giovedì 15 ottobre 2009

Due libri sull’Afghanistan che fanno discutere la Casa Bianca


 

L'Occidentale, 13 ottobre.

Da quando, più di un mese fa, il rapporto del generale MC Crystal, il comandante in capo delle truppe della coalizione in Afghanistan, è sul tavolo del Presidente Obama, due strategie si stanno confrontando pubblicamente in ogni sede possibile, dalle riunioni riservate del governo agli studi televisivi. Guerra di contro insorgenza, più uomini sul territorio, garantire la sicurezza delle popolazioni o invece limitarsi a combattere Al Qaida con interventi mirati? Pubblicità del dibattito e durata della decisione del nuovo Nobel per la pace ci sembrano eccessive visto che permettono perfino ai talebani di intervenire nella discussione. Come altrimenti vanno infatti lette le azioni militari e i comunicati dei vari gruppi che si stanno succedendo in questi giorni?

Premesso che i talebani siano così generosi da concedere il tempo necessario affinchè venga presa una decisione razionale,questa pubblica discussione sull'arte militare ha però il pregio di far riflettere politici e cittadini di contro insorgenza, di guerre asimmetriche, post moderne e quant'altro in una sorta di corso accelerato di strategia.

E' inevitabile allora che il campione di confronto, il metro con cui misurare l'esperienza attuale non possa altro che essere il Vietnam, la sconfitta storica degli Stati Uniti, cicatrice ancora fresca a più di trenta anni dalla sua fine.

Anche in questo caso, quasi le due stesse ipotesi strategiche si scontrano. I fautori dell'impiego limitato, la Casa Bianca, contro i militari iscritti al partito del maggior impegno sul territorio. A sostegno della prima tesi, "Lessons in Disaster" di Gordon M. Goldstein, contro "A Better War" di Lewis Sorley. Se il primo è fresco di stampa, il secondo è del 1999, ma attuale rimane la lezione e infatti nelle librerie intorno al Congresso i due testi sono introvabili, andati letteralmente a ruba in questi giorni di decisioni.

Goldstein sostiene alcuni punti in modo estremamente chiaro, ma limita la sua analisi della guerra vietnamita fino all'esperienza fino a quando avvenne l'offensiva del Tet nel 1968 che segnò la fine del comando del generale William Childs Westmoreland. Arrivato nella penisola indocinese nel 1964, dette inizio ad un escalation di truppe incredibile passando da 16.000 uomini presenti a ben 543.000 nel 1969! Tutta la sua strategia fu contrassegnata dalla famigerata azione di "search and destroy" per niente attenta né ai bisogni della popolazione civile, né ai cosi detti "danni collaterali" fino a utilizzare il bombardamento aereo in stile Seconda guerra mondiale sul Vietnam del Nord e l'uso delle bombe al napalm. Le truppe americane non solo non riuscirono a prevalere su quelle vietnamite, ma finirono così per essere additate come nemiche da una parte consistente della propria popolazione.

Il punto per cui il libro di Goldstein è portato avanti come una Bibbia dagli avversari di McCrystal sta nella convinzione che un semplice aumento di truppe serva solo a impelagare sempre di più gli americani in Afghanistan, rendendo difficile ogni controllo della situazione, perché assente ogni definizione accettabile e misurabile di vittoria. In pratica a MCCrystal-Westmoreland mancherebbe una visione complessiva del "problema" e quindi sarebbe meglio concentrarsi sull'obiettivo iniziale del conflitto: la caccia e sconfitta di Al Qaida.

Al contrario i sostenitori di un maggior impegno di truppe in Afghanistan si basano sulle pagine di Sorely. L'analisi di Goldstein è parziale, si ferma al primo periodo della guerra, un po' come se la storia della Seconda guerra mondiale si fermasse al primo biennio del conflitto prima dello sbarco in Normandia e della battaglia di Stalingrado. Non solo, non è possibile non considerare che il confronto tra le due situaizoni non tiene conto di una differenza fondamentale. Mentre in Vietnam l'escalation serviva a sostenere sempre la stessa guerra d'attrito, nel caso dell'Afghanistan le truppe sarebbero impegnate secondo una strategia innovativa rispetto a quella attuale.

Ma "Lessons in Disaster" ha un difetto storico preciso. Non prende in considerazione, ecco l'argomento forte di Sorely, il mutamento nella condotta della guerra apportato dal comandante che prese il posto di Westmoralend, Creighton Abrams. Egli, assieme al nuovo staff diplomatico, elaborò una nuova strategia chiamata "clear and hold" tutta centrata sul soddisfacimento delle esigenze della popolazione sia in termini di sicurezza che sul piano socio economico. E così fu. Grazie al programma Phoenix fu lanciata la riforma della terra cosicchè ben 400.000 contadini divennero piccoli proprietari, furono organizzati i gruppi di autodifesa popolare per rispondere alle infiltrazioni dei vietcong si arrivò ad un miglior coordinamento tra esercito e governo civile, tra americani e alleati sud vietnamiti; tutte azioni che videro i marines all'avanguardia nell'impiego dei nuovi concetti strategici.

Ma i successi militari arrivarono tardi, troppo tardi a far cambiare idea a governanti che non avevano nessuna intenzione di contrastare una pubblica opinione ormai stanca.

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