionale contemplare una tale eventualità.”
Contro una simile minaccia, Israele crede che la semplice deterrenza o interventi indiretti, come le sanzioni economiche, non possano funzionare perché supportata da una ideologia fanatica: il caso degli attentatori suicidi, dei bambini mandati a morire sui campi minati iracheni per aprire la strada ai carri è lì a dimostrarlo. Se questo non bastasse, se la storia e la memoria non sono sufficienti a fondare scelte strategiche, si può aggiungere la geografia: uno stato di pochi milioni di abitanti chiuso in una piccola striscia verso il mare che nessun territorio può perdere pena la sua stessa esistenza.

Israele e la proposta Obama

Leonardo Tirabassi, 19 maggio 2009, Il domenicale

Nell’ultimo discorso nella terra di David, Papa Ratzinger ha messo l’accento su argomenti politici centrali per raggiungere la pace nella crisi medio orientale per eccellenza. Benedetto, quasi sull’aereo che lo avrebbe riportato a Roma, ha indicato in modo netto anche la strada. “Che la two-State solution divenga realtà e non rimanga un sogno”; una soluzione che finalmente sia in grado di confermare “il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti ad Israele” e riconosca “che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente, sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente”.
Le chiare parole del Pontefice vanno ad aggiungersi, rafforzandole, a quelle di Obama che della soluzione del nodo medio orientale ha fatto una sua prerogativa in politica estera con una visione, comunque la si voglia giudicare, complessiva che tiene unite le singole crisi in un unico disegno. Anche Tony Blair, rappresentante del Quartetto –Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite- aveva affermato in modo forte e netto la stessa soluzione in una audizione davanti alla commissione esteri del Senato americano il 18 maggio scorso, in preparazione della visita di Netanyau a Obama . “Non vi è nessuna altra iniziativa che possa funzionare oltre la soluzione dei due stati. Politica, geografia e demografia, tutto va in quella direzione”.
Nessuno mette in discussione questa alternativa e sul banco dei cattivi rimane solo Israele con le durezze del suo capo del governo. Allora è importante capire le possibilità diverse da quella dei “due stati” e i motivi addotti, se non altro per avere un quadro completo della situazione; elementi di analisi che ci possono offrire qualche spunto in più per comprendere il naufragio del processo di pace iniziato a Oslo nel 1993, in un'altro secolo quindi con Arafat in vita e Al Qaida che era una parola che non diceva niente a nessuno. “Terra in cambio di pace,” era l’altra parola d’ordine, architrave di ogni possibilità di accordo, questa era la strada delineata. Aveva funzionato con l’Egitto, Sadat a Gerusalemme e il Sinai restituito il 26 marzo del 1979. La speranza è che lo stesso meccanismo funzionasse con i palestinesi, ma così non è stato fino ad arrivare alla politica israeliana dei ritiri unilaterali. Per capire Nethanyau, bisogna tener presente che ad opporsi alla soluzione dei “due popoli, due stati” vi fu in prima fila Arafat, l’intransigenza dell’ OLP con il sogno di un unico stato palestinese, la non volontà di riconoscere veramente il diritto ad esistere d’Israele, tutti fattori che fecero naufragare, nella dirittura d’arrivo, il processo di pace iniziato ad Oslo.
Ora la situazione rimane sempre più difficile con dinamiche nuove, in primo luogo, che si aggiungono ai vecchi problemi. Innanzitutto la delusione israeliana seguita a quel fallimento e poi la questione demografica, vera e propria bomba. In Israele vivono 5,4 milioni di ebrei e 1,3 milioni di arabi a cui vanno aggiunti 3-3,8 milioni (non si sa con certezza) di arabi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. In capo ad un decennio tra il Giordano e il Mediterraneo ci saranno più arabi che ebrei: il geografo Arnon Sofer sostiene che nel 2020 la popolazione raggiungerà i 15,5 milioni di individui, con 15,5 milioni di ebrei e 8,8 milioni di arabi. Il tasso di nascita arabo palestinese è uno dei più alti del mondo, più del 3 per cento l’anno con punte del 5 per cento tra le popolazioni beduine che vivono nel sud di Israele, contro l’1,5 per cento di quello israeliano. Se Israele vuole rimanere uno stato ebraico e democratico, ecco la prima tesi alternativa dello storico Tony Judt (“Israel. The Alternative”, The New Review of Books, 23 ottobre 2003), l’unica soluzione è la creazione di un “singolo stato binazionale integrato di ebrei e arabi, israeliani e palestinesi”, fatto “sempre più probabile…e esito…desiderabile”. Quindi si avrebbe uno stato a maggioranza araba con una minoranza ebraica, ipotesi già presa in esame dalla commissione Peel nel 1937.
Tesi falsamente realista. L’obiezione è presto detta: lo stato unico non sarebbe composto da due popolazioni con uguali diritti, ma da una maggioranza araba che prenderebbe ben presto il sopravvento, cosicché la minoranza ebrea inizierebbe ad emigrare e si difenderebbe tenacemente, innestando, di nuovo, un ciclo di violenze inenarrabile. In pratica, non si capisce perché Israele dovrebbe accettare una soluzione suicida.
Un’altra ipotesi parte da tre considerazioni incontestabili. La soluzione della spartizione è impraticabile per ragioni economiche e geografiche: come può un unico stato palestinese essere formato da due entità separate da un altro stato? Come può la micro entità di Gaza stare unita alla Cisgiordania? Per non parlare delle difficoltà economiche e infatti simili esperimenti, si ricordi il Pakistan e la secessione del Bangladesh, sono naufragati miseramente. L’altra considerazione, altrettanto forte, è di natura politica. Innanzitutto, i palestinesi sono divisi in due fazioni nemiche giurate, l’Autorità Palestinese e Hamas, che hanno obiettivi e governano territori diversi. Con chi possono essere portati avanti le trattative? E avrebbe senso politico condurre i colloqui con l’AP, ma non con gli estremisti filo iraniani di Hamas che sognano la distruzione dell’entità sionista? In terzo luogo, come afferma il politologo di Tel Aviv Efraim Inbar (in “The Rise and Demise of Two State Paradigm”, Orbis 2009), fino ad oggi i palestinesi si sono dimostrati incapaci di esprimere una dirigenza in grado di governare con responsabilità il proprio popolo. La corruzione è alle stelle; né a Gaza, né in Cisgiordania vi è qualcosa di simile al monopolio della violenza da parte delle entità statali: clan, milizie, delinquenza organizzata esercitano a vario titolo il loro potere. La democrazia, lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze sono parole vuote, retoriche, osteggiate apertamente (è sufficiente guardare alla condizione dei cristiani in quelle zone). La fornitura di servizi essenziali alla popolazione, nonostante i miliardi di euro e dollari versati ogni anno nelle casse – sarebbe meglio dire: nelle tasche -dei vari governanti palestinesi, è ridotta al lumicino. Niente quindi rende credibile la proposta dei due stati.
Riamane sul campo un’altra soluzione, far sì che i paesi arabi si facciano carico del problema palestinese, che si arrivi ad una federazione tra territori palestinesi e stati confinanti: Egitto, a cui apparteneva la striscia di Gaza, e Giordania, dove i palestinesi costituiscono il 70 per cento della popolazione e in cui vivono 800.000 profughi.
Nel frattempo, in attesa di qualsiasi soluzione di pace, Israele prende tempo, gestisce senza speranza la crisi, ricostruisce il suo potenziale di deterrenza, come dimostra l’azione nel dicembre del 2008 a Gaza.

Articolo Domenicale sabato 23 maggio

Leonardo Tirabassi, 19 maggio 2009, “Israel e la proposta Two state solution”.

Nell’ultimo discorso nella terra di David, Papa Ratzinger ha messo l’accento su argomenti politici centrali per raggiungere la pace nella crisi medio orientale per eccellenza. Benedetto, quasi sull’aereo che lo avrebbe riportato a Roma, ha indicato in modo netto anche la strada. “Che la two-State solution divenga realtà e non rimanga un sogno”; una soluzione che finalmente sia in grado di confermare “il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti ad Israele” e riconosca “che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente, sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente”.
Le chiare parole del Pontefice vanno ad aggiungersi, rafforzandole, a quelle di Obama che della soluzione del nodo medio orientale ha fatto una sua prerogativa in politica estera con una visione, comunque la si voglia giudicare, complessiva che tiene unite le singole crisi in un unico disegno. Anche Tony Blair, rappresentante del Quartetto –Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite- aveva affermato in modo forte e netto la stessa soluzione in una audizione davanti alla commissione esteri del Senato americano il 18 maggio scorso, in preparazione della visita di Netanyau a Obama . “Non vi è nessuna altra iniziativa che possa funzionare oltre la soluzione dei due stati. Politica, geografia e demografia, tutto va in quella direzione”.
Nessuno mette in discussione questa alternativa e sul banco dei cattivi rimane solo Israele con le durezze del suo capo del governo. Allora è importante capire le possibilità diverse da quella dei “due stati” e i motivi addotti, se non altro per avere un quadro completo della situazione; elementi di analisi che ci possono offrire qualche spunto in più per comprendere il naufragio del processo di pace iniziato a Oslo nel 1993, in un'altro secolo quindi con Arafat in vita e Al Qaida che era una parola che non diceva niente a nessuno. “Terra in cambio di pace,” era l’altra parola d’ordine, architrave di ogni possibilità di accordo, questa era la strada delineata. Aveva funzionato con l’Egitto, Sadat a Gerusalemme e il Sinai restituito il 26 marzo del 1979. La speranza è che lo stesso meccanismo funzionasse con i palestinesi, ma così non è stato fino ad arrivare alla politica israeliana dei ritiri unilaterali. Per capire Nethanyau, bisogna tener presente che ad opporsi alla soluzione dei “due popoli, due stati” vi fu in prima fila Arafat, l’intransigenza dell’ OLP con il sogno di un unico stato palestinese, la non volontà di riconoscere veramente il diritto ad esistere d’Israele, tutti fattori che fecero naufragare, nella dirittura d’arrivo, il processo di pace iniziato ad Oslo.
Ora la situazione rimane sempre più difficile con dinamiche nuove, in primo luogo, che si aggiungono ai vecchi problemi. Innanzitutto la delusione israeliana seguita a quel fallimento e poi la questione demografica, vera e propria bomba. In Israele vivono 5,4 milioni di ebrei e 1,3 milioni di arabi a cui vanno aggiunti 3-3,8 milioni (non si sa con certezza) di arabi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. In capo ad un decennio tra il Giordano e il Mediterraneo ci saranno più arabi che ebrei: il geografo Arnon Sofer sostiene che nel 2020 la popolazione raggiungerà i 15,5 milioni di individui, con 15,5 milioni di ebrei e 8,8 milioni di arabi. Il tasso di nascita arabo palestinese è uno dei più alti del mondo, più del 3 per cento l’anno con punte del 5 per cento tra le popolazioni beduine che vivono nel sud di Israele, contro l’1,5 per cento di quello israeliano. Se Israele vuole rimanere uno stato ebraico e democratico, ecco la prima tesi alternativa dello storico Tony Judt (“Israel. The Alternative”, The New Review of Books, 23 ottobre 2003), l’unica soluzione è la creazione di un “singolo stato binazionale integrato di ebrei e arabi, israeliani e palestinesi”, fatto “sempre più probabile…e esito…desiderabile”. Quindi si avrebbe uno stato a maggioranza araba con una minoranza ebraica, ipotesi già presa in esame dalla commissione Peel nel 1937.
Tesi falsamente realista. L’obiezione è presto detta: lo stato unico non sarebbe composto da due popolazioni con uguali diritti, ma da una maggioranza araba che prenderebbe ben presto il sopravvento, cosicché la minoranza ebrea inizierebbe ad emigrare e si difenderebbe tenacemente, innestando, di nuovo, un ciclo di violenze inenarrabile. In pratica, non si capisce perché Israele dovrebbe accettare una soluzione suicida.
Un’altra ipotesi parte da tre considerazioni incontestabili. La soluzione della spartizione è impraticabile per ragioni economiche e geografiche: come può un unico stato palestinese essere formato da due entità separate da un altro stato? Come può la micro entità di Gaza stare unita alla Cisgiordania? Per non parlare delle difficoltà economiche e infatti simili esperimenti, si ricordi il Pakistan e la secessione del Bangladesh, sono naufragati miseramente. L’altra considerazione, altrettanto forte, è di natura politica. Innanzitutto, i palestinesi sono divisi in due fazioni nemiche giurate, l’Autorità Palestinese e Hamas, che hanno obiettivi e governano territori diversi. Con chi possono essere portati avanti le trattative? E avrebbe senso politico condurre i colloqui con l’AP, ma non con gli estremisti filo iraniani di Hamas che sognano la distruzione dell’entità sionista? In terzo luogo, come afferma il politologo di Tel Aviv Efraim Inbar (in “The Rise and Demise of Two State Paradigm”, Orbis 2009), fino ad oggi i palestinesi si sono dimostrati incapaci di esprimere una dirigenza in grado di governare con responsabilità il proprio popolo. La corruzione è alle stelle; né a Gaza, né in Cisgiordania vi è qualcosa di simile al monopolio della violenza da parte delle entità statali: clan, milizie, delinquenza organizzata esercitano a vario titolo il loro potere. La democrazia, lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze sono parole vuote, retoriche, osteggiate apertamente (è sufficiente guardare alla condizione dei cristiani in quelle zone). La fornitura di servizi essenziali alla popolazione, nonostante i miliardi di euro e dollari versati ogni anno nelle casse – sarebbe meglio dire: nelle tasche -dei vari governanti palestinesi, è ridotta al lumicino. Niente quindi rende credibile la proposta dei due stati.
Riamane sul campo un’altra soluzione, far sì che i paesi arabi si facciano carico del problema palestinese, che si arrivi ad una federazione tra territori palestinesi e stati confinanti: Egitto, a cui apparteneva la striscia di Gaza, e Giordania, dove i palestinesi costituiscono il 70 per cento della popolazione e in cui vivono 800.000 profughi.
Nel frattempo, in attesa di qualsiasi soluzione di pace, Israele prende tempo, gestisce senza speranza la crisi, ricostruisce il suo potenziale di deterrenza, come dimostra l’azione nel dicembre del 2008 a Gaza.

lunedì 11 maggio 2009

Kilcullen e il Pakistan

Articolo su Ragionpolitica venerdì 8 maggio


Il 23 aprile scorso, l’esperto di contro insorgenza internazionale, il consulente di Petraeus nonché autore del libro appena pubblicato “The Accidental Guerrilla. Fighting Small Wars in the Midst of a Big One” è stato ascoltato dal Comitato statunitense per le Forze Armate a proposito della situazione in Pakistan. Il quadro che ne ha dato è stato desolante e, se consideriamo anche il deteriorarsi della situazione in Iraq, lo stallo nella crisi israelo palestinese e la corsa verso il nucleare dell’Iran, possiamo dedurne che la situazione in Medio Oriente offre pochi barlumi di speranza. L’ex ufficiale australiano, attraverso una semplice operazione di confronto, ha solo constatato quello che spesso si dimentica: da una parte i soldi dei contribuenti americani spesi per quel paese, dall’altra i risultati.
Dal 2001, gli Stati Uniti hanno finanziato attività in Pakistan per 10 miliardi di dollari, di cui tra gli 80 ed i 120 milioni al mese per sostenere le operazioni dell’esercito in Afghanistan.
Nell’altra colonna, Kilcullen ha elencato la durezza della realtà dei fatti. Nel 2004, dopo una fallita offensiva nel Waziristan, le autorità pakistane hanno concordato un accordo con i talebani a cui hanno ceduto ufficialmente il controllo di parte della stessa valle, seguito da un altro cedimento nel 2006 che ha permesso un offensiva nemica nello stesso inverno che si è protratta in quello successivo e, per finire, l’accordo del 2009 che ha permesso il governo di intere regioni da parte dei talebani. Nelle zone invece sotto controllo, per così dire, del potere legittimo si è assistito ad un aumento degli attentati suicidi in tutto il paese; al rilancio della sharia anche al di fuori dell’area tribale; nel dicembre 2007, all’assassinio di Benazir Bhutto; al supporto esplicito di alcuni settori dei servizi segreti (ISI) ai guerriglieri talebani; nel 2008, ecco le bombe al prestigioso hotel Mariott a Islamabad, segno della precarietà del potere centrale, e l’azione terroristica a Mumbai in India ad opera di un gruppo addestrato e finanziato dall’ISI; alla chiusura delle vie di comunicazione ai convogli che rifornivano le truppe NATO in Afghanistan a causa della distruzione di centinaia di veicoli; all’uccisione di centinaia di funzionari civili e militari che si sono rifiutati di avallare l’operato dei gruppi mussulmani estremisti; agli incidenti tra le guardie di confine pakistane e le truppe NATO; alla ripresa di movimenti di insorgenza in Baluchistan; alla scoperta, ma non alla distruzione, di cellule talebane nelle maggiori città; agli attacchi alla popolazione scita, secondo il copione già messo in atto da Al Qaida in Iraq; all’aumento di infiltrazione di guerriglieri stranieri in Pakistan, specialmente dal Punjab.
Questi elementi, ho citato solo i più evidenti della testimonianza, mostrano senza ombra di dubbio il disfacimento dello stato pakistano e la sua corsa verso la classificazione di “stato fallito” dato il moltiplicarsi di centri di potere armato ostili ad Islamabad. I fatti più preoccupanti, al limite della guerra civile, però risiedono nell’aperta rivolta dei servizi e di settori delle forze armate al governo centrale che, assieme al manifestarsi della crescente forza dei talebani e affini, conduce verso il caos. Ma il Pakistan non è la Somalia: l’arma nucleare e la situazione geografica tra India, Afghanistan e Iran, rendono impossibile la politica dello struzzo. E allora che fare?
Ecco la conclusione dura del consulente di Petraeus. Innanzitutto riconoscere la realtà: accanto ad una maggioranza di establishment e di popolazione sicuramente contro vecchi e nuovi talebani, fondamentalisti e signorotti della guerra tribali, vi è sicuramente una forte minoranza, ma maggioranza in alcuni settori come le guardi di frontiera e i servizi segreti, cha sta al fianco degli insorgenti. Quindi, visto che gli Stati Uniti non possono abbandonare il paese al proprio destino, la prima necessità è costruire una polizia e dei servizi che siano fedeli alla causa e la seconda priorità è rappresentata dal rafforzamento delle istituzioni civili. Ecco il pesante compito – sì di contro insorgenza, ma sarebbe più corretto a questo punto dire di soluzione geopolitica - che ricade tutto sulle spalle degli americani in un’opera che sta assomigliando più alla tela di Penelope che ad un’azione risolutiva.
Leonardo Tirabassi

lunedì 4 maggio 2009

"Ancora sulle guerre moderne"

Articolo pubblicato su Il Domenicale, sabato 1 maggio, 2009


"L’11 settembre ha costretto l’opinione pubblica mondiale a confrontarsi con una guerra inaspettata e crudele, terribile nella sua novità. Chi aveva sperato nella forza di persuasione dell’unipolarismo americano ha dovuto ricredersi e velocemente: il guazzabuglio della storia ha avuto il sopravvento e non poteva essere altrimenti.
Nuove sfide hanno bisogno, però, di strumenti concettuali adeguati che sappiano cogliere la diversità, perchè, ripetendo la lezione del Prussiano, ogni epoca ha il suo tipo di guerra.
E’ vero, c’erano stati segnali premonitori, tracce di cambiamento, basti pensare, per fare un esempio, alla strage compiuta già nel lontano 1983 con un’autobomba alle basi americana e francese in Libano dai nascenti Hezbollah. E infatti si era tornati a parlare di nuove vecchie guerre con le potenze occidentali impegnate a combattere lontano da casa contro opponenti non sempre ben definiti, con o senza divisa. E, piano piano, strateghi, generali, internazionalisti hanno provato a illuminare l’incubo.
Ecco affacciarsi concetti come “guerre identitarie”, discettare di “asimmetria di forza” tra i contendenti, di “guerre tra la popolazione”, di “stati falliti” e “terrorismo globale”, di “guerre senza limiti” e “senza fine”, di “scontro di civiltà”, di effetti perversi della globalizzazione, quali la frammentazione degli stati nazionali e la nascita di sentimenti di rivalsa e contraccolpi antimodernisti. Qualcuno, come il celebre stratega israeliano Van Creveld (The Transformation of Wa,r del 1991, ben prima quindi dell’attentato alle Torri gemelle) aveva indirizzato il suo occhio attento sulla fine del paradigma dominante dello stato nazione e delle conseguenze che un mondo post Westfalia apportava necessariamente alla guerra, ma le burocrazie sono lente ad adattarsi alle novità.
La speranza, e la soluzione, per l’unico attore in grado di affrontare i nuovi conflitti, era sempre riposta nella straordinaria e impressionante forza derivante da una supremazia tecnica senza pari. Ecco quindi le net war, la celebre “Revolution in Military Affairs” (RAM), l’informatizzazione delle forze armate verso un super esercito. Illusione (positivista?) di dissipare una volta per tutte la “nebbia della guerra”, basata interamente su di una premessa teorica nascosta, molto americana, del primato della tecnica; come se massimizzando l’efficienza si potesse fare a meno del fattore umano! Visione peraltro coronata da alcuni successi significativi. La seconda guerra del Golfo, la fine del regime di Milosevic, la stessa presa di Kabul da parte afgana con l’aiuto delle forze speciali e dell’aviazione americana con la ormai celebre metafora del berretto verde a cavallo con pc e telefono satellitare, figura retorica speculare: anche i nemici fanno parte dello stesso mondo (non a caso uno dei migliori libri sulla guerra in Afghanistan si intitola ”Koran, Kalashnikov, and Laptop : The Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan” di Antonio Giustozzi).
C’erano stati, sì, aggiornamenti importanti nella dottrina ufficiale, si vedano ad esempio il National Defense Strategy (2005) e la Quadriennal Defense Review (2006) in cui si riconosceva il fatto della natura delle future sfide che richiedevano la battere strade alternative alla scoperta di nuove soluzioni. Ma la dottrina ufficiale non aveva subito variazioni. Donald Rumsfeld, lo aveva spiegato bene in un articolo su Foreign Affairs del 2002 da titolo eloquente, “Transformig the Military”. Il Pentagono rimaneva saldamente avvinghiato all’ ”american way of war” aggiornata alle nuove tecnologie, alla preferenza dello scontro con forze convenzionali, magari nella pianura di Fulda. Il resto dei conflitti, appunto, era sempre visto come altro.
Con questo bagaglio dottrinale, la superpotenza si è imbarcata nella guerra afgana e nella terza guerra del Golfo e purtroppo la realtà si è dimostrata di una consistenza diversa dai desideri. Se il cambiamento di pensiero strategico a livello di teatro, ormai avvenuto, lo si deve al generale Petraeus e ai suoi consiglieri, il passaggio, ancora non completato, ad un nuovo paradigma in grado di cogliere la realtà dei nuovi conflitti in generale non ha un padre unico, è frutto di più voci (una delle prime è quella di Erin M. Simpson, “Thinking about Modern Conflict: Hybrid Wars, Strategy, and War Aims” paper, April, 2005, citata anche da David Kilcullen nel suo ultimo libro) anche se la sistematizzazione migliore si deve a Frank G. Hoffman, ex ufficiale superiore e ricercatore presso il Potomac Institute for Policy Studies, serbatoio di cervelli per il corpo dei marines, con base ad Arlington in Virginia. In uno studio del dicembre 2007, “Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid War”, il colonnello sostiene un fatto eclatante. Fino ad oggi gli Stati Uniti hanno affrontato i conflitti secondo una classificazione precisa basata sull’analisi di molteplici sfide - convenzionali, irregolari, catastrofiche - da affrontare con differenti approcci. Ma il presente non è così semplice e lineare. In primo luogo, il contesto in cui gli attori si muovono è un mondo globalizzato con tutto quello che significa (circolazione di merci, persone, denaro e informazioni, diffusione della tecnologia e disponibilità senza limiti dei nuovi media; tutti fattori che avvicinano e unificano, in una stessa cornice, fenomeni prima tra loro distanti e indipendenti). In secondo luogo, lo sfidante della super potenza è disposto ad utilizzare qualsiasi mezzo pur di aggirare, e neutralizzare, la forza impari degli Stati Uniti; in terzo luogo, si assiste ad una lotta senza quartiere per la conquista dell’opinione pubblica mondiale, scontro che ha lo stesso rilievo del conflitto armato. Un altro cambiamento fondamentale è rappresentato dal differente utilizzo della violenza: oggi la guerra spesso è usata non per sconfiggere in modo definitivo e totale l’avversario, ma per cambiare i rapporti di forza. E’ perciò lo stesso campo di battaglia a non avere più confini precisi, ad allargarsi fuori misura; tra interventi diplomatici, battaglie di propaganda, operazioni di peace keeping, state building, da un lato, e guerra vera e propria, dall’altra, rimane certo una differenza profonda, ma tutte le operazioni adesso devono essere viste facenti parti di un unico contesto e unite nella stessa visione strategica. Con la conclusione amara: ai nuovi attori, per vincere il Golia americano è sufficiente non perdere, mentre alla potenza occidentale non basta solo sconfiggere militarmente il nemico, ma deve riuscire a trasformare la superiorità sul terreno in vittoria strategica, senza velleità di soluzioni definitive.
Per inquadrare questo stato di cose, il termine migliore coniato è quello di “guerre ibride”, così definite perché incorporano uno spettro di differenti modi di combattere, utilizzati contemporaneamente, includenti capacità convenzionali e formazioni irregolari, atti terroristici, compreso la violenza indiscriminata, la coercizione e anche l’uso della criminalità organizzata (ne è un esempio l’infiltrazione di Al Qaida tra i pirati somali). Lo scenario futuro insomma presenterà un’unica combinazione e sinergia di una varietà incredibile di mezzi e metodi, impiegati in modo deliberato, da parte di un avversario flessibile e sofisticato, per colpire i punti deboli delle società occidentali. Questo non significa il declino o addirittura la fine delle guerre convenzionali e tradizionali tra stati; già da adesso si vede la fusione delle differenti forme della guerra, in un misto di conflitti regolari e irregolari condotto da attori statali o non statali. Anche le armi utilizzate stanno subendo la stessa trasformazione – qui, bisogna riconoscerlo, Rumsfeld aveva capito bene - e sempre più i conflitti vedranno l’impiego contemporaneo di mezzi tecnologici sofisticati, armi tradizionali e pre moderne. A differenza della teoria della guerra rivoluzionaria teorizzata da Mao, che prevedeva un succedersi ordinato di stadi con l’impiego crescente di violenza organizzata, la nuova guerra è caratterizzata dalla fusione degli elementi e da azioni diverse in simultanea, rispondenti però ad una direzione strategica unica, non importa quanto lasca. Insomma, se l’argomento non fosse tragico, si potrebbe parlare di entrata del post moderno, del sincretismo new age nel mondo di Marte."

giovedì 23 aprile 2009

Alia Nardini. Paladini dei valori Universali

L'amica Alia Nardini mi ha inviato un commento ai fatti relativi all'uso della tortura a Guantanamo.

Secondo i memorandum resi pubblici nei giorni scorsi dalla Casa
Bianca, nel campo di prigionia di Guantànamo istituito nel 2002
dall’Amministrazione di George W. Bush fu raccomandata la violenza
corporale, nonché la necessità di causare “sconforto psicologico” nei
detenuti. L’annegamento simulato (waterboarding), le percosse
(schiaffi e walling), la privazione del sonno, la manipolazione
dietetica e le torture con acqua gelata ed insetti (seppur innocui) erano
ritenuti a tutti gli effetti leciti metodi di interrogatorio. Sebbene
contrarie alla Convenzione di Ginevra, queste pratiche venivano
giustificate dall’affermazione che i presunti terroristi non erano
prigionieri di guerra, ma “combattenti irregolari” ai quali la normativa internazionale sulla detenzione non era applicabile.
Rendendo pubblici i dettagli degli interrogatori dei presunti terroristi affiliati ad Al Qaeda, Barack Obama ha fatto indubbiamente la cosa giusta. Fin troppo si è speculato su quanto accadesse tra le mura della base americana a Cuba. Ora il mondo saprà per certo quali tecniche di interrogatorio la CIA -così come il Partito Repubblicano allora al governo- sostennero a Guantànamo, nel tentativo di carpire informazioni vitali ai prigionieri.
Ciò nonostante, in contemporanea alla diffusione dei memorandum, Barack Obama ha confermato l’immunità giudiziaria per i perpetratori delle torture, in particolar modo all’interno della CIA.
Questo lascia perplessi molti esponenti dello stesso Partito Democratico statunitense, sebbene alcuni vedano nelle parole del Presidente un disegno politico più ampio. Abolendo le torture, chiudendo le prigioni speciali e modificando gli attuali canoni che regolano interrogatorio e detenzione dei sospetti di terrorismo -pur senza punire retroattivamente i responsabili- il Presidente agirebbe depotenziando l’intera questione Guantànamo per ripartire con un colpo di spugna, forgiando una nuova immagine dell’America più attenta alle normative internazionali ed al giudizio
dell’opinione pubblica.
Tuttavia, gli americani non possono e non devono accettare un simile compromesso. Già ai tempi di Norimberga non venne considerato sufficiente ricorrere alla catena di comando per giustificare l’esecuzione di ordini ingiusti: la responsabilità diretta ed individuale di un’azione non viene ancellata dall’idea di aver semplicemente eseguito un ordine, poiché alle disposizioni ingiuste un oldato ha modo di disubbidire.
Se Barack Obama reputa che ciò che fu fatto a Guantánamo debba essere reso noto al mondo, è ecessario anche un iter processuale che traduca il diffuso biasimo morale per le azioni compiute in n catartico giudizio legale. Solo così gli Stati Uniti, che seguitano a ritenersi i paladini della
moralità e dei valori universali, riacquisteranno credibilità internazionale".

mercoledì 22 aprile 2009

"La questione Afghana e il nuovo grande Medio Oriente"

Articolo pubblicato su Ragionpolitica 22 aprile 2009

"Al di là della differente retorica e delle modalità diverse d’azione dalla amministrazione Bush, Obama non è certo un pacifista. Lo dimostra l’invio di nuove truppe in Afghanistan (17.000 uomini) e la richiesta, semi rifiutata, di compiere uno sforzo ulteriore ai pigri alleati della Nato. Il presidente americano coadiuvato dal generale Petraeus ha infatti deciso di cambiare strategia nelle operazioni in Afghanistan, dopo ben 8 anni di guerra. Prima che si arrivi a rubricare il conflitto afghano come una delle tante “guerre senza fine”, Obama ha scelto di impegnarsi cercando di stabilizzare i due paesi a rischio, uno dei quali, il Pakistan, detentore di armi nucleari. Ma la situazione non è semplice.
Davanti agli Stati Uniti stanno tre opzioni – secondo il professor Paul Rogers conoscitore a fondo della realtà asiatica ed esperto di relazioni internazionali all’univerisà di Bredford - tutte di non facile scelta. La prima sostiene che la guerra contro i Talebani, appoggiati da Al Qaida, non può essere vinta ma deve essere contenuta entro un rischio ragionevole. Quindi a Kabul devono rimanere un numero sufficiente di soldati (stime sostengono 60.000 uomini) per un numero indefinito di anni. La seconda opzione afferma che anch’ora la guerra può essere vinta, ma è necessario compiere un ulteriore sforzo militare raggiungendo la ragguardevole cifra di 100.000 soldati e impegnandosi a fondo nell’opera di ricostruzione del paese –fatto, incredibile a dirsi, che non è fino ad oggi avvenuto. La terza, la meno ortodossa, porta una tesi paradossale: sono gli eserciti occidentali la causa della cronicizzazione della guerra che non cesserà fino a quando essi rimarranno sul territorio afgano. Solo un loro ritiro ed una loro sostituzione con truppe di peace building dell’ONU provenienti da paesi mussulmani potrà porre una svolta al conflitto.
Quale scegliere? Come al solito la realtà offre una serie di dati a favore di ogni scelta. A vantaggio della prima ipotesi vi un dato incontrovertibile. Negli ultimi mesi sono aumentati gli attentati a Kabul e il Pakistan è stato raggiunto da un’ondata di violenza capeggiata dai talebani locali. Ma anche la seconda opzione ha frecce nel suo arco: non è forse vero che le truppe Nato e americane si trovano ad affrontare non più di 20000 insorgenti e per maggior parte nella zona meridionale del paese o a Kabul, a differenza dei sovietici che dovettero affrontare una resistenza diffusa e di massa? Si calcola che quella guerra causò la morte di circa un milione di persone, secondo l’analisi di Peter Bergen ("Graveyard Myths", International Herald Tribune, 30 marzo 2009).
Comunque sia, la situazione rimane irta di difficoltà e gli Stati Uniti devono affrontare una bruttissima crisi regionale. Cambiamenti epocali come la globalizzazione, regionali quali il risorgere del fondamentalismo islamico e la rivoluzione iraniana, crisi locali – si vedano ad esempio le guerre del Golfo, quelle afgane, la crisi israelo palestinese, le tensioni con l’Iran- si trovano per la prima volta uniti in una stessa unica grande cornice geografica che ha fatto saltare definitivamente le vecchie categorie di “Medio Oriente” , “Asia Centrale” e “Asia Meridionale”. I differenti conflitti, anche a causa della loro pervicacia, si sono inscatolati l’uno nell’altro rendendo la situazione un puzzle complicatissimo. Ne è un esempio il difficile e complicato rapporto tra Stati Uniti e Iran. Il regime degli Ayatollah è impegnato in un confronto-scontro su più fronti con gli Stati Uniti, che lo vede ora stare dalla parte degli Stati Uiniti, ora acerrimo nemico. Da una parte minaccia di distruzione Israele, costruisce l’atomica, arma e finanzia Hezbollah e Hamas; dall’altra, in Irak è ben contento della cacciata di Saddam e di veder al potere i suoi amici sciti, fatto fino a pochi anni fa inconcepibile. Ma gli iraniani furono anche ben contenti di vedere cacciati i Talebani, loro acerrimi nemici e così adesso la loro maggiore paura è che una eventuale ridimensionamento occidentale riporti al potere quel regime acerrimo nemico degli sciti e di quella minoranza nel paese; non solo: anche il confinante Pakistan nel caos, terra del fondamentalismo sunnita salafista e dotato di atomica, non è certo uno scenario allettante.
Quello che da lontanissimo sembra chiaro è che le differenti crisi ormai sono interconnesse, che una soluzione non potrà esservi se non sul piano regionale, che per ogni questione è necessario coinvolgere il maggior numero di partner e che anche l’unica e solitaria superpotenza da sola non può farcela ad affrontare in modo coerente e vittorioso più conflitti allo stesso tempo. Forse una soluzione sta nel porsi obiettivi più raggiungibili, vedendo nella garanzia di stabilità e sicurezza anche i suoi vantaggi, differenziando il piano di lungo periodo da quello di medio e breve e mischiando politiche di intervento con quelle di contenimento.
Le ricette non sono facili, ma anche Bush era più realista della sua retorica".

sabato 18 aprile 2009

"Israele, Hezbollah e Hamas: nuove strategie"

Articolo comparso sabato 18 aprile su L'Occidentale

Il 9 agosto 2006, Molly Moore, sul Washington Post, affermava: “(La seconda guerre Libanese, ndr.) sarà studiata in tutte le accademie militari del mondo come un nuovo tipo di guerra che richiede nuove e senza precedenti definizioni di come combattere e come vincere”.
Il conflitto tra Israele e le milizie paramilitari degli Hezbollah era cominciato il 12 luglio 2006 e doveva durare fino al 14 agosto, quando alle Nazioni Unite fu raggiunto un accordo per il cessate il fuoco.
Dopo trentatre giorni di duri combattimenti, costati ai militanti islamici un numero di uomini caduti tra i 500 e gli 800, e causato la morte di circa mille civili e 120 soldati ad Israele, Olmert e Peres avevano raggiunto un risultato insoddisfacente. Ogni loro aspettativa era andata delusa e gli obiettivi che si erano prefissi quando era iniziata l’offensiva - in risposta all’assalto ad una pattuglia israeliana che aveva provocato la morte di tre soldati, il ferimento di due e il rapimento di altri due militari – non erano stati raggiunti. Dei cinque dichiarati - distruggere il comando iraniano occidentale, restaurare la credibilità israeliana dopo il ritiro dal Libano del 2000, forzare il Libano a diventare uno stato responsabile capace di impedire le azioni di guerriglia che partivano dal suo territorio, indebolire fortemente il movimento Hezbollah e riportare i soldati sequestrati a casa – era stato raggiunto solamente, e in parte, l’azione di ridimensionamento delle milizie comandate da Nasrallah. Non certo però era stato incrinato il rapporto di questa organizzazione con la popolazione, anzi. Impegnandosi a fondo attraverso la distribuzione diretta di fondi, aiuti logistici e tecnici per la ricostruzione delle abitazioni distrutte dalle forze armate nemiche, si può tranquillamente affermare che Hezbollah è uscita più forte e radicata di prima del breve conflitto: agli occhi della popolazione del sud del Libano e di Beirut erano loro, come al solito, gli eroi in grado di resistere all’incomparabile forza dell’esercito israeliano colpevole di distruzioni senza senso.
Israele infatti aveva deciso un’escalation “opzionale” secondo le parole dello studioso di strategia Anthony H. Cordesman autore, con George Sullivan e William D. Sullivan, dell’importante libro “Lessons of the 2006 Israeli-Hezbollah War”. Il fatto è che nelle guerre non necessarie, cioè intraprese dagli stati non per difendere la propria esistenza, per garantire la sopravvivenza, non basta a dichiarare la vittoria: esse si giustificano solo dal successo, dal raggiungimento degli obiettivi a differenza delle guerre ingaggiate per legittima difesa e quindi necessarie. Al contrario, per Hezbollah la sola resistenza era sinonimo di vittoria come aveva ben capito Nasrallah quando in quei giorni affermò: “La vittoria di cui stiamo parlando è quando la resistenza continua”.
E’ una lezione amara che risiede nella storia delle guerre di questo tipo. Sono innumerevoli gli insegnamenti, ma in questo caso sembrano importanti per lo meno quattro punti. Il primo è stato detto ed ha al centro la differenza di significato della vittoria, la seconda è che il successo sul campo da parte dello stato invasore deve essere trasformato in vittoria strategica e quindi, per raggiungere questo risultato, la dimensione militare è insufficiente. L’ultimo punto ha mostrato che la fiducia nell’impiego della tecnologia, utilizzata per affrontare nemici convenzionali, può essere mal riposta nelle guerre asimmetriche, e condurre a cocenti delusioni sul piano politico in grado di annullare qualsiasi vantaggio militare.
La storia del conflitto è abbastanza semplice. Il leader di Hezbollah fin da subito aveva dichiarato che nessuna azione di guerra sarebbe servita a liberare i soldati rapiti perché la chiave della loro detenzione stava nel rilascio di quattro miliziani detenuti in prigioni israeliane. Ma Israele, sottoposta ad un lancio continuo di missili provenienti dal Libano meridionale, aveva optato, comprensibilmente, per una risposta dura che eliminasse in modo definitivo quella continua minaccia. Così era stata intrapresa un’escalation nell’intervento. Innanzitutto cercò di bloccare il lancio dei missili, poi bombardò l’aeroporto di Beirut, il 13 luglio seguì il blocco dei porti libanesi, il 14 luglio ecco il bombardamento dello stato maggiore Hezbollah, il 27 luglio vennero richiamate 30 mila riserve, il 1 agosto arrivò il turno degli attacchi con elicotteri 125 km all’interno del territorio libanese, nella valle della Bekaa, a cui Hezbloah rispose con il lancio di 200 missili, l’11 agosto si assistè al tentativo di ricacciare le milizie scite dietro il fiume Litani. A questo punto, dietro pressione internazionale per arrivare al cessate il fuoco, il 13 agosto fu raggiunta la tregua, poco dopo che era stato dato l’ordine di attacco a terra. Alla fine l’aviazione israeliana aveva compiuto 15.500 sortite, attaccando 7.000 obiettivi e l’esercito impiegato 100.000 carri e 30 mila soldati. Hezbollah, invece, lanciato qualcosa come quasi 4.000 missili nel territorio israeliano, dimostrando, per tutta la guerra, una capacità di colpire il nemico. Hezbollah era stata quindi capace di tenere testa ad uno dei migliori eserciti del mondo.
Lo scandalo all’interno di Israele, già durante la guerra, fu enorme e venne istituita una commissione di inchiesta affidata al giudice Winograd, da cui il nome della stessa, che accusò di insipienza politico militare sia la leadership politica che i vertici dell’esercito.
Prima di arrivare a esporre i limiti e gli errori, è bene sottolineare alcune peculiarità strutturali e costanti che riposano nella storia e geografia del paese che aiutano a comprendere meglio la condotta strategica. In primo luogo, Israele non può difendersi in profondità all’interno del proprio territorio a causa delle stesse dimensioni, quindi è ossessionato dalla difesa dei propri confini che può avvenire solo combattendo oltre gli stessi; in secondo luogo, a causa sia della sua storia sia del numero di abitanti, è estremamente sensibile alle perdite; infine, sempre per gli stessi motivi e per la tipologia peculiare del conflitto, Israele non può intraprendere azioni di “clear, hold and build”, perché queste richiedono l’impiego di troppo tempo, troppi uomini; queste operazioni, inoltre, hanno comunque sempre esposto lo stato israeliano a rappresaglie isostenibili, dimostrandone la vulnerabilità: a riprova di quanto appena detto, la guerra del Libano del 1980. Questi elementi restringono le possibilità d’azione di Gerusalemme che deve trovare una difficile e intelligente soluzione per bloccare un nemico sfuggente, ideologicamente motivato e, adesso, dotato anche di armi moderne, senza scadere nella impossibile barbarie.
La tentazione in questi casi è di trovare una scorciatoia, magari affidandosi alla tecnologia, errore in cui sono caduti spesso anche gli americani. Le debolezze maggiori riscontrate dai critici, infatti, furono le seguenti. Israele sperava di assestare un colpo chirurgico affidandosi all’aviazione, arma in cui detiene il dominio incontrastato, che in questo caso si rivelò inefficace e, una volta che i risultati cominciarono a mancare, anche gli obiettivi della stessa guerra diventarono più confusi. Il capo di Stato maggiore, il generale dell’aviazione Dan Halutz, non aveva ben capito la necessità di intraprendere una fase di operazioni terrestri fin dall’inizio con l’impiego della fanteria per ripulire la zona di confine dai gruppi di miliziani; quindi aveva sovrastimato le capacità dell’aviazione in una guerra asimmetrica. Ma i bombardamenti di Beirut erano stati un fallimento da un punto di vista politico mancando l’obiettivo di indurre il governo libanese, se non a disarmare Hezbollah, per lo meno a indurlo a prendere le distanze dal movimento scita, rivelando, di nuovo, nella dirigenza israeliana una scarsa comprensione della situazione libanese, dei rapporti complessi che intercorrono tra le forze politiche, le differenti confessioni e la Siria e l’Iran, in un intreccio confuso e non lineare. Anche l’intelligence israeliana era risultata al di sotto delle aspettative. Perché non era a conoscenza dei tipi di arma degli Hezbollah, delle sua capacità di combattimento, della sua organizzazione? Perché non aveva visto o aveva sottovalutato i trasferimenti di armi, il numero dei combattenti libanesi compresi quelli part time e il livello di addestramento?
La responsabilità più grande, però, è da imputare alla leadership del governo israeliano che mancò di preparazione militare, di non conoscenza del nemico e rivelò scarsa flessibilità e prontezza nell’adeguare le risposte alla realtà imprevista.
Anche questo conflitto ha dimostrato che la deterrenza è un fatto di percezioni che si basano in modo parziale sulla realtà e non sono date una volta per tutte, perchè evolvono con il tempo e le circostanze. E’ vero che Israele, anche se non ha vinto, ha dimostrato una forza di distruzione notevole, ma la speranza che essa potesse funzionare da deterrente contro il governo e la popolazione libanese si è rivelata falsa. Anzi, ha reso i libanesi ostili a Gerusalemme, come nota sempre Cordesman; infatti, l’uso della forza può essere percepito come eccessivo e ottenere l’effetto contrario da quello sperato, e fare innalzare la rabbia invece che la paura, finendo per funzionare da incentivo al reclutamento di nuovi volontari in sostituzione di quelli caduti. A chi hanno dato la colpa i libanesi dei danni subiti (1110 civili morti, 3700 feriti, 980.000 sfollati al massimo livello della guerra, da 2 a 6 miliardi di dollari di danni e 150.000 case distrutte)? Secondo l’indagine di un giornale francese riportato dall’analista americano, l’87 % della popolazione supportava i seguaci di Nasrallah contro Israele compresi i cattolici maroniti, anche se non erano d’accordo con la loro politica, né con il fatto che siano una milizia di parte armata.
Rimane la constatazione che è difficile capire come usare la deterrenza non contro stati, ma rivolta contro attori guidati da una ideologia fanatica ed estremista dove il realismo trova poco spazio. Quello che è certo è il fatto che l’uso della forza da sola non basta ad avere il sopravvento del nemico specialmente nelle nuove guerre ibride dove tutte le tattiche e tutte le armi sono impiegate simultaneamente. Né è sufficiente accusarlo di terrorismo e di non rispetto delle leggi di guerra, perché non porta uniformi, si nasconde tra la popolazione civile e, peggio, si fa scudo di donne e bambini. Se uno stato occidentale vuole avere credibilità su questo piano, deve riuscire ad agire di conseguenza, evitando di colpire i civili, dimostrando di farlo e smontando in tempo reale le falsità della propaganda avversaria. Queste infatti sono guerre politiche, dove la comunicazione, l’informazione, la propaganda sono uno strumento fondamentale per conquistare, o inimicarsi, un terzo attore potente, l’opinione pubblica internazionale, in grado di spostare il peso della bilancia. La soluzione risiede nella capacità di dare una risposta proporzionata e allo stesso tempo efficace. E’ un tema delicato e Israele deve stare attento. Se la comunità internazionale percepisce la sproporzione, come avvenne nel caso del Vietnam, è la fine. Israele deve evitare di cadere nella trappola di infrangere leggi internazionali o di interpretarle in modo ristretto, perché in questo modo non riesce ad impedire che il nemico privi loro delle capacità di combattere, togliendo la superiorità militare e l’iniziativa.
Nell’ultima guerra a Gaza, Israele ha imparato la lezione, disegnando una curva di apprendimento sorprendentemente breve. Hamas, a differenza dei cugini libanesi, è sempre stata percepita da Israele come una minaccia reale a causa del lancio continuo di missili su Sderot; questo ha fatto sì che il movimento palestinese fosse sempre monitorato con attenzione dai servizi e dalle forze speciali. Ma il dato più rilevante è stata la condotta di guerra; questa volta l’obiettivo era estremamente limitato e definito riassumibile nel voler ridurre le capacità di Hamas nell’infliggere danni ad Israele; fin dall’inizio inoltre, a differenza che in Libano, è stato previsto l’utilizzo di truppe di terra addestrate a combattere in ambiente urbano. Quindi un mix di intelligence, addestramento adeguato e strategie opportune ha reso possibile il risultato ottenuto: una tregua guerreggiata. Ancora non è la pace, ma in questo momento forse è il massimo a cui si può aspirare.

lunedì 6 aprile 2009

"N.B su Kilcullen"

Sono stato a sciare in Val d'Aosta, bella neve, nuvole basse e non c'era nessuno sulle piste! Così non ho aggiornato il blog. Ci sono due nuovi articoli che in reltà sono due versioni, una lunga su l'Occidentale, l'altra molto riassunta sul Domenicale, sul nuovo libro del consigliere australiano del generale Petraeus. E' un bel testo per capire che cosa è Al Qaeda, chi sono i Talebani, insomma tutto il mondo del nuovo terrorismo islamista (non voglio usare l'espressione islamico che considero neutrale) e come si combattono. Il paradosso è che Kilcullen era contarrio alla guerra in Iraq.
Purtroppo è in inglese, comunque spero di averne dato un riassunto fedele, anche perchè ho la sensazione che ancora in Italia pochi l'abbiano letto.

"Le tesi di David Kilcullen sul nuovo terrorismo"




Recensione a David Kilcullen, “The Accidental Guerrilla. Fighting Small Wars in the Midst of a Big One”, Oxford University press, New York 2009, 27,95$)

Per chiunque sia interessato a capire qualcosa sulla guerra in Iraq e Afghanistan, su AL Qaida e le nuove guerre, questo è il libro da leggere e studiare. E’ un testo composito che spazia dall’antropologia alla scienza militare, dalla politica internazionale alla sociologia, ma che, soprattutto, si basa sull’esperienza ventennale dell’autore in guerre asimmetriche essendo stato testimone di un numero incredibile di guerriglie, insorgenze e quant’altro, passando da Cipro, all’Indonesia a Timor, dall’ Afghanistan all’ Iraq. David Kilcullen è un ufficiale che ha studiato a fondo i testi del capitano francese David Galula sulla guerra di liberazione algerina, del colonnello Robert Thompson a proposito della lotta combattuta vittoriosamente dagli inglesi contro la rivolta comunista in Indonesia. E assomma un ‘altro vantaggio, altrettanto importante, non è americano, ma proviene da una scuola militare di influenza inglese, quella australiana, che basa la propria dottrina sulla flessibilità, è abituata a ricorrere a risorse infinitamente inferiori a quelle dell’esercito statunitense e vede nel pragmatismo la chiave di volta per risolvere le contro insorgenze. Curriculum che lo ha portato ad essere scelto come consigliere in capo dal generale Petraeus, ai tempi del comando delle truppe in Iraq all’epoca della surge, e dal Dipartimento di Stato.
Per risultare vincenti nelle guerre asimmetriche, Kilcullen propone un modello composto, prima di tutto, da un’analisi dell’ambiente, cioè del mondo contemporaneo; in secondo luogo, del nemico, che per ora definiremo genericamente “terrorismo islamico”; in ultimo, nella definizione dei mezzi specifici per confrontarsi con la sfida. Quattro sono gli elementi che compongono l’ambiente delle nuove guerre. (a) La reazione violenta alla globalizzazione, contraddistinta dalla circolazione mondiale di merci, informazioni e persone, che provoca fenomeni contrastanti, dal divario di ricchezza alla disponibilità per chiunque dei nuovi mezzi da essa creata. (b) Un insorgenza dalle caratteristiche globali come quella di Al Qaida i cui obiettivi e il campo d’azione sono da ricercarsi nel mondo intero. (c) Una guerra civile tra mondo islamico estremista e occidente, secondo la tesi rivista di Huntingon; (d) in ultimo, il modello di guerra asimmetrica che vede lo scontro tra la forza di attori statali, che agiscono secondo le regole internazionali, e attori non statali che si muovono con la regola di non rispettare senza nessuna regola.
Ci troviamo davanti ad una guerra di lunga durata, epocale, come la guerra dei Trent’anni o la Guerra fredda - afferma Kilcullen. Con Philip Bobbit, in “The Shield of Achille”, possiamo aggiungere che ogni conflitto di questo tipo, comporta uno scontro tra schieramenti opposti per affermare la propria legittimità e il “secolo breve” ne è una riprova. In questo caso, a sfidare la democrazia occidentale, non sono più due modelli totalitari nati in seno alla tradizione europea, ma la ricerca di imposizione del “nuovo califfato”.
Che tipo di guerra è? “Guerra di guerriglia nella sua variante mussulmana” che si compone, secondo gli strateghi americani, di due differenti componenti. La “big war”, “grande guerra” per indicare la guerra al terrorismo o “War on Terrorism”, e le“small wars”, “piccole guerre”. Termine di origine coloniale introdotto dal colonnello inglese C.E. Callwell che, nel libro omonimo del 1899, le definì come "campagne intraprese per sopprimere ribellioni e guerriglie…dove eserciti organizzati lottano contro nemici che si scontrano con loro non in campo aperto”. Recentemente questi conflitti sono stati definiti in molti altri termini dalla letteratura militare anglosassone: "non- traditional missions," "low-intensity conflict," o "military operations other than war", ma prima della seconda guerra mondiale erano state chiamati da Kipling con la suggestiva e veritiera espressione "the savage wars of peace" (da qui il titolo di un celebre libro di Max Boot del 2003). Oggigiorno si preferisce usare l’espressione “guerre asimmetriche”, introdotta per la prima volta dallo studioso Andrew Mack in un articolo del 1975 dal titolo inquietante: “Perché le grandi nazioni perdono le small wars: le politiche dei conflitti asimmetrici”. In questo caso il riferimento evidente era alla guerra del Vietnam, ma prima c’era stata tutta la disastrosa esperienza francese in Indovina e in Algeria, quella degli Inglesi a Cipro e così via, per tutta la fine degli imperi.
Se cerchiamo una periodizzazione, oggi siamo alla terza generazione di questo tipo di guerre: in una prima fase sono venute le guerre coloniali; dalla seconda guerra mondiale agli anni ottanta sono seguite le guerre post coloniali o di “liberazione nazionale” ed oggi l’occidente si trova a combattere questo nuovo fenomeno in evidenza dall’11 settembre 2001. Fenomeno complesso, composto da elementi diversi, terrorismo, insorgenze, guerriglia, con radici religiose, tribali, etniche e combattuto in modo particolare in un’area che va dal Medio Oriente, passa per il Caucaso fino ad arrivare a Giava, all’Indonesia, alle Filippine.
Fenomeno difficile da far rientrare sotto l’etichetta di “lotta al terrorismo”. Per due motivi: Al Qaida è solo una parte dei problemi che affliggono quell’area e inoltre essa non usa soltanto il terrorismo come arma, cioè l’uccisione sistematica di civili innocenti. Questo è un punto centrale, poco sottolineato, ma il terrorismo, nella sua bestialità, è un mezzo militare come un altro per colpire il nemico. Ma l’uso di esso ha un alto valore simbolico, crea panico, costringe i governi a decisioni immediate, restringe il campo delle scelte, in una parola acceca lo nazione colpita.
Quindi l’etichetta “terrorismo”, che viene utilizzata per coprire il vasto mondo di sigle che attraversa il mondo islamico da Hamas agli Hezbollah ai Talebani ad Al Qaida, è troppo stretta e imprecisa. L’utilizzo di un solo termine comporta poi una conseguenza drammatica sul piano strategico: moltiplica i nemici, regala allo sfidante centrale, Bin Laden, attori che in realtà sono qualche cosa d’altro dai terroristi internazionali con il risultato, per la potenza sfidata, di combattere guerre diverse con gli stessi metodi e di trovarsi coinvolti in più conflitti allo stesso tempo.
Kilcullen opera di precisione e inizia a compiere una serie di differenziazioni a partire da quella centrale tra fondamentalismo religioso islamico, che ha tutto il diritto di manifestarsi, e Al Qaida che definisce organizzazione formata “terroristi takfiri” cioè apostati, secondo la definizione datane nel Messaggio di Amman dai 500 ulema riuniti dal Re di Giordania nel 2005. Quindi i salafisti, ma forse anche i Fratelli Mussulmani, non possono essere considerati movimenti fiancheggiatori di Al Qaida anche se alcuni seguaci di Bin Laden provengono da quelle organizzazioni.
La seconda differenza compiuta dallo stratega australiano, è tra Al Qaida e i movimenti locali. Al Qaida è un’organizzazione terroristica globale, “una forma globale di insorgenza”, del terrorismo orientato internazionalmente. Utilizza tutti gli strumenti moderni che la globalizzazione ha reso disponibili e applica una “strategia transnazionale di guerriglia”. Ha una visione arabo-centrica; il suo fine è la ricostruzione del nuovo califfato, attraverso al conquista del potere, ove possibile, come in Afghnaistan o in Iraq, per inseguito lanciarsi alla conquista, prima dell’ummah abbattendo i regimi arabi “collaborazionisti”, e dopo passare alla conquista dell’occidente. Si considera avanguardia dell’ummah e vuole essere il primo promotore del risveglio delle coscienze mussulmane attraverso azioni esemplari come l’attentato dell’11 settembre; i suoi strumenti sono appunto la provocazione, l’intimidazione, l’infiltrazione e l’uso della disponibilità del tempo contro la fretta degli occidentali e, in special modo, degli americani. Il tempo nelle guerre asimmetriche è, infatti, un’ arma potente nelle armi dei movimenti rivoluzionari, come insegna Giap, ma la tolleranza politica degli elettori americani per guerre non percepite come necessarie è limitata. I governi americani lo hanno capito bene, a loro spese a partire dalla guerra del Vietnam, ma prima di loro lo avevano compreso i francesi in Algeria (Jeffrey Record, The Wrong War: Why We Lost in Vietnam, Annapolis, MD: Naval Institute Press, 1998) che, quando i soldati vanno alla guerra, inizia un conto alla rovescia.
Le guerre locali, le “small wars”, odierne sono opera di fondamentalisti mussulmani che si oppongono alla presenza occidentale vista come opera di potenze neo coloniali che vogliono imporre i loro valori e cultura. Spesso questo tipo di insorgenze sono concepite dai protagonisti come lotta di resistenza contro l’invasore straniero; è il caso, ad esempio, delle province pashtuni a cavallo tra Pakistan e Afghanistan dove gli occidentali compiono azioni per combattere Al Qaida ma dove si trovano anche i talebani e perciò le truppe occidentali si trovano a violare enclave autoctone e nazionaliste, o della Jema’ah Islamica in Indonesia. Questi movimenti sono ortodossi, tradizionalisti, xenofobi, tribali, magari mistici, vogliono uno stato islamico nel proprio paese, ma non hanno nessuna intenzione di lanciare una Jihad globale.
Kilcullen definisce questo tipo di guerre, “guerriglie accidentali”, perché i combattenti si oppongono agli americani, alla Nato in Afghanistan, alle Forze della Coalizione internazionale in Iraq, perché si trovano nel loro spazio, nel loro paese. I locali insomma lottano per difendere casa propria, combattono per mantenere la loro identità. “Entrambi i gruppi sono anti occidentali; entrambi usano il terrore, la sovversione, e l’insorgenza. Ma uno ha uno sguardo mondiale, sottilmente arabizzante, mentre l’altro è più locale, con una forte dose di anticolonialismo e si oppone allo sradicamento. all’impatto della modernità nella sua versione occidentalizzata, nella sua forma americanizzata” XXVII.
E’ però nell’ incubatore delle guerre locali che avviene la saldatura drammatica e innaturale tra i terroristi internazionali di Al Qaida e la resistenza locale. La globalizzazione infatti, tra i suoi effetti, ha anche quello di far aumentare le resistenze alla sua diffusione e crea un terreno fertile per i fondamentalismi antimoderni che lottano per la difesa della propria diversità. In questo contesto si innesta, quando questi movimenti per un motivo o l’altro diventano violenti, l’opera di infiltrazione dei seguaci di Bin Laden. Insomma se le potenze occidentali non stanno più che attente a come agiscono, il futuro da incubo che sembra disegnarsi è quello della diffusione di grappoli di guerriglie accidentali che raggiungono lo zenith grazie all’infiltrazione di Al Qaida.
Questi nuovi conflitti portano una differenza fondamentale da lotte della generazione passata. Mentre questi disponevano di risorse scarse, quelli attuali possono attingere a piene mani nel ricco armamentario della globalizzazione, perché agiscono nella post modernità. Se lo scontro è asimmetrico, perché oppone stati nazione contro attori non statali, quest’ultimi utilizzano anche una quantità di strumenti diversi: terrorismo e guerriglia, armi moderne e della prima guerra mondiale, strumenti tecnici post moderni e culture arcaiche, azioni deliberate nella loro offensività e gratuite e accidentali. Il consigliere americano qui utilizza il termine “guerre ibride”, entrato nella letteratura militare nel 2005 ad opera del professor Erin M. Simpson (“Thinking about Modern Conflict: Hybrid Wars, Strategy and War Aims”) e presente nel dibattito corrente dal 2006 dopo la guerra tra Israele e gli Hezbollah. Scoperta strategica tardiva: c’erano già arrivati, nel 1999, i colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui in un libro giustamente famoso “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione” (editrice La Goriziana) che esponeva due concetti fondamentali. Gli Stati Uniti si erano costruiti da soli una trappola: davanti al predominio assoluto delle forze militari americane, l’unica strada che rimaneva aperta a qualsiasi sfidante, o a chi si sentisse minacciato, era rappresentata dall’alternativa di utilizzare “il principio di addizione”, combinando cioè tutti i mezzi disponibili, da quelli informatici, alla diplomazia, alle guerre per procura, a strumenti economici politici di propaganda, al terrorismo al fine di coinvolgere gli USA, il “sistema dei sistemi”, in una guerra prolungata ed estenuante. La soluzione insomma per lo sfidante è quella di ingaggiare la super potenza in un conflitto senza regole “dove niente è proibito”.
Per rispondere a queste nuove sfide, è necessario prima di tutto costruire un nuovo quadro concettuale che sappia tenere assieme la lotta contro il terrorismo e la ricostruzione degli stati falliti, la contro insorgenza locale e quella globale, l’anti guerriglia e le strategie politiche di integrazione dei movimenti fondamentalisti. La prima osservazione a cui giunge Kilcullen è inquietante, soprattutto perchè detta dal teorico della vittoriosa surge in Iraq: l’occidente deve stare alla larga da questo tipo di conflitti perché richiedono un impegno enorme in anni, soldi, soldati e vite umane. E questa era l’idea di Petraeus che all’inizio delo conflitto aveva chiesto ai suoi superiori: “Ditemi come finirà questa guerra” e dell’ambasciatore Crocker che aveva criticato il piano d’invasione, accusato di creare una “perfetta tempesta”. Meglio allora puntare su soluzioni indirette e soft, metodo senz’altro più redditizio e possibile di modulazioni diverse, perché le guerre si sa come iniziano e mai come finiscono e in Iraq gli americani – afferma Kilcullen- non avevano previsto né la guerra civile causata da Al Qaida, né avevano ben realizzato il significato e le conseguenze nella regione della creazione del primo stato arabo scita.
