mercoledì 7 ottobre 2009

McCrystal ha ragione

Ragion Politica, 6 ottobre

Per un caso della storia, fortuna nella sventura, la discussione su come il nostro paese debba agire riguardo l'Afghanistan, il problema afgano, sorta a causa dell'uccisione di sei nostri soldati, avviene in parallelo a quella che sta affrontando il nostro maggiore alleato, gli Stati Uniti. A Washington infatti Obama deve decidere sulla richiesta avanzata dal generale Mc Crystal di inviare più truppe sul quel teatro di guerra, decisione difficile a causa dell'opposizione sostenuta dalla maggior parte del suo partito e in settori della pubblica opinione. E questa coincidenza permette al nostro dibattito di divenire internazionale, di fare confronti sulle modalità, procedure, argomenti portati avanti nei due paesi. Insomma è un buon modo per sprovincializzarci.

La guerra, l'uso della forza da parte di uno stato per di più democratico, è l'atto più alto, la decisione più gravosa che un governo debba prendere in assoluta responsabilità. D'altra parte ogni organizzazione sociale, anche la più semplice, si determina nella garanzia dell'ordine interno e nella difesa dei confini da nemici esterni. Il tema della sicurezza è la qualificazione della politica, della sovranità. In tempi di pace non ce ne accorgiamo, la sicurezza interna o esterna è data per scontata; per noi europei figli della Seconda guerra mondiale, tanto più dopo il crollo del muro di Berlino, non ci sono più nemici. Non capiamo nemmeno perché qualcuno voglia ci voglia attaccare.

Ecco vorrei partire proprio da un' analisi delle percezioni, di come viviamo la guerra per arrivare a discutere sul "che fare?" in Afghanistan, proprio perché è a partire da questa disamina che possiamo ricavare una buona base di partenza, comune all'esperienza di tutti. In altri termini, per capire cosa è in discussione in quel paese, dobbiamo capire chi siamo noi.

Questa operazione è necessaria, tanto più la guerra è lontana, tanto più l'Europa, e l'Italia in particolare, è disabituata ad avere una grammatica della guerra, di cosa sia anche la sicurezza, l'interesse nazionale, gli obiettivi primari, le diverse strategie per raggiungere questi fini. Tanto più la necessità delle armi si allontana, tanto più insomma aumenta il senso di sicurezza e tanto più ci dimentichiamo di cosa sia il linguaggio delle armi. Noi italiani non siamo abituati a parlare di guerra. Il dramma di essere stati tra glia aggressori nel 1940, del disfacimento dello stato con l'8 settembre, di cinquant'anni passati sotto la protezione dell'aquila americana, a cui si devono aggiungere i luoghi comuni del pacifismo politicamente corretto catto comunista, ci hanno fatto dimenticare l'esistenza della guerra nel mondo, della sua necessità. Verità che si riflette anche nella nostra Costituzione, in quell'articolo 11 più volte chiamato in causa. Se queste sono le condizioni culturali del paese – fino a trasformarsi in tratti antropologici -, non stupisce il modo in cui i nostri governi, specialmente quelli di centro sinistra, hanno condotto il paese nei vari teatri mondiali a partire da quell'operazione in Libano nel lontano 1982. "Peace keeping", "peace enforcing", "state buiding", insomma tutte azioni di pace in cui i soldati italiani svolgono il ruolo di missionari, infermieri e geometri, al massimo un po' armati, ma solo per difesa personale! Questa è la vulgata che si racconta.

Forse non ce ne siamo accorti,ma in queste venti righe abbiamo già trovato parole con un significato importante, denso di conseguenