venerdì 29 maggio 2009

Nuovi aggiornamenti 6 giugno 2009

"Appunti Internazionali"

Israele e l'Iran

A guardare il puzzle delle crisi concentriche medio orientali e asiatiche – conflitto israelo-palestinese con la propaggine Libano-siriana, situazione del Golfo Persico e stato di guerra e rischio di dissolvenza delle istituzioni in Afpak – nasce la convinzione che si capisce poco della situazione se, nell’analisi di fenomeni complessi come questi, non si tengono a mente tre livelli su cui si svolge il discorso politico. Il piano della propaganda diretta sia verso l’opinione pubblica interna che quella mondiale (a sua volta composta da vari target: i palestinesi, gli altri stati arabi, gli alleati, i nemici sionisti e cristiani con interessi) comunque volta a nascondere i veri intenti; il livello delle percezioni con cui gli attori interpretano la realtà, e quindi gli stessi dati di fatto che stanno sotto. Essendo un gioco strategico formato di aspettative reciproche – della serie: “io mi aspetto che tu ti aspetti” – e data una determinata mossa di un soggetto, l’altro, per dare una risposta razionale, per prima cosa deve decidere su quale piano avvenga l’azione. Il gioco è complicato, specchi, inganni, urla e incontri segreti formano una ragnatela difficile da sciogliere, nebbia che tutto avvolge.
Ma non si capisce niente di Israele se non vediamo gli effetti che le parole di Ahmanidejad provocano su di una platea ebrea che ha passato l’Olocausto. E’ scritto nella nascita di Israele, nelle sue fondamenta che la Shoà non dovrà mai ripetersi, è il patto genetico e fondante, la ragion d’essere della stessa nazione israeliana che tutti i leader politici chiamati a governare devono assolutamente rispettare. Non possiamo stupirci delle reazioni dei governanti di un popolo scampato dalle camere a gas riguardo alle minacce di sterminio provenienti dai negazionisti che abitano a Theran. Qualcuno ha parlato a questo proposito di una speciale sindrome assolutamente pessimistica che affliggerebbe il popolo israeliano dopo la seconda guerra e che suona presso a poco così “se qualcosa può andar peggio, sicuramente ci va”. A questo sentimento nazionale diffuso si deve la scelta politica di dotarsi della bomba atomica negli anni sessanta; David Ben Gurion sempre ritornava nei suoi colloqui sulla necessità di prevenire di nuovo l’accadere di una simile tragedia. Si deve certo a questo contesto la scelta di bombardare il reattore nucleare iracheno a Osirak nel 1981. Israele nella sua totalità (in recenti sondaggi, dal 66 all’88% degli israeliani reputano un simile comportamento possibile) crede perciò che un Iran nucleare sia anche votato ad un comportamento irrazionale e costituisca una minaccia esistenziale alla sua stessa vita. A conferma si rifletta sulle parole (2001) del Presidente Alii Rafsanjani: “se un giorno, il mondo islamico sarà dotato con armi simili a quelle che Israele possiede ora, allora la strategia imperialista subirà un arresto, perchè l’uso anche di una sola bomba nucleare contro Israele distruggerà ogni cosa. Comunque non danneggerà il mondo islamico. Non è irrazionale contemplare una tale eventualità.”
Contro una simile minaccia, Israele crede che la semplice deterrenza o interventi indiretti, come le sanzioni economiche, non possano funzionare perché supportata da una ideologia fanatica: il caso degli attentatori suicidi, dei bambini mandati a morire sui campi minati iracheni per aprire la strada ai carri è lì a dimostrarlo. Se questo non bastasse, se la storia e la memoria non sono sufficienti a fondare scelte strategiche, si può aggiungere la geografia: uno stato di pochi milioni di abitanti chiuso in una piccola striscia verso il mare che nessun territorio può perdere pena la sua stessa esistenza.

Israele e la proposta Obama

Leonardo Tirabassi, 19 maggio 2009, Il domenicale

Nell’ultimo discorso nella terra di David, Papa Ratzinger ha messo l’accento su argomenti politici centrali per raggiungere la pace nella crisi medio orientale per eccellenza. Benedetto, quasi sull’aereo che lo avrebbe riportato a Roma, ha indicato in modo netto anche la strada. “Che la two-State solution divenga realtà e non rimanga un sogno”; una soluzione che finalmente sia in grado di confermare “il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti ad Israele” e riconosca “che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente, sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente”.
Le chiare parole del Pontefice vanno ad aggiungersi, rafforzandole, a quelle di Obama che della soluzione del nodo medio orientale ha fatto una sua prerogativa in politica estera con una visione, comunque la si voglia giudicare, complessiva che tiene unite le singole crisi in un unico disegno. Anche Tony Blair, rappresentante del Quartetto –Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite- aveva affermato in modo forte e netto la stessa soluzione in una audizione davanti alla commissione esteri del Senato americano il 18 maggio scorso, in preparazione della visita di Netanyau a Obama . “Non vi è nessuna altra iniziativa che possa funzionare oltre la soluzione dei due stati. Politica, geografia e demografia, tutto va in quella direzione”.
Nessuno mette in discussione questa alternativa e sul banco dei cattivi rimane solo Israele con le durezze del suo capo del governo. Allora è importante capire le possibilità diverse da quella dei “due stati” e i motivi addotti, se non altro per avere un quadro completo della situazione; elementi di analisi che ci possono offrire qualche spunto in più per comprendere il naufragio del processo di pace iniziato a Oslo nel 1993, in un'altro secolo quindi con Arafat in vita e Al Qaida che era una parola che non diceva niente a nessuno. “Terra in cambio di pace,” era l’altra parola d’ordine, architrave di ogni possibilità di accordo, questa era la strada delineata. Aveva funzionato con l’Egitto, Sadat a Gerusalemme e il Sinai restituito il 26 marzo del 1979. La speranza è che lo stesso meccanismo funzionasse con i palestinesi, ma così non è stato fino ad arrivare alla politica israeliana dei ritiri unilaterali. Per capire Nethanyau, bisogna tener presente che ad opporsi alla soluzione dei “due popoli, due stati” vi fu in prima fila Arafat, l’intransigenza dell’ OLP con il sogno di un unico stato palestinese, la non volontà di riconoscere veramente il diritto ad esistere d’Israele, tutti fattori che fecero naufragare, nella dirittura d’arrivo, il processo di pace iniziato ad Oslo.
Ora la situazione rimane sempre più difficile con dinamiche nuove, in primo luogo, che si aggiungono ai vecchi problemi. Innanzitutto la delusione israeliana seguita a quel fallimento e poi la questione demografica, vera e propria bomba. In Israele vivono 5,4 milioni di ebrei e 1,3 milioni di arabi a cui vanno aggiunti 3-3,8 milioni (non si sa con certezza) di arabi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. In capo ad un decennio tra il Giordano e il Mediterraneo ci saranno più arabi che ebrei: il geografo Arnon Sofer sostiene che nel 2020 la popolazione raggiungerà i 15,5 milioni di individui, con 15,5 milioni di ebrei e 8,8 milioni di arabi. Il tasso di nascita arabo palestinese è uno dei più alti del mondo, più del 3 per cento l’anno con punte del 5 per cento tra le popolazioni beduine che vivono nel sud di Israele, contro l’1,5 per cento di quello israeliano. Se Israele vuole rimanere uno stato ebraico e democratico, ecco la prima tesi alternativa dello storico Tony Judt (“Israel. The Alternative”, The New Review of Books, 23 ottobre 2003), l’unica soluzione è la creazione di un “singolo stato binazionale integrato di ebrei e arabi, israeliani e palestinesi”, fatto “sempre più probabile…e esito…desiderabile”. Quindi si avrebbe uno stato a maggioranza araba con una minoranza ebraica, ipotesi già presa in esame dalla commissione Peel nel 1937.
Tesi falsamente realista. L’obiezione è presto detta: lo stato unico non sarebbe composto da due popolazioni con uguali diritti, ma da una maggioranza araba che prenderebbe ben presto il sopravvento, cosicché la minoranza ebrea inizierebbe ad emigrare e si difenderebbe tenacemente, innestando, di nuovo, un ciclo di violenze inenarrabile. In pratica, non si capisce perché Israele dovrebbe accettare una soluzione suicida.
Un’altra ipotesi parte da tre considerazioni incontestabili. La soluzione della spartizione è impraticabile per ragioni economiche e geografiche: come può un unico stato palestinese essere formato da due entità separate da un altro stato? Come può la micro entità di Gaza stare unita alla Cisgiordania? Per non parlare delle difficoltà economiche e infatti simili esperimenti, si ricordi il Pakistan e la secessione del Bangladesh, sono naufragati miseramente. L’altra considerazione, altrettanto forte, è di natura politica. Innanzitutto, i palestinesi sono divisi in due fazioni nemiche giurate, l’Autorità Palestinese e Hamas, che hanno obiettivi e governano territori diversi. Con chi possono essere portati avanti le trattative? E avrebbe senso politico condurre i colloqui con l’AP, ma non con gli estremisti filo iraniani di Hamas che sognano la distruzione dell’entità sionista? In terzo luogo, come afferma il politologo di Tel Aviv Efraim Inbar (in “The Rise and Demise of Two State Paradigm”, Orbis 2009), fino ad oggi i palestinesi si sono dimostrati incapaci di esprimere una dirigenza in grado di governare con responsabilità il proprio popolo. La corruzione è alle stelle; né a Gaza, né in Cisgiordania vi è qualcosa di simile al monopolio della violenza da parte delle entità statali: clan, milizie, delinquenza organizzata esercitano a vario titolo il loro potere. La democrazia, lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze sono parole vuote, retoriche, osteggiate apertamente (è sufficiente guardare alla condizione dei cristiani in quelle zone). La fornitura di servizi essenziali alla popolazione, nonostante i miliardi di euro e dollari versati ogni anno nelle casse – sarebbe meglio dire: nelle tasche -dei vari governanti palestinesi, è ridotta al lumicino. Niente quindi rende credibile la proposta dei due stati.
Riamane sul campo un’altra soluzione, far sì che i paesi arabi si facciano carico del problema palestinese, che si arrivi ad una federazione tra territori palestinesi e stati confinanti: Egitto, a cui apparteneva la striscia di Gaza, e Giordania, dove i palestinesi costituiscono il 70 per cento della popolazione e in cui vivono 800.000 profughi.
Nel frattempo, in attesa di qualsiasi soluzione di pace, Israele prende tempo, gestisce senza speranza la crisi, ricostruisce il suo potenziale di deterrenza, come dimostra l’azione nel dicembre del 2008 a Gaza.

Articolo Domenicale sabato 23 maggio

Leonardo Tirabassi, 19 maggio 2009, “Israel e la proposta Two state solution”.

Nell’ultimo discorso nella terra di David, Papa Ratzinger ha messo l’accento su argomenti politici centrali per raggiungere la pace nella crisi medio orientale per eccellenza. Benedetto, quasi sull’aereo che lo avrebbe riportato a Roma, ha indicato in modo netto anche la strada. “Che la two-State solution divenga realtà e non rimanga un sogno”; una soluzione che finalmente sia in grado di confermare “il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti ad Israele” e riconosca “che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente, sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente”.
Le chiare parole del Pontefice vanno ad aggiungersi, rafforzandole, a quelle di Obama che della soluzione del nodo medio orientale ha fatto una sua prerogativa in politica estera con una visione, comunque la si voglia giudicare, complessiva che tiene unite le singole crisi in un unico disegno. Anche Tony Blair, rappresentante del Quartetto –Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite- aveva affermato in modo forte e netto la stessa soluzione in una audizione davanti alla commissione esteri del Senato americano il 18 maggio scorso, in preparazione della visita di Netanyau a Obama . “Non vi è nessuna altra iniziativa che possa funzionare oltre la soluzione dei due stati. Politica, geografia e demografia, tutto va in quella direzione”.
Nessuno mette in discussione questa alternativa e sul banco dei cattivi rimane solo Israele con le durezze del suo capo del governo. Allora è importante capire le possibilità diverse da quella dei “due stati” e i motivi addotti, se non altro per avere un quadro completo della situazione; elementi di analisi che ci possono offrire qualche spunto in più per comprendere il naufragio del processo di pace iniziato a Oslo nel 1993, in un'altro secolo quindi con Arafat in vita e Al Qaida che era una parola che non diceva niente a nessuno. “Terra in cambio di pace,” era l’altra parola d’ordine, architrave di ogni possibilità di accordo, questa era la strada delineata. Aveva funzionato con l’Egitto, Sadat a Gerusalemme e il Sinai restituito il 26 marzo del 1979. La speranza è che lo stesso meccanismo funzionasse con i palestinesi, ma così non è stato fino ad arrivare alla politica israeliana dei ritiri unilaterali. Per capire Nethanyau, bisogna tener presente che ad opporsi alla soluzione dei “due popoli, due stati” vi fu in prima fila Arafat, l’intransigenza dell’ OLP con il sogno di un unico stato palestinese, la non volontà di riconoscere veramente il diritto ad esistere d’Israele, tutti fattori che fecero naufragare, nella dirittura d’arrivo, il processo di pace iniziato ad Oslo.
Ora la situazione rimane sempre più difficile con dinamiche nuove, in primo luogo, che si aggiungono ai vecchi problemi. Innanzitutto la delusione israeliana seguita a quel fallimento e poi la questione demografica, vera e propria bomba. In Israele vivono 5,4 milioni di ebrei e 1,3 milioni di arabi a cui vanno aggiunti 3-3,8 milioni (non si sa con certezza) di arabi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. In capo ad un decennio tra il Giordano e il Mediterraneo ci saranno più arabi che ebrei: il geografo Arnon Sofer sostiene che nel 2020 la popolazione raggiungerà i 15,5 milioni di individui, con 15,5 milioni di ebrei e 8,8 milioni di arabi. Il tasso di nascita arabo palestinese è uno dei più alti del mondo, più del 3 per cento l’anno con punte del 5 per cento tra le popolazioni beduine che vivono nel sud di Israele, contro l’1,5 per cento di quello israeliano. Se Israele vuole rimanere uno stato ebraico e democratico, ecco la prima tesi alternativa dello storico Tony Judt (“Israel. The Alternative”, The New Review of Books, 23 ottobre 2003), l’unica soluzione è la creazione di un “singolo stato binazionale integrato di ebrei e arabi, israeliani e palestinesi”, fatto “sempre più probabile…e esito…desiderabile”. Quindi si avrebbe uno stato a maggioranza araba con una minoranza ebraica, ipotesi già presa in esame dalla commissione Peel nel 1937.
Tesi falsamente realista. L’obiezione è presto detta: lo stato unico non sarebbe composto da due popolazioni con uguali diritti, ma da una maggioranza araba che prenderebbe ben presto il sopravvento, cosicché la minoranza ebrea inizierebbe ad emigrare e si difenderebbe tenacemente, innestando, di nuovo, un ciclo di violenze inenarrabile. In pratica, non si capisce perché Israele dovrebbe accettare una soluzione suicida.
Un’altra ipotesi parte da tre considerazioni incontestabili. La soluzione della spartizione è impraticabile per ragioni economiche e geografiche: come può un unico stato palestinese essere formato da due entità separate da un altro stato? Come può la micro entità di Gaza stare unita alla Cisgiordania? Per non parlare delle difficoltà economiche e infatti simili esperimenti, si ricordi il Pakistan e la secessione del Bangladesh, sono naufragati miseramente. L’altra considerazione, altrettanto forte, è di natura politica. Innanzitutto, i palestinesi sono divisi in due fazioni nemiche giurate, l’Autorità Palestinese e Hamas, che hanno obiettivi e governano territori diversi. Con chi possono essere portati avanti le trattative? E avrebbe senso politico condurre i colloqui con l’AP, ma non con gli estremisti filo iraniani di Hamas che sognano la distruzione dell’entità sionista? In terzo luogo, come afferma il politologo di Tel Aviv Efraim Inbar (in “The Rise and Demise of Two State Paradigm”, Orbis 2009), fino ad oggi i palestinesi si sono dimostrati incapaci di esprimere una dirigenza in grado di governare con responsabilità il proprio popolo. La corruzione è alle stelle; né a Gaza, né in Cisgiordania vi è qualcosa di simile al monopolio della violenza da parte delle entità statali: clan, milizie, delinquenza organizzata esercitano a vario titolo il loro potere. La democrazia, lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze sono parole vuote, retoriche, osteggiate apertamente (è sufficiente guardare alla condizione dei cristiani in quelle zone). La fornitura di servizi essenziali alla popolazione, nonostante i miliardi di euro e dollari versati ogni anno nelle casse – sarebbe meglio dire: nelle tasche -dei vari governanti palestinesi, è ridotta al lumicino. Niente quindi rende credibile la proposta dei due stati.
Riamane sul campo un’altra soluzione, far sì che i paesi arabi si facciano carico del problema palestinese, che si arrivi ad una federazione tra territori palestinesi e stati confinanti: Egitto, a cui apparteneva la striscia di Gaza, e Giordania, dove i palestinesi costituiscono il 70 per cento della popolazione e in cui vivono 800.000 profughi.
Nel frattempo, in attesa di qualsiasi soluzione di pace, Israele prende tempo, gestisce senza speranza la crisi, ricostruisce il suo potenziale di deterrenza, come dimostra l’azione nel dicembre del 2008 a Gaza.

notiziario internazionle, n°4, 23 maggio 2009

Notiziario internazionale, n° 4, 23 maggio 2009

USA
Tocchiamo in questo numero una questione imbarazzante: può una nazione legalizzare in alcuni casi l’uso della tortura?
Come sapete, in questi giorni a lungo si è discusso molto sulla legittimità delle decisioni prese dalla passata amministrazione Bush sull’utilizzo di mezzi di interrogatorio non ortodossi contro i terroristi. E sui media abbiamo anche letto le ondivaghe posizioni di Obama.
Ecco invece la difesa, portata avanti dall’ex vice presidente di Bush, Richard Cheney, dei metodi restrittivi della libertà in un forte discorso tenuto all’American Enterprise Insitute. “Il primo compito della presidenza all’indomani dell’11 settembre era di impedire il prossimo attacco di Al Qaida. Sapevamo che in giro c’erano bombe nucleari, abbiamo visto l’uso di antrace. Ebbene abbiamo fermato Bin Laden, difeso il paese, ricostruito il potenziale di deterrenza degli Stati Uniti, sviluppato una strategia comprensiva. Ci siamo mossi contro i paesi sponsor dei terroristi, attaccato i loro santuari.” Questa l’orgogliosa rivendicazione delle scelte fatte dall’amministrazione Bush. (Per capire bene lo spirito dell’epoca, che forse ci siamo dimenticati, si possono vedere queste slide sulla caduta di Saddam con cui Runsfeld presentò un briefing alla Casa Bianca. Sono piene di riferimenti testamentari; prendiamole con beneficio di inventario, non so se siano una “sola”, ma la fonte non è male).
A complicare i fatti, vi è la questione se sia possibile definire “tortura” metodi non ortodossi come la privazione del sonno e altre tecniche che violano i diritti della persona. Il problema può essere affrontato da più punti di vista che spesso si intrecciano: morale (è possibile giustificare la tortura?), giuridico (è legale?) e di efficacia (funziona?). In primo piano la posizione di Krauthammer, commentatore conservatore che dalle colonne del Washington Post afferma che “la tortura è un male che non può essere permesso. Eccetto che in due circostanze. La prima è se c’è una bomba ad orologeria che sta per esplodere. E in gioco ci sono le vite di innocenti… E abbiamo tra le mani il responsabile….Il secondo caso (più ambiguo, ndr) se sappiamo che i terroristi colpiranno ma non sappiamo né come né dove”. La contro obiezione è che non solo la tortura è immorale, illegale, ma anche non funziona perché chi si trova sottoposto a simili metodi è disposto, pur di uscire da quella situazione, a dichiarare tutto quello che i suoi “intervistatori” vogliono che dica. Un’altra testimonianza sulla non efficacia dell’impiego di metodi non ortodossi d’interrogatorio, se non proprio torture, l’abbiamo da un ufficiale dell’FBI in audizione al senato americano che ha testimoniato come l’utilizzo di questi strumenti provochi risultati opposti: la fine delle confessioni (in guerra, l’uso di metodi barbari provoca nel nemico la resistenza ad oltranza).
Comunque sia, tre considerazioni: aveva ragione il vecchio colonnello inglese Thompson che in Malesia aveva sconfitto la rivolta cinese e comunista negli anni cinquanta. Uno stato democratico non può violare la legge, altrimenti diventa, non solo da un punto di vista morale, uguale ai nemici, cioè si trasforma in parte settaria in causa e quindi trasforma il conflitto in una guerra civile tra partiti opposti. La seconda, anche nelle democrazie, la sensibilità morale cambia con le circostanze, non è cioè così inflessibile. Nei casi di minaccia alla sopravvivenza il limite della decenza viene spostato in alto, e di parecchio(si vedano l’uso dei bombardamenti a tappeto nella seconda guerra mondiale). Negli altri casidi impiego di metodi barbari, nei casi cioè di repressione o di contro insorgenza, vi sono anche due effetti boomerang. Possono infatti sorgere, come dimostra l’Algeria e il Vietnam, movimenti di protesta contro la leadership al governo e una caduta vertiginosa di efficienza e del morale tra le truppe impiegate.

Israele-Palestina-Iran-Stati Uniti
La prima pagina è conquistata inevitabilmente dalla visita di Netanyau a Obama il 18 maggio e dai colloqui intercorsi riguardo alla questione della crisi Medio Orientale. In cima all’agenda le due questioni della ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi intorno alla proposta “due popoli, due stati” e della corsa verso il possesso dell’arma nucleare da parte dell’Iran. Le due crisi per gli americani sono collegate tra loro. Nella logica di Israele, Theran invece viene in cima alle preoccupazioni, mentre Obama ha parlato espressamente della priorità nella ripresa dei colloqui tra palestinesi e israeliani. Due modi opposti di cogliere la situazione.
Per capire la differenza delle prospettive, cominciamo da questa seconda minaccia. L’Iran ha lanciato il 19 maggio un nuovo tipo di missile a due stadi con un raggio d’azione di 1.200 Km che utilizza propellente solido. Quindi può essere trasportato e nascosto facilmente e anche dotato di armi nucleari. Secondo un alto ufficiale israeliano, Michael Herzog, la stima attuale è che l’Iran possegga 1000 chilogrammi di uranio arricchito, che sono circa i due terzi di quelli necessari per avere la prima bomba nucleare, e nel 2011 al massimo riuscirà a dotarsi della famigerata bomba (secondo esperti americani e russi, l’Iran raggiungerà lo scopo invece solo tra 10 anni).
Non solo, la corsa agli armamenti tradizionali del paese continua. La Guardia rivoluzionaria iraniana ha iniziato il dispiegamento di missili mobili terra-aria e terra-acqua nello stretto di Hormuz, per rafforzare le difese contro l’eventualità di un attacco al paese. Sempre il Jerusalem Post rivela che Teheran, scettica sulle reali intenzioni d’aiuto di Mosca, si sarebbe rivolta alla Cina per l’acquisto di un sistema di difesa aereo, l’HongQi-9. E ancora, l’Iran potrebbe essere in grado di disporre entro la prossima decade di 500 rampe missilistiche e di 1000 missili, necessari a superare le barriere difensive antimissile di Israele, secondo l’opinione di Tal Inbar, capo del Space Research Center at the Fisher Brothers Institute a Herzliya.
E’ del tutto logico comprendere allora i timori e le attenzioni di Israele verso un nemico regionale che non fa niente per nascondere le sue minacce. Da qui l’attivismo del Mossad; questo il calendario delle azioni intraprese dai servizi segreti, opportunamente ristrutturati, di Tel Aviv. Il 12 luglio 2006, l’aviaizone israeliana ha distrutto quasi l’intero stock di missili a lungo raggio nascosto dagli Hezbollah libanesi in bunker sotterranei. Nel luglio 2007, un altro incidente misterioso è successo ad una fabbrica di missili allocata tra la Siria e l’Iran. Nel 2007, Israele distrusse un reattore nucleare costruito dalla Siria con l’aiuto della Corea del Nord: le foto sia del bombardamento che del sito furono distribuite dalla CIA per convincere gli scettici sulle reali intenzioni dei siriani. Nel febbraio 2008, il leader militare degli Hezbollah, Imad Mughniyah, fu ucciso a Damasco. In agosto dello stesso anno, il generale Mohammed Suliman, ufficiale di collegamento con Hamas e gli Hezbollah e attivo partecipante ai progetti siriani di sviluppo del nucleare, fu assassinato da un cecchino. Nel dicembre 2008, durante l’operazione Cast Lead, piombo fuso a Gaza, furono distrutti molti missili; Israele sapeva anche dove si nascondesse il leader di Hamas, ma Olmert rifiutò di autorizzare un’azione aerea a causa del nascondiglio prescelto: un ospedale. Nel gennaio di quest’anno, i droni israeliani hanno distrutto tre convogli in Sudan che provavano a contrabbandare armi dall’Iran alla striscia di Gaza.
La priorità di Israele si basa su una certezza, ben motivata come si è visto, e un’ opportunità: l’Iran (sciita e persiano) vuole dotarsi di un’ arma nucleare che è disposto ad usare contro Israele ma anche usarla come minaccia contro gli altri paesi arabo sunniti (in prima fila Egitto e Arabia), come ha ribadito Netanyahu all ‘American Israel Public Affairs Committee. "Oggi sta succedendo qualcosa in Medio Oriente e posso dire che per la prima volta nella mia vita credo che arabi e ebrei vedano lo stesso nemico”. Il possesso da parte dell’Iran della bomba nucleare altererebbe tutti gli equilibri nella regione, facendo diventare Teheran una potenza regionale capace di determinare l’intera area. Ma come avverte l’autore dell’articolo su Foreign Affairs, le alleanze in medio Oriente sono temporanee e ai fidanzamenti non consegue il matrimonio.
Per usare una metafora, due orologi stanno andando: il primo è quello della corse al nucleare dell’Iran, l’altro della soluzione al problema palestinese. Mentre il primo è in movimento, il secondo è sempre fermo, in una situazione di stallo; allora secondo Israele è sulla minaccia vitale, su Tehran che devono essere concentrati gli sforzi.
Se qualcuno, infatti, credesse che lo stato del governo in Cisgiordania sia vicino ad un entità statuale con qualche parvenza di efficienza e di stato di diritto, si legga questo articolo del New York Times sull’AP la cui ossatura è sempre quella della vecchia organizzazione di Arafat. “Al Fatah ha la trasparenza organizzativa di una repubblica sovietica…. “ Non ha portato avanti nessuna auto-riforma nè dopo la morte del suo leader, nè dopo la vittoria di Hamas. “Il movimento è stato paralizzato da faide personali e da crisi crescenti d’identità“; Al Fatah “è così internamente indeciso che non capace nè di negoziare nè di governare”.
E’ questa anche l’idea dell’editorialista del Washington Post, “I palestinesi non sono capaci di autogoverno”. L’espressione “due popoli due stati”, che ormai ha trovato casa a Washington e nelle cancellerie europee, è un clichè stanco che non descrive la realtà: i palestinesi si sono dimostrati incapaci di auto governarsi, di costruirsi un embrione di stato: non si può confondere una cleptocrazia come l’Ap o un’organizzazione terroristica come Hamas per qualcosa che assomigli ad uno stato.
Non essendoci però altre soluzioni disponibili sul mercato della politica, se non in quello della teoria, un sondaggio di fonte israeliana ci dice che la maggioranza degli israeliani, il 56% degli ebrei e il 78% di quella araba, è favorevole alla soluzione dei due stati, mentre a favore dell’attuale situazione vi è il 28% degli ebrei e l’8% degli arabi.
Ma Obama ha in mente di superare l’ostacolo trattando un accordo non con i diretti interessati, Israele e AP, ma con un panel internazionale formato dagli stati arabi, la Russia, l’Unione Europea. Il concetto di fondo è che i due soggetti interessati, se lasciati soli, siano incapaci di raggiungere accordi di pace. Rimane da chiosare che un conto è firmare un accordo, un altro mantervi fede come la storia del processo di pace iniziato ad Oslo dimostra.
Per un’opinione completamente divergente da quella israeliana, si legga l’intervista a Lawrence Korb, già assistente al segretario della difesa USA dal 1981 al 1985. Alla domanda se ritenesse la minaccia iraniana uguale a quella portata da Hitler e dalla Germania nazista, risponde: “Quando Hitler causò la Seconda Guerra mondiale e scatenò l’Olocausto, la Germania aveva il terzo prodotto interno lordo del mondo ed era la forza militare più capace del pianeta. In più, Hitler aveva per alleati potenze come l’Unione Sovietica e il Giappone. L’Iran in confronto è una piccola nazione, con enormi problemi economici, un esercito mediocre e nessun altro alleato tra le altre nazioni. Per di più, l’Iran è circondato da 200.000 soldati americani ai confini orientali e occidentali”. Alla domanda successiva, “Da credito alle minacce di eliminazione d’Israele che provengono dai leader iraniani?”, risponde: “Per due ragioni non ci credo. La prima, la più seria, viene dal presidente iraniano che non detiene il potere effettivo. La seconda, non vi è nessuna possibilità che l’Iran possa eliminare Israele senza che venga distrutto durante il processo di acquisizione nucleare o alla prima azione realmente ostile. Non c’è nessuna possibilità che il primo colpo iraniano con armi nucleari possa eliminare gli ordigni nucleari d’ Israele o degli Stati Uniti”.

Iraq
La strategia vincente usata dagli americani in Iraq, la cosidetta surge opera di uno dei team si strateghi e alti ufficiali americani più eccezionali che si sia visto in guerra, è oggetto di riflessione. La domanda è: quanto sia possibile esportare il “modello Anbar” di alleanze con situazioni locali (estremiste radicali fondamentaliste ma locali) per combattere Al Qaida in altre realtà?.
Sui problemi della ricostruzione in Iraq, abbiamo detto già nell’altro numero del notiziario. Oggi una serie di articoli e documenti non recenti che aiutano a comprendere la complessità difficoltà e impreparazione USA nel compito. Si rimane comunque stupefatti dalla capacità di ripensare a livello ufficiale sull’esperienza anche negativa e a proporre nuove soluzioni: i cambiamenti in corsa non sono cosa per i grandi elefanti burocratici. Leggere per credere questo report, dal titolo eloquente “Hard Lesson” (dura lezione) dell’ “Ispettorato generale per la ricostruzione dell’Iraq”. Il punto di osservazione è sempre lo stesso: il rispetto del cittadino, il rispetto dei soldi del contribuente. Perché pur spendendo la cifra enorme di 50 miliardi di dollari alcune cose hanno funzionato e altre no? (non si potrebbe applicare lo stesso metodo ai fiumi di denaro spesi in Italia per lo sviluppo delle nostre aree depresse? Nell’interminabile questione meridionale?)
Ancora buone notizie dall’Iraq. La corte federale ha fissato la data, il 30 gennaio 2010, per le prossime elezioni politiche, le terza dalla caduta di Saddam; ora la parola passa al parlamento che deve ratificarla e stanziare i fondi necessari.

Afghanistan
Una notizia tragica e preoccupante dall’Afghanistan: i Talebani avrebbero condotto un attacco ad una scuola femminile usando gas velenosi e intossicando ben 90 ragazzine nel villaggio di Mahmud Raqi. Sono ripresi inoltre i colloqui “segreti” tra governo legittimo e talebani “buoni”.

Sri Lanka
In Sri Lanka sembra finita la guerra ai Tamil. Un filmato che mischia balli e canti di sollievo alla disperazione dei profughi.

Curiosità
Per finire, un diversivo storico. Un saggio sul grande statista Winston Churchill: “Winston Churchill's Constitutionalism: A Critique of Socialism in America” di Justin D. Lyons.
Ecco una bella citazione contro il pragmatismo tratta dalla monumentale: “Storia della Seconda guerra mondiale”: “Quelli (gli uomini politici, ndr.) che possiedono un corpo dottrinario definito e convinzioni ben radicate sono in una posizione migliore nell’affrontare i cambiamenti e le sorprese che comportano gli affari quotidiani in confronto a coloro che hanno una visione corta e che sono succubi dei loro impulsi naturali suffragati da letture del giorno per giorno”.

giovedì 21 maggio 2009

Note internazionali n° 4, 16 maggio 2009

Israele
Continua l’iniziativa di Obama verso la ricerca di una strada possibile per la pace che passa ancora, sempre secondo la nuova amministrazione, per la formula “due popoli, due stati”. Ma i rapporti con il governo israeliano sembrano non essere più quelle di una volta: “Rappresentanti dell’amministrazione israeliana in Gerusalemme hanno espresso preoccupazioni sul declino brusco delle azioni comuni (con gli USA, ndr.) riguardo ai problemi di sicurezza della regione”. Le cause risiedono anche nelle intenzioni di riprendere i colloqui con l’Iran. Efraim Halevy, direttore del Shasha Center for Strategic Studies alla Università Ebraica di Gerusalemme nonchè ex direttore del Mossad (1998-2002), in un’intervista rilasciata al Middle East Bulletin ha dichiarato saggiamente: “Penso che Israele dovrebbe chiarire a chi sta intraprendendo i colloqui con l’Iran, e prima di tutti gli Stati Uniti, che non interferirà nel dialogo se gli interessi israeliani sono riconosciuti e protetti…Il mondo si deve confrontare con tre sfide poste dagli iraniani: prevenire il nucleare, gestire l’orgoglio nazionale di Theran collegato a possedere uranio arricchito e trovare una soluzione regionale che coinvolga tutti gli altri paesi”.
Gli sforzi di Obama sono seguiti con attenzione e partecipazione dagli esperti americani e medio orientali; qui la posizione di un numero nutrito di ambasciatori americani a favore della ripresa dell’iniziativa in Medio Oriente: ecco i cinque obiettivi che si devono raggiungere:
“1. La riapertura dei colloqui israelo-palestinesi tramite la mediazione americana;
2. la fine degli attacchi terroristici a Israele e del contrabbando di armi a Gaza e un aumento delle forze di sicurezza addestrate daglli americani nella West Bank;
3. il congelamento della costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, lo smantellamento dei checkpoints superflui e degli insediamenti illegali, la cessazione delle case palestinesi a Gerusalemme est;
4. l’immediata riscostruzione di Gaza con al centro i bisogni civili e dell’economia locale;
5. il raggiungimento della pace tra Israele e i paesi vicini (Libano e Siria, ndr.) attraverso l’Iniziadtiva di Pace Araba come base dei negoziati.”
Il 7 maggio il generalle Keith Dayton ha tenuto una conferenza in occasione del The Washington Institute's 2009 Soref Symposium. Il Generale Dayton ha un ruolo delicato e importante, e sconosciuto, di coordinatore statunitense tra Israele e l’Autorità Palestinese a partire dal 2005. Nella situazione attuale egli vede un’ opportunità e una sfida. Ecco i principi che hanno diretto il suo lavoro: “Primo, credo fermamente che sia negli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti aiutare a risolvere il conflitto israelo palestinese. Secondo,... credo fermamente nella soluzione dei due stati... Il terzo principio – che ripeto tutte le volte ai miei amici israeliani – i legami tra gli Stati Uniti e Israele sono possono essere rotti oggi, nè domani, nè mai...”
Sulla situazione dei rapporti israelo palestinese, Tony Blair, rappresentante del “Quartetto” ha parlato alla Commissioni esteri del Senato Americano il 14 maggio. Il suo discorso è stato estremamente chiaro e sintetico. “Non vi è nessuna alternativa alla soluzione dei due stati…La cosidetta iniziativa araba di pace, lanciata nel 2002 al summit di Beirut della Lega Araba da re Abdullah dell’Arabia Saudita e ripresa nel 2007 nel summit di Riyadh, è un passo in avanti…Il problema è ridare credibilità a questo processo…Israele non è d’accordo con la creazione di uno stato palestinese fino a quando non sarà sicuro della natura (pacifica, ndr,) dello stato… i palestinesi saranno disponibili ad un accordo quando avranno il pieno controllo e governeranno effettivamente…Per raggiungere questo obiettivo è necessario affrontare tre questioni: vi deve essere un chiaro e credibile negoziato politico per la soluzione dei due stati…Secondo, deve essere data ai palestinesi la capacità di governare il proprio territorio…Le preoccupazioni alla sicurezza dello stato di Israele devono essere calmate… attraverso una riforma del settore sicurezza palestinese e ripristinare lo stato di diritto nel nuovo stato”.
Audizione di Blair al senato americano sul Medio Oriente
L’amministrazione Obama è anche però criticata perchè vista come distratta dagli affari pakistani e afghna, fattore che permetterebbe il progresso dell’ingerenza iraniana in tutta la regione e la rigidità di Nethanyau.
Tra le molte sfide che Israele deve affrontare è chiaro che quella esiziale è rappresentata dal possesso del nucleare dell’Iran che stimola la sensibilità e la memoria israeliana con le continue minacce o di distruizone o negazioniste.”La strada diplomatica rimane l’approccio preferito – nel rapporto “Israel and a Nuclear Iran: Implications for Arms Control, Deterrence, and Defense” dell’ importante thik thank israeliano Institute for National Security Studies -. Comunque, l’esperienza indica che i negoziati da soli non persuaderanno l’Iran a fermare il suo programma fino a che agli occhi degli iraniani il possesso di armi nucleari è il supremo obiettivo”

Afghanistan
Nella partita a scacchi con la Russia, ora i rapporti sembra che tendano al sereno vista la volontà da parte di Mosca far passare i rifornimenti USA dal suo territorio. “La Russia è pronta per la cooperazione sulla questione”, ha confermato il portavoce del Ministro degli Esteri Andrei Nesterenko.

Pakistan
Nella guerra al terrorismo, è il Pakistan ora nell’occhio del ciclone. In un reportage del Times, una nuova immagine incoraggiante: in molte madrasse del Punjab e delle Province della cosidetta North West Frontier non è inusuale sentire le parole di condanna dei mullah sunniti: “I talebani sono il male, per questo noi appoggiamo il nostro governo e il suo (si noti la distanza, ndr.) diritto a distruggere i talebani”. E questa è la convinzione anche del generale Petraeus: “La leadsership pakistana è unita nell’opposizione all’occupazione talebane della valle dello Swat (ad un centinaio di chilometri di distanza da Islamabad, ndr.)” e le recenti operazioni militari contro di loro “sembra che abbiano galvanizzato tutto il Pakistan”.
La debolezza del Pakistan, stato fino a pochi anni fa sconosciuto ai più, è manifesta. “Henry Kissinger una volta si chiese se la Repubblica Islamica dell’Iran era un paese o una causa. Riguardo al Pakistan, la questione è se sia un paese o semplicemente uno spazio… Il mondo si è sempre confrontato con paesi che si identificano con una causa a volte buona a volte cattiva – il nazismo e il comunismo – ma mai con uno spazio”.
Questa guerra, come tutte le guerre moderne, è anche combattuta sui media. Il Council on Foreign Relations afferma “nelle battaglie di comunicazione, i miliziani sembrano avere la meglio. Usano trasmettitori FM, internet e altri media”. E gli Stati Uniti hanno riconosciuto la difficoltà di coordinare le fonti e i messaggi con un risultato non eccellente.
Iraq
La prima visita che il Papa in Giordania ha compiuto è stata ad un centro, diretto da religiosi cristiani, per bambini handicappati. In quell’occasione, sui giornali è apparsa la notizia del trattamento disumano riservato ai disabili in Medio Oriente; a Bagdad gli americani hanno aperto un istituto per la riabilitazione per il numero impressionante di feriti e mutilati, ma sopravviverà quando gli Stati Uniti si ritireranno?
Il fatto positivo è che si parla di ritiro, ma il futuro rimane oscuro e incerto. Stephen Biddle, celebre analista americano, ha prodotto un report per il Center for Preventive Action disegnando diversi scenari, ma la migliore prevenzione contro l’incertezza rimane di rallentare al massimo il ritiro delle truppe, diluendole nel tempo e collegando il rimpatrio ad obiettivi raggiunti di pacificazione.
Intanto, tra mille contraddizioni, continuano come si diceva i progressi sul campo. E’ la volta del Kurdistan che ha raggiunto un accordo di fatto con il governo centrale, che per altro nega, sulla possibilità di potere vendere il petrolio estratto sul proprio territorio. Se questa sia l’anticamera al federalismo o ad una spartizione etnica è presto per dirlo, ma per lo meno si tratta di accordi tra governo centrale e regionale e non di scontri. Il fatto è che però si può vincere la guerra e perdere la pace, grazie anche alle distrazioni americane per cui adesso l’Iraq rischia di diventare la “guerra dimenticata” secondo le parole di Anthony Cordesman. Il pericolo è infatti che il paese corra verso un uscita, ma senza una strategia.
Quello che si può con tranquillità dire è che la discussione negli Stati Uniti è ampia e franca (fino a rischiare l’autolesionismo?) e quindi arrivano notizie, informazioni e storie che aiutano a farci un’idea migliore anche della recente storia. Su Vanity Fair una versione del risveglio sunnita, centro come ormai si sa della lotta contro i talebani: ora si viene a sapere che già nel 2004 i sunniti avevano offerto questa possibilità, ma che i comandi USA non avevano capito…
Sempre sullo stesso argomento della surge, è uscito da un po’ di tempo un libro interessante, anche se superficiale intitolato “The Gamble: General David Petraeus and the American Military Adventure in Iraq, 2006-2008” di Thomas E. Ricks (Penguin Press, 394 pp., $27.95) in una recensione che afferma la stessa tesi della sparizione dalle prime pagine dell’Iraq. “Dalla centralità alla banalità: forse nella storia moderna dell’America nessun altro evento eè passato da una disputa accesa alla dimenticanza così velocemente come la guerra in Iraq. Ricordate la guerra? Ha consumato miliarid di dollari USA, divorato un centinaio di migliaia di vite irachene, sciupato la reputazione di un paese e distrutto una presidenza americana. Dato il ritiro della stampa americana – il primo ritiro dall’Iraq, si può dire – si potrebbe quasi essere scusati, nella primavera del 2009, di dimenticarsi che 140.000 soldati americani stanno ancora combattendo e morendo là”.
Sulle prime fasi dell’occupazione USA dell’Iraq, sulle attività della e della Coalition Provisional Authority e del suo amministratore L. Paul Bremer che governò l’Iraq dal Maggio 2003 al giugno dell’anno seguente, possono essere dette molte cose. Un dato è certo però: la confusione che seguì la caduta di Saddam portò ad una serie di errori incredibili (tra i più eclatanti: lo scioglimento dell’esercito la deebahificazione eccessiva, il mancato passaggio di consegne ad un governo provvisorio iracheno fino ad arrivare a non occuparsi della messa in sicurezza della popolazione). Ora un saggio della Rand Foundation, “Occupying Iraq. A History of the Coalition Provisional Authority” aiuta a comprendere quei fatti.
Questo documento sulla situazione irachena e sui rapporti con gli stati vicini è invece del Senato Americano. Baghdad ha relazioni complicate e difficili con i paesi confinanti con questioni aperte con tutti: con la Siria da dove entrano i guerriglieri sunniti e alqaidisti, con la Turchia per la questione curda e della minoranza turcomanna, con l’Iran per le sue ingerenze a volte ben viste e sempre per le tensioni curde, con l’Arabia che vede nel nuovo Iraq scita la lunga mano degli ayatollah. La porosità dei confini iracheni, da cui transitano migliaia di terroristi, contrabbandieri e trafficanti vari, è sempre stata ed è un cruccio per gli Stati Uniti, problema che può minacciare la stabilità del paese
Per chi volesse approfondire l’analisi dell’Iraq, ecco un documento del Congresso USA sul debito di quel paese e sui meccanismi e procedure attuati per ridurlo, questione non secondaria perché coinvolge in prima persona i vicini poco amichevoli come l’Arabia Saudita.
Arabia Saudita
Il paese hashemita è molto citato e poco conosciuto. Il primo di una serie di documenti porta un titolo inquietante, ma centrato su di un tema oggettivamente vero: "Forum Relazioni America Arabia in un mondo senza equilibrio” che ha trattato i temi della sicurezza nell’area e dei compiti comuni ai due paesi. Il secondo report, dedicato in realtà all’Iraq, tocca un punto dolente: le relazioni tra Arabia e Iraq non buone a causa del nuovo governo scita di Bagdad cisto da Riyadh come troppo vicino all’Iran.
Sulle difficoltà di relazione con l’Iran, si veda questo documento “Le relazioni iraniano saudite dalla caduta di Saddam. Rivalità, cooperazione e implicazioni per la politica USA” della Rand. I due paesi infatti dal 2003 stanno lottando in modo nemmeno ntanto nascosto sia per l’egemonia del mondo mussulmano da un punto di vista religioso, sia per quella regionale. Dinamiche religiose e statali si intrecciano in un nesso non sempre facile da districare.
Anche le relazioni tra Usa e Arabia sono contraddittorie. Da una parte infatti, la tradizionalista dinastia governa in modo feudale uno dei paesi più ricchi del mondo senza nessun rispetto per i diritti umani e con ampie infiltrazioni terroristiche tra le su fila, dall’altra è un ottimo alleato degli Usa. Dicotomia che pone sempre in tensione il rapporto tra i due paesi. Da qui sempre la ricorrente domanda di quanto gli USA si debbano fidare. C’è da dire che negli ultimi tempi la polizia saudita ha intensificato, con successo, la lotta contro Al Qaida. “Abbiamno ucciso o catturato tutti i combattenti – secondo le parole di un alto ufficiale di polizia - e il resto è andato via in Afghanistan o in Yemen…Quello che rimane qui è solo l’apparato ideologico”.

Libano
In Libano si terranno a breve le elezioni dove si assiste ad un confronto pacifico per una posta in gioco altissima: Hamas al governo. Come in tutti i paesi del mondo, vi sono i sondaggi elettorali, anche veramente la forchetta è talmente ampia da dire poco. Ben più significativa è l’intervista allo sceicco Naim Qassem leader degli Hezbollah: “Credo che prenderemo la maggioranza nelle elezioni parlamentari perché abbiamo un largo supporto e durante quattro anni di opposizione abbiamomavuto il più vasto supporto popolare e queste elezioni lo proveranno”,

lunedì 11 maggio 2009

Note internazionali n° 3, L'Occidentale, 9 maggio 2009

http://www.loccidentale.it/

Afghanistan e Pakistan

Michael Rubin sul Weekly Standard dell’11 maggio scrive un interessante commento, un po’ polemico, sulle strategie adottate contro i talebani nei due paesi. Accusa Hillary Clinton di non aver ben compreso la portata dell’estremismo islamico, del suo pensiero strategico e di ritenere che sia causato da situazioni di malessere sociale ed economico che richiedeno, per essere risolte, interventi improntati alla creazione di sviluppo economico. Rubin, esperto di Medio Oriente nonché membro del famoso e neoconservatore think thank American Enterprise Insitute, afferma che “il segretario Clinton non è sola nel suo rifiuto di afferrare che la sfida portata dai Talebani è essenzialmente ideologico-religiosa e non causata da ingiustizie”. Per spiegare questa affermazione, lo studioso americano cita l’ideologo jihadista Abu Bakr Naji che nel 2004 pubblicò un trattato intitolato, incredibile ma vero, “The Management of Savagery (Idarat at-Tawahhush)” o “La gestione della ferocia”. Questo lungo libro per fortuna è disponibile in inglese e quindi è diventato un testo di riferimento per comprendere - leggendo una delle fonti originarie - il pensiero estremista islamico; la sua lettura è estremamente istruttiva anche per il motivo che offre un’idea della complessità di quel mondo: qui infatti si rifiuta la tattica di Al Qaida di insorgenza globale slegata da rapporti stretti con qualsiasi territorio e nazione, sostenendo invece la necessità di occupare innanzitutto un delimitato spazio geografico su cui imporre la propria legge coranica. Questi testi sono interessanti anche perché offrono una visione estremamente franca sia sul punto di vista islamico sugli occidentali che sui loro punti di forza e debolezza. “O popolo! La depravazione del soldato russo è due volte quella del soldato americano. Se gli americani soffriranno un decimo delle perdite sofferte dai russi in Afghanistan e Cecenia, essi andranno via e mai ritorneranno. Questo perché la struttura attuale dell’ esercito americano e di quelli occidentali non è più la stessa di quella durante l’era coloniale. Essi hanno raggiunto un tale stadio di effeminatezza che li rende inabili a sostenere battaglie di lungo periodo, una debolezza che compensano con un ingannevole alone mediatico” .
Assieme a questo libro, ve ne è un secondo che si può sempre trovare in inglese e on line (però anche Amzon lo vende) ed è per questo sempre citato: “The Coranic Conception of War” (1979) del generale di brigata dell’esercito pakistano S.K. Malik prefato da un personaggio altrettanto importante e ufficiale come l’ex ambasciatore in India Allah Bukhsh K. Brohi. A conferma dell’importanza di questo testo vi è il fatto del suo ritrovamento tra gli zaini dei talebani in Afghanistan. Ma per felicità dei lettori, esiste una recensione del libro americana tradotta però in italiano ad opera della Fondazione Camis de Fonseca. Il saggio inizia con una distinzione tra Dar al Islam (la casa dell’Islam), e Dar al Harb (la casa della guerra - i paesi non islamici), con una strana idea di guerra difensiva che consiste nel dovere per ogni mussulmano di rimuovere, anche con la forza, tutti gli ostacoli alla diffusione dell’Islam. Se poi qualcuno dubitasse della raffinatezza del pensiero islamico, può fermarsi a riflettere sulla seguente citazione: “ In guerra il nostro principale obiettivo è rappresentato dalla mente o anima del nemico, la nostra maggior arma di offesa contro questo obiettivo è la forza delle nostre proprie anime e per lanciare un simile attacco dobbiamo scacciare la paura dai nostri cuori… Il terrore provocato tra i cuori dei nostri nemici non è solo un mezzo, è un fine in se stesso. Una volta che è ottenuta una condizione di terrore nel cuore del nemico, possiamo raggiungere qualsiasi scopo. E’ il punto dove i mezzi e i fini si incontrano e si mischiano. Il terrore non è un mezzo per imporre le decisioni al nemico; è la decisione che noi vogliamo imporre a lui” (pag 59). Cioè di per sé e questo è possibile perchè “il terrore può essere instillato solo se la fede del nemico è distrutta. Per instaurare il terrore nei cuori del nemico, è essenziale, in ultima analisi, che la sua fede sia sradicata”.
Mi sembra che non ci sia bisogno di commenti, spaventa una simile lucidità di analisi e vengono alla mente le parole che Cormak McCarthy fa dire allo sceriffo in “Non è un paese per vecchi” (cito a memoria): “Non si può vincere una guerra se non si crede in Dio”.

Afpak
La situazione in Pakistan e Afghanistan rimane quindi sempre difficile e problematica come dimostra l’incidente dove sono morte cento cinquanta civili ad opera dei bombardamenti americani e nonostante gli incontri a Washington tra i tre presidenti. In un chiaro articolo su Foreign Policy ci si chiede quando il Pakistan si risveglierà dal torpore che lo sta portando al collasso. Il generale Petraeus ha dichiarato che le prossime settimane saranno decisive, mentre Kilcullen sostiene che il paese potrebbe collassate entro sei mesi. In questo stato di apatia la popolazione ha sviluppato una grande tolleranza per le forze antigovernative come i talebani…La maggioranza silenziosa è diventata acquiescente permettendo ai radicali di trovare rifugio tra loro piuttosto che scegliere la strada della ribellione”.
Anche il giornalista vincitore del premio Orwell Patrick Cockburn è pessimista sullo stato del paese, ma in modo particolare sulla volontà e capacità del suo presidente Garzai di sconfiggere il terrorismo. “ In Afghanistan vi sono grandi opportunità. Il regime dei talebani è sempre stato odiato dalla maggioranza della popolazione che è stata contenta di vederlo crollare. La presenza degli americani è stata ben accolta dalla maggioranza. Gli aiuti per la ricostruzione dall’estero non sono stati molti, ma abbastanza da fare la differenza per gli afgani. Sono state le disfunzioni create dai signori della guerra e dai criminali tollerati da Karzai che hanno aperto la porta ai talebani.”

USA
Se questa è una guerra ideologica, che militarmente può essere solo arginata, ne consegue che il terreno delle idee è quello principale. Per curiosità, ecco un documento fino a poco tempo fa riservato del Centro Controtterismo Usa sul linguaggio da adottare contro Al Qaida e simili che inizia con una massima che dovrebbe essere tenuta a mente sempre nella lotta: “Non è importante quello che dici, ma come loro ti capiscono”.

Lo stato della lotta al terrorismo negli USA viene illustrata in questo rapporto che esce annualmente a cura del Dipartimento di Stato.

Israele
Shimon Peres ha rilasciato il 5 maggio un’intervista dove sostiene un principio molto importante che ritroviamo espresso anche in un articolo di Fiamma Nirenstein: che Israele è disposto a pagare un prezzo alto per la pace e che la situazione attuale in Medio Oriente è piena di rischi ma anche di opportunità.

Kilcullen e il Pakistan

Articolo su Ragionpolitica venerdì 8 maggio


Il 23 aprile scorso, l’esperto di contro insorgenza internazionale, il consulente di Petraeus nonché autore del libro appena pubblicato “The Accidental Guerrilla. Fighting Small Wars in the Midst of a Big One” è stato ascoltato dal Comitato statunitense per le Forze Armate a proposito della situazione in Pakistan. Il quadro che ne ha dato è stato desolante e, se consideriamo anche il deteriorarsi della situazione in Iraq, lo stallo nella crisi israelo palestinese e la corsa verso il nucleare dell’Iran, possiamo dedurne che la situazione in Medio Oriente offre pochi barlumi di speranza. L’ex ufficiale australiano, attraverso una semplice operazione di confronto, ha solo constatato quello che spesso si dimentica: da una parte i soldi dei contribuenti americani spesi per quel paese, dall’altra i risultati.
Dal 2001, gli Stati Uniti hanno finanziato attività in Pakistan per 10 miliardi di dollari, di cui tra gli 80 ed i 120 milioni al mese per sostenere le operazioni dell’esercito in Afghanistan.
Nell’altra colonna, Kilcullen ha elencato la durezza della realtà dei fatti. Nel 2004, dopo una fallita offensiva nel Waziristan, le autorità pakistane hanno concordato un accordo con i talebani a cui hanno ceduto ufficialmente il controllo di parte della stessa valle, seguito da un altro cedimento nel 2006 che ha permesso un offensiva nemica nello stesso inverno che si è protratta in quello successivo e, per finire, l’accordo del 2009 che ha permesso il governo di intere regioni da parte dei talebani. Nelle zone invece sotto controllo, per così dire, del potere legittimo si è assistito ad un aumento degli attentati suicidi in tutto il paese; al rilancio della sharia anche al di fuori dell’area tribale; nel dicembre 2007, all’assassinio di Benazir Bhutto; al supporto esplicito di alcuni settori dei servizi segreti (ISI) ai guerriglieri talebani; nel 2008, ecco le bombe al prestigioso hotel Mariott a Islamabad, segno della precarietà del potere centrale, e l’azione terroristica a Mumbai in India ad opera di un gruppo addestrato e finanziato dall’ISI; alla chiusura delle vie di comunicazione ai convogli che rifornivano le truppe NATO in Afghanistan a causa della distruzione di centinaia di veicoli; all’uccisione di centinaia di funzionari civili e militari che si sono rifiutati di avallare l’operato dei gruppi mussulmani estremisti; agli incidenti tra le guardie di confine pakistane e le truppe NATO; alla ripresa di movimenti di insorgenza in Baluchistan; alla scoperta, ma non alla distruzione, di cellule talebane nelle maggiori città; agli attacchi alla popolazione scita, secondo il copione già messo in atto da Al Qaida in Iraq; all’aumento di infiltrazione di guerriglieri stranieri in Pakistan, specialmente dal Punjab.
Questi elementi, ho citato solo i più evidenti della testimonianza, mostrano senza ombra di dubbio il disfacimento dello stato pakistano e la sua corsa verso la classificazione di “stato fallito” dato il moltiplicarsi di centri di potere armato ostili ad Islamabad. I fatti più preoccupanti, al limite della guerra civile, però risiedono nell’aperta rivolta dei servizi e di settori delle forze armate al governo centrale che, assieme al manifestarsi della crescente forza dei talebani e affini, conduce verso il caos. Ma il Pakistan non è la Somalia: l’arma nucleare e la situazione geografica tra India, Afghanistan e Iran, rendono impossibile la politica dello struzzo. E allora che fare?
Ecco la conclusione dura del consulente di Petraeus. Innanzitutto riconoscere la realtà: accanto ad una maggioranza di establishment e di popolazione sicuramente contro vecchi e nuovi talebani, fondamentalisti e signorotti della guerra tribali, vi è sicuramente una forte minoranza, ma maggioranza in alcuni settori come le guardi di frontiera e i servizi segreti, cha sta al fianco degli insorgenti. Quindi, visto che gli Stati Uniti non possono abbandonare il paese al proprio destino, la prima necessità è costruire una polizia e dei servizi che siano fedeli alla causa e la seconda priorità è rappresentata dal rafforzamento delle istituzioni civili. Ecco il pesante compito – sì di contro insorgenza, ma sarebbe più corretto a questo punto dire di soluzione geopolitica - che ricade tutto sulle spalle degli americani in un’opera che sta assomigliando più alla tela di Penelope che ad un’azione risolutiva.
Leonardo Tirabassi

giovedì 7 maggio 2009


“Cambiare rotta. La rinascita dell’identità di Firenze davanti alle sfide urbanistiche”
8 maggio 2009; ore 15,30, Hotel Rivoli, via della Scala n.33
Convegno organizzato dal Circolo dei Liberi
Il Circolo dei Liberi – federato con la Fondazione Magna Carta – ha organizzato per venerdì 8 maggio il convegno “Cambiare rotta. La rinascita dell’identità di Firenze davanti alle sfide urbanistiche”.
Il titolo è emblematico. In poche parole vogliamo cogliere un punto centrale sullo stato attuale della politica, e in modo particolare di quella urbanistica, della città. L’assoluta inefficienza degli interventi degli ultimi 20 anni indirizzati alla ricerca di una modernismo senza idee che non ha mai rispettato la storia dell’identità fiorentina e che non riesce nemmeno a mantener fede ai propri impegni, seppur discutibili. Tra il 1949 e il 1965, infatti, vi sono stati ben tre piani (Michelacci, Detti, Bardazzi e altri) completamente disattesi mentre si è andati verso un’attivismo dettato dalla necessità di “fare comunque qualcosa”, cercando di riempire l’area di Castello. Ora si aggiunge anche la beffa del rinvio del Piano strutturale, iter cominciato ben 9 anni fa!
Nel contempo, il centro di Firenze, con una politica cieca e suicida, veniva svuotato delle sue due funzioni principali, quella abitativa e quella legata alle attività lavorative. Ecco allora lo spostamento di uffici, sedi amministrative, del tribunale ecc. verso la periferia e l’abbandono di edifici centrali oggetto di attività speculative o sotto utilizzati.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una attività edilizia scriteriata inefficiente e senza nessun rispetto per il “bello”. Ecco la costruzione della “Pensilina” di Piazza Stazione, diventata vecchia dopo appena pochi anni, lo “sgabello” agli Uffizi di Isozaki, il nuovo obbrobrio dell’allestimento di piazza Santa Maria Novella, il guazzabuglio del Palazzo di Giustizia, lo “sbaglio” del parcheggio alla Fortezza, l’intasamento dell’ area Fiat Fondiaria e i progetti futuri verso Castello. Comune, Regione, Soprintendenza, tutte gli enti deputati alla gestione del territorio sembrano ormai aver abdicato alla funzione di governo delle trasformazioni necessarie nel rispetto dell’identità di Firenze. Sviluppo urbano in periferia senza peraltro riqualificarla, anzi intasandola di traffico e rendendola più invivibile di prima, con l’effetto perverso di aver fatto anche lievitare i prezzi delle abitazioni.
Il fatto più significativo dell’inadeguatezza del ceto politico-amministrativo attuale è data dall’aver adottato soluzioni che generano più problemi di quanti ne risolvano, in una parola, dannose. Il caso “tramvia” è emblematico. Invece di affrontare il nodo centrale della mobilità lungo l’asse da Nord a Sud, dal Valdarno verso Prato e Pistoia, si è scelta come prima tratta una connessione secondaria e per di più adottando mezzi non idonei alla città. Una casta burocratica, senza nessun rispetto del “principio di realtà”, ha sostituito al buon senso i cascami di una ideologia del moderno e, se l’iniziativa della magistratura fiorentina troverà conferma, senza offrire nemmeno un’idea di sviluppo rispettosa della legge.
A discutere di tutto questo, il Circolo dei Liberi ha invitato personalità fiorentine che si confronteranno con punti di vista esterni. Sono quindi stati invitati: Giuseppe Romano, caporedattore di Il Domenicale e docente nella facoltà di Comunicazione dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Pietro Pagliardini, architetto e curatore del blog “De Architectura”; Gabriele Morolli, docente di Storia dell’Architettura e Gianni Cavallina di Progettazione dell’Architettura entrambi alla facoltà di Architettura di Firenze; Carlo Mocenni, architetto; Delfo Del Bino architetto e saggista; Franco Camarlinghi, commentatore politico sul Corriere Fiorentino; Edoardo Tabasso e Elisa Sassoli, docenti in Media e Giornalismo a Scienze Politiche (Università di Firenze); Peter Glidewell, storico dell’arte e assessore alla Cultura nel Comune di Salemi nella giunta Sgarbi. Leonardo Tirabassi, presidente del Circolo, introdurrà il dibattito mentre Stefano Borselli modererà la discussione.

lunedì 4 maggio 2009

"Ancora sulle guerre moderne"

Articolo pubblicato su Il Domenicale, sabato 1 maggio, 2009


"L’11 settembre ha costretto l’opinione pubblica mondiale a confrontarsi con una guerra inaspettata e crudele, terribile nella sua novità. Chi aveva sperato nella forza di persuasione dell’unipolarismo americano ha dovuto ricredersi e velocemente: il guazzabuglio della storia ha avuto il sopravvento e non poteva essere altrimenti.
Nuove sfide hanno bisogno, però, di strumenti concettuali adeguati che sappiano cogliere la diversità, perchè, ripetendo la lezione del Prussiano, ogni epoca ha il suo tipo di guerra.
E’ vero, c’erano stati segnali premonitori, tracce di cambiamento, basti pensare, per fare un esempio, alla strage compiuta già nel lontano 1983 con un’autobomba alle basi americana e francese in Libano dai nascenti Hezbollah. E infatti si era tornati a parlare di nuove vecchie guerre con le potenze occidentali impegnate a combattere lontano da casa contro opponenti non sempre ben definiti, con o senza divisa. E, piano piano, strateghi, generali, internazionalisti hanno provato a illuminare l’incubo.
Ecco affacciarsi concetti come “guerre identitarie”, discettare di “asimmetria di forza” tra i contendenti, di “guerre tra la popolazione”, di “stati falliti” e “terrorismo globale”, di “guerre senza limiti” e “senza fine”, di “scontro di civiltà”, di effetti perversi della globalizzazione, quali la frammentazione degli stati nazionali e la nascita di sentimenti di rivalsa e contraccolpi antimodernisti. Qualcuno, come il celebre stratega israeliano Van Creveld (The Transformation of Wa,r del 1991, ben prima quindi dell’attentato alle Torri gemelle) aveva indirizzato il suo occhio attento sulla fine del paradigma dominante dello stato nazione e delle conseguenze che un mondo post Westfalia apportava necessariamente alla guerra, ma le burocrazie sono lente ad adattarsi alle novità.
La speranza, e la soluzione, per l’unico attore in grado di affrontare i nuovi conflitti, era sempre riposta nella straordinaria e impressionante forza derivante da una supremazia tecnica senza pari. Ecco quindi le net war, la celebre “Revolution in Military Affairs” (RAM), l’informatizzazione delle forze armate verso un super esercito. Illusione (positivista?) di dissipare una volta per tutte la “nebbia della guerra”, basata interamente su di una premessa teorica nascosta, molto americana, del primato della tecnica; come se massimizzando l’efficienza si potesse fare a meno del fattore umano! Visione peraltro coronata da alcuni successi significativi. La seconda guerra del Golfo, la fine del regime di Milosevic, la stessa presa di Kabul da parte afgana con l’aiuto delle forze speciali e dell’aviazione americana con la ormai celebre metafora del berretto verde a cavallo con pc e telefono satellitare, figura retorica speculare: anche i nemici fanno parte dello stesso mondo (non a caso uno dei migliori libri sulla guerra in Afghanistan si intitola ”Koran, Kalashnikov, and Laptop : The Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan” di Antonio Giustozzi).
C’erano stati, sì, aggiornamenti importanti nella dottrina ufficiale, si vedano ad esempio il National Defense Strategy (2005) e la Quadriennal Defense Review (2006) in cui si riconosceva il fatto della natura delle future sfide che richiedevano la battere strade alternative alla scoperta di nuove soluzioni. Ma la dottrina ufficiale non aveva subito variazioni. Donald Rumsfeld, lo aveva spiegato bene in un articolo su Foreign Affairs del 2002 da titolo eloquente, “Transformig the Military”. Il Pentagono rimaneva saldamente avvinghiato all’ ”american way of war” aggiornata alle nuove tecnologie, alla preferenza dello scontro con forze convenzionali, magari nella pianura di Fulda. Il resto dei conflitti, appunto, era sempre visto come altro.
Con questo bagaglio dottrinale, la superpotenza si è imbarcata nella guerra afgana e nella terza guerra del Golfo e purtroppo la realtà si è dimostrata di una consistenza diversa dai desideri. Se il cambiamento di pensiero strategico a livello di teatro, ormai avvenuto, lo si deve al generale Petraeus e ai suoi consiglieri, il passaggio, ancora non completato, ad un nuovo paradigma in grado di cogliere la realtà dei nuovi conflitti in generale non ha un padre unico, è frutto di più voci (una delle prime è quella di Erin M. Simpson, “Thinking about Modern Conflict: Hybrid Wars, Strategy, and War Aims” paper, April, 2005, citata anche da David Kilcullen nel suo ultimo libro) anche se la sistematizzazione migliore si deve a Frank G. Hoffman, ex ufficiale superiore e ricercatore presso il Potomac Institute for Policy Studies, serbatoio di cervelli per il corpo dei marines, con base ad Arlington in Virginia. In uno studio del dicembre 2007, “Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid War”, il colonnello sostiene un fatto eclatante. Fino ad oggi gli Stati Uniti hanno affrontato i conflitti secondo una classificazione precisa basata sull’analisi di molteplici sfide - convenzionali, irregolari, catastrofiche - da affrontare con differenti approcci. Ma il presente non è così semplice e lineare. In primo luogo, il contesto in cui gli attori si muovono è un mondo globalizzato con tutto quello che significa (circolazione di merci, persone, denaro e informazioni, diffusione della tecnologia e disponibilità senza limiti dei nuovi media; tutti fattori che avvicinano e unificano, in una stessa cornice, fenomeni prima tra loro distanti e indipendenti). In secondo luogo, lo sfidante della super potenza è disposto ad utilizzare qualsiasi mezzo pur di aggirare, e neutralizzare, la forza impari degli Stati Uniti; in terzo luogo, si assiste ad una lotta senza quartiere per la conquista dell’opinione pubblica mondiale, scontro che ha lo stesso rilievo del conflitto armato. Un altro cambiamento fondamentale è rappresentato dal differente utilizzo della violenza: oggi la guerra spesso è usata non per sconfiggere in modo definitivo e totale l’avversario, ma per cambiare i rapporti di forza. E’ perciò lo stesso campo di battaglia a non avere più confini precisi, ad allargarsi fuori misura; tra interventi diplomatici, battaglie di propaganda, operazioni di peace keeping, state building, da un lato, e guerra vera e propria, dall’altra, rimane certo una differenza profonda, ma tutte le operazioni adesso devono essere viste facenti parti di un unico contesto e unite nella stessa visione strategica. Con la conclusione amara: ai nuovi attori, per vincere il Golia americano è sufficiente non perdere, mentre alla potenza occidentale non basta solo sconfiggere militarmente il nemico, ma deve riuscire a trasformare la superiorità sul terreno in vittoria strategica, senza velleità di soluzioni definitive.
Per inquadrare questo stato di cose, il termine migliore coniato è quello di “guerre ibride”, così definite perché incorporano uno spettro di differenti modi di combattere, utilizzati contemporaneamente, includenti capacità convenzionali e formazioni irregolari, atti terroristici, compreso la violenza indiscriminata, la coercizione e anche l’uso della criminalità organizzata (ne è un esempio l’infiltrazione di Al Qaida tra i pirati somali). Lo scenario futuro insomma presenterà un’unica combinazione e sinergia di una varietà incredibile di mezzi e metodi, impiegati in modo deliberato, da parte di un avversario flessibile e sofisticato, per colpire i punti deboli delle società occidentali. Questo non significa il declino o addirittura la fine delle guerre convenzionali e tradizionali tra stati; già da adesso si vede la fusione delle differenti forme della guerra, in un misto di conflitti regolari e irregolari condotto da attori statali o non statali. Anche le armi utilizzate stanno subendo la stessa trasformazione – qui, bisogna riconoscerlo, Rumsfeld aveva capito bene - e sempre più i conflitti vedranno l’impiego contemporaneo di mezzi tecnologici sofisticati, armi tradizionali e pre moderne. A differenza della teoria della guerra rivoluzionaria teorizzata da Mao, che prevedeva un succedersi ordinato di stadi con l’impiego crescente di violenza organizzata, la nuova guerra è caratterizzata dalla fusione degli elementi e da azioni diverse in simultanea, rispondenti però ad una direzione strategica unica, non importa quanto lasca. Insomma, se l’argomento non fosse tragico, si potrebbe parlare di entrata del post moderno, del sincretismo new age nel mondo di Marte."

"Appunti internazionali", n°2, 1 maggio

Afghanistan
L’ Afpak, con questo acronimo che indica la comune radice della crisi vengono unificati in un’unica entità il Pakistan e l’Afghanistan, continua a occupare l’attenzione degli osservatori internazionali.
La prima notizia riguarda lo sforzo sempre più grande degli alleati anglosassoni nella guerra: in questo caso è l’Australia a rispondere,vista anche la propria posizione geografica, agli appelli americani e inviare ulteriori truppe, senza le limitanti regole d’ingaggio degli altri paesi europei, arrivando a 1550 uomini circa.
Un’altra buona notizia. In tre province, saranno mandati qualcosa come 20.000 marines; inizia così la lotta contro il traffico di oppio, fonte di guadagno per i talebani e vari signori della guerra: si calcola che il commercio del papavero, che fa dell’Afghanistan il primo produttore mondiale con il 90%, ammonti a 300 milioni di dollari l’anno. Fino ad oggi questa fonte di illegalità è stato tollerata, come il male minore, dal governo afgano e dai suoi alleati occidentali, ma “tutto si tiene”: il problema è che se a questa azione di sradicamento non ne viene collegata un’altra per dare un lavoro e un reddito ai contadini, saranno state create truppe fresche per i talebani.

In grafico, il confronto della violenza in Afghanistan e Iraq; infatti le previsioni future rispetto ai combattimenti non sono certo rosee, anche a detta dei comandanti americani.
Per chi volesse approfondire, può leggersi il report a cura dal Center for American Progress del 17 novembre 2008. “ Il Pakistan è situato nello snodo di una delle regioni più complicate dal punto di vista geopolitica del mondo – afflitta da povertà, proliferazione nucleare e terrorismo globale. Con una popolazione in crescita di più di 165 milioni di abitanti, il Pakistan è un link vitale tra il sud, l’Asia Centrale e il Medio Oriente. Le multiple sfide interne si espandono al di là dei suoi confini e hanno un impatto di vasto raggio sulla stabilità regionale e globale. Come lo stato della situazione in Afghanistan, India, Iran e nei paesi dell’Asia Centrale ha influenza sul Pakistan, così gli eventi pakistani si trasferiscono sui suoi vicini”.

Pakistan
Il governo americano ha lodato quello pakistano per la ripresa dell’iniziativa militare contro i talebani. Le truppe del governo di Zardari hanno finalmente ingaggiato battaglia a non più di 150 chilometri da Islamabad, ma è presto per dire se questa operazione segna una svolta nella non azione del governo pakistano. Intanto il governo americano ha aumentato i fondi per la lotta contro i talebani pakistani, ma il capo di stato maggiore USA in visita in quel paese si è detto estremamente preoccupato della situazione. Che Obama in questo caso non scherzi, lo dimostra anche la cifra richiesta al senato per finanziare la lotta al terrorismo: 83,4 miliardi di dollari! E questa è anche l’idea di Robert Kagan: “Il presidente Obama ha disarcionato l’ala sinistra dei democratici”. Ma non è detto che riesca a passare al vaglio dei eletti del suo stesso partito in parlamento, preoccupati dell’incremento dell’impegno in uomini e soldi per il Pakistan, senza un ritorno visibile. Anche McCain si è fatto sentire con la proposta, del tutto condivisibile, di introdurre degli elementi di verifica dello straordinario sforzo USA.

Iran
Continua l’azione dei paesi arabi per arginare il tentativo iraniano verso il raggiungimento di una egemonia regionale. L’Egitto ha accusato esplicitamente la ex Persia di fomentare e pagare Hamas per mettere in crisi il governo Mubarak – è stata scoperta una cellula formata da 50 militanti nella capitale egiziana - che, in modo nemmeno tanto coperto, sta agendo in sintonia – leggi collaborazioni tra servizi segreti - sia con americani che con israeliani. Ma la notizia più notevole è che anche l’Arabia opera in questa direzione di intessere rapporti con l’odiato nemico sionista, pur di bloccare l’avanzata di Tehran che, d‘altra parte, non sta certo a guardare. Infatti il cerchio dei suoi alleati arriva ora al Sudan, al Qatar mentre sviluppa i rapporti di amicizia con il Venezuela di Chavez. Ma l’Iran rimane una pedina necessaria nel Grande Gioco se le nazioni occidentali vogliono stabilizzare l’Iraq, il Pakistan e l’Afghanistan; infatti una delegazione iraniana, guidata dal ministro degli esteri Manouchehr Mottaki, il 26 aprile si è incontrata a Kabul, con le sue controparti afghnae per discutere i problemi della lotta al terrorismo e al traffico di eroina che passa a fiumi attraverso il confine condiviso. Così mentre l’Iran va verso il nucleare, nonostante le pressioni dell’ inviato speciale della Casa Bianca Dennis Ross, il regime scita ha anche degli interessi in comune con gli Stati Uniti.

Iraq
La situazione in Iraq sta peggiorando a causa della ripresa di attentati e della scarsa volontà del governo Maliki di proseguire sulla strada delle riconciliazione nazionale che passa verso atti di buona volontà nei confronti dei sunniti e degli ex baathisti. Le difficoltà oggettive non sono lievi: da una parte ci sono gli sciiti filo iraniani pronti ad accusarlo di arrendevolezza nei confronti degli ex nemici, dall’altra chi ha sconfitto Al Qaida, appoggiato dagli americani che per altro sostengono anche lo stesso primo ministro. Sullo stato del “movimento del risveglio sunnita” , il Los Angeles Times riporta storie significative di due personaggi di cui uno ha intrapreso la carriera politica e sta cercando di entrare nel governo, mentre l’altro non ha deposto le armi e sta combattendo contro i partiti al potere.
Il New York Times presenta il punto di vista di un alto generale di Saddam, ora in Giordania, e di un suo rifiuto a collaborare con il governo iracheno a causa delle attuali posizioni di Maliki che da parte sua ha accusato gli USA di aver violato gli accordi (SOFA) compiendo un raid, il 26 aprile, contro cellule sciite dove è rimasta uccisa una donna. Intanto vi sono dichiarazioni, provenienti da ambienti del governo, sull’impossibilità per le truppe USA di rimanere nelle città come Mosul dopo la scadenza del 30 giugno, data che segna l’inizio della nuova fase: “se avremo bisogno dei soldati – ecco il senso delle affermazioni – saremo noi a richiamarli”. Accanto a queste notizie preoccupanti, bisogna anche considerare quelle positive come la ricostruzione che sta avvenendo ad un buon ritmo: ad esempio, è stato riaperto l’acquedotto nella zona di Kandhar.

Emirati Arabi

Gli Emirati Arabi (video divertente anche per il contrasto tra le armi, i veli e la presentatrice) spenderanno quest’anno in importazione di armi dagli USA la bella cifra di 7 miliardi di dollari, diventando il terzo paese importatore dalla super potenza.

Giordania
Intervista al ministro degli esteri giordano sui rapporti con gli Stati Uniti, l’amministrazione Obama e il regno hascemita, uno dei pochi paesi arabi a intrattenere veri buoni rapporti con l’occidente. “ il conflitto medio orientale, il conflitto arabo israeliano, al centro del quale vi è il conflitto arabo palestinese, non può essere descritto come un conflitto locale o regionale; è un conflitto globale”. Riguardo ai passi che l’amministrazione Obama sta intraprendendo per aprire colloqui di pace, Nasser Judeh afferma: “Credo che sia molto importante in questa fase non porre pre condizioni. Forse è saggio non fare nessuna dichiarazione preventiva su cosa succederà”. Inoltre vale la pena di leggersi anche l’intervista ad Assaf David, analista esperto di questioni medio orientali, sempre sul Middle East Progress.

Questione israelo-palestinese
Sembra che la nuova amministrazione Obama voglia intraprendere colloqui con Hamas, incluso nella lista dei gruppi terroristici. Infatti il presidente americano vuole incontrare separatamente i protagonisti del conflitto per riuscire a sbloccare la situazione. Daniel Kurzer, ambasciatore in Israele con Bush e i Egitto sotto Clinton, sostiene che la situazione “sembra abbastanza triste… con una leadership palestinese divisa politicamente e geograficamente e con una assenza di qualsiasi movimento tra israeleiani e palestinesi”. Ma tutta l’intervista, dai toni meno pessimistici della citazione, apparsa sul sito del Council for Foreign Relations, è estremamente interessante e quindi da leggere.
Segnaliamo inoltre la riapertura del dibattito sulle possibili soluzioni del conflitto. Qui la posizione del professor Efraim Inbar che nel suo ultimo libro “La sicurezza nazionale di Israele. Problemi e sfide dalla guerra del Kippur” sostiene, ma forse sarebbe meglio dire “constata”, l’impossibilità della soluzione “due popoli, due stati”. ”La saggezza convenzionale suggerisce che la creazione di uno stato palestinese sia la tappa necessaria per la fine del conflitto… (Invece, data la situazione, concludo che) un risultato pacifico in accordo con questo paradigma è lontano da emergere in un vicino prossimo: i due movimenti nazionali, quello palestinese e quello sionista, non sono vicini a siglare un compromesso storico e i palestinesi non sono capaci a costruire uno stato”.

USA
Continua il dibattito sui metodi d’interrogatorio usati dalla Cia. La decisione di Obama è nota a tutti, politicamente corretta ma senza individuare nessuna responsabilità: “la CIA ha sbagliato ma nessuno paga”. Posizione che ha dell’incredibile! Se sono stati commessi dei reati, si vada in fondo, altrimenti di che si parla? Ecco, a spiegare qualcosa, l’articolo di Porter Gross, direttore della CIA dal 2004 al 2006: “ Una forma epidemica di amnesia sembra star affliggendo i miei ex colleghi a Capitol Hill. Dopo l’11 settembre i membri del comitato parlamentare di valutazione dei servizi segreti della nazione non avevano nessun altra priorità altro che fermare Al Qaida. Nell’autunno del 2002, quand’ero capo della commissione servizi alla Camera, vi furono diverse riunioni e informazioni sul “Programma anti terroristi di serie A” comprese le tecniche di interrogatorio utilizzate”. Quindi tutti sapevano… E che nessuno faccia adesso la mammoletta! C’è anche da aggiungere come nota Stratfor che “l’effetto finale dell’autorizzazione alla pubblicazione delle memorie è quella di aver creato un profondo stato di incertezza negli agenti che hanno impegnato la loro vita in prima fila nella lotta degli Stati Uniti contro il terrorismo e che adesso si domandano se ne sia valsa la pena…anche perché hanno agito in questo modo seguendo gli ordini della passata amministrazione”. In fondo la questione è abbastanza semplice. L’11 settembre è successo qualcosa di incredibile a cui l’amministrazione Bush ha fatto fronte come ha potuto: al di là di tutto, come lo stesso Obama ha riconosciuto, adesso l’America ha voltato pagina, cioè è più sicura. L’unico vero errore è che forse ha chiesto troppo a se stessa: una nazione egemone non è un impero in senso classico e non ne ha neppure le risorse: non può ingaggiare da sola allo stesso tempo due guerre, reggere il confronto mondiale con il colosso cinese, reggere una crisi finanziaria mondiale e così via.
Per chi è interessato alle questioni di sicurezza, il Pentagono ha iniziato i lavori per l’elaborazione della Quadrennal Defense Review, il documento strategico che esce ogni 4 anni, cioè il prossimo nel 2010.
Sui giornali di tutto il mondo, articoli a sfare sui primi 100 giorni di Obama: qui il Washington Post.