Ma una volta in mezzo al guado, come in Iraq e in Afghanistan, le guerre devono essere vinte. Da queste premesse, discende la strategia per uscire fuori dal pantano delle “piccole guerre”; a dimostrazione l’applicazione datane dal Generale Petraeus in Iraq. Il nodo centrale per non soccombere è di rendersi conto che l’occidente ha davanti a sé due tipi diversi di nemici e di sfide e deve ammettere che se il terrorismo transnazionale ha scopi aggressivi, offensivi e in ultima istanza imperialisti, le insorgenze locali hanno obiettivi difensivi. Da qui discende il primo obiettivo strategico: è necessario operare una separazione tra le organizzazioni esterne – Al Qaida in primis – e i combattenti locali per mezzo di una azione coordinata politico-militare di disaggregazione, che tagli ogni rapporto tra i due tipi di combattenti, considerando i nemici i primi e possibili alleati i secondi attraverso il farsi carico della soluzione delle esigenze della popolazione, dal bisogno di veder garantita la propria sicurezza a quella di avere servizi funzionanti (luce, acqua, scuole, smaltimento rifiuti e così via). L’esercito, insomma, non può più agire con una visione ristretta puramente militare e i suoi sforzi devono essere coordinati con le autorità politiche e civili. Piuttosto che cercare di eliminare l’avversario in una visione nemico-centrica, è necessario controllare l’ambiente, renderlo sicuro unendo tutti gli strumenti disponibili in una visione centrata sulla popolazione: peace keeping, aiuti umanitari, azioni di forze speciali e quant’altro con il fine di rinforzare il potere locale mentre si ricostruiscono le istituzioni. Lo scopo strategico che le potenze occidentali devono ricercare è controllare la violenza invece di voler raggiungere, attraverso di essa come nelle guerre tradizionale, i propri fini politici. E questo è quello che è successo in Iraq con la strategia inaugurata dal generale Petraeus a cui è arrisa la fortuna di capitare in mezzo alla rivolta sunnita dei filo baathisti nel febbraio del 2007 e della tregua lanciata dal movimento scita capeggiato da Moqtada al Sadr. Fino a quel momento in Iraq – caso perfetto di unione di una “guerriglia accidentale” con una “insorgenza globale” - erano presenti per lo meno tre tipi diversi di conflitti, senza contare i fenomeni di banditismo e la delinquenza comune: il terrorismo di Al Qaida, l’insorgenza antigovernativa anti americana dei sunniti ancora pro Saddam, e un conflitto intercomunale che comprende sia il conflitto settario tra sciti e sunniti, che quello inter etnico tra curdi, arabi e turcomanni (pag 150). A causa della guerra civile scatenata dall’attentato di Al Qaida con l’attentato alla moschea scita di Samarra nel febbraio 2006, i sunniti si erano alleati con i seguaci di Bin Laden visti come gli unici difensori sia dagli squadroni della morte sciti che dalla polizia e dal governo di Mahliki accusato di parteggiare spudoratamente per questi ultimi. Ma Al Qaida, inseguendo la sua azione di infiltrazione nelle società locali perseguita con metodi violenti che ricadevano più che in una tattica militare in comportamenti patologici, si scontrò alla fine con le ben radicate tradizioni tribali. La scintilla, che fece scoppiare la già montante rabbia contro i combattenti stranieri, va infatti ricercata nella costrizione a dare in sposa agli alqaidisti le donne irachene, fatto che rappresentava una violazione appunto dei costumi tribali. A seguito del rifiuto delle tribù locali, Al Qaida, dimostrando una stupidità senza pari, reagì violentemente, in modo crudele e sadico, cercando di intimidire i locali, uccidendo capitribù e i loro parenti. E qui arriva l’intelligenza e l’esperienza dei nuovi strateghi americani,- Petraeus, Odierno, il colonnello Nagel (autore del celebre libro “Learning to Eat Soup with a Knife”), l’ambasciatore Crocker, ed il nostro - che appoggiarono i sunniti fornendo loro ogni supporto. In primo luogo, inviando nuove truppe per proteggere Baghdad e di seguito con una serie di misure diverse: facendo uscire i soldati dalle caserme, garantendo la sicurezza ai cittadini, conquistando la fiducia dei capi tribù, aiutando all’organizzazione e al finanziamento le milizie di autodifesa – “il movimento del risveglio”-, rafforzando il governo centrale, addestrando il nuovo esercito e le forze di polizia irachene. Il punto di non ritorno è rappresentato dalla alleanza con gli “insorgenti accidentali” sunniti e sciti e dall’aver garantito dal basso la sicurezza dello svolgimento della vita quotidiana degli iracheni, da cui è conseguito il crollo verticale del numero delle vittime. Ancora una volta si è dimostrata vera la definizione standard di contro insorgenza come “l’utilizzo di tutte le misure che un governo e i suoi alleati ritengono opportuno utilizzare” (183). Ma soprattutto questa terribile esperienza ha rafforzato la convinzione che nelle guerre asimmetriche la politica è sempre presente e deve guidare ogni azione.
Oggi l’Iraq è impegnato in un processo di “riconciliazione nazionale” ancora fragile e instabile, ma dal “paese più pericoloso del mondo”, definizione del 2006, è passato ad essere una situazione in via di stabilizzazione anche se nessuno è in grado di dire quale saranno gli svolgimenti futuri. “La surge ha funzionato: ma nell’analisi finale è stato uno sforzo per salvare noi stessi dalle più disperate conseguenze di una situazione in cui noi mai avremmo dovuto trovarci” (185).
Per tutto il libro, l’ufficiale australiano non fa altro che ripetere una serie di raccomandazioni per le potenze occidentali: le guerre ibride richiedono un dispendio di risorse enorme, sono di lunga durata e hanno un esito incerto, meglio un impegno indiretto; la sfida che proviene dal mondo mussulmano è composta da diversi attori con differenti strategie, è una sorta di piramide con al vertice al Qaida, nel mezzo la resistenza locale, alla base i movimenti tradizionalisti: le nazioni occidentali, per rispondere ad esse, non possono utilizzare un’unica soluzione, affidandosi all’opzione militare e alla tecnologia, cedendo alla propria hubris. Una volta intervenute in un conflitto, devono sapere che la soluzione non sarà semplice e che richiederà flessibilità strategica e intellettuale; che la curva di apprendimento è comunque lenta, ma, soprattutto, sanno che il primo obiettivo è rappresentato dalla ricerca e conquista della fiducia della popolazione locale.
Adesso che gli americani hanno fatto propri gli insegnamenti di David Kilcullen, del generale Petraeus e del colonnello Nagl - che hanno partecipato alla stesura degli ultimi due ultimi libri di testo per l’esercito degli Stati UNiti, The Counterinsurgency Field Manual” e “Small-Unit Leaders’ Guide to Counterinsurgency” – speriamo che non si ripeti più un “caso” Iraq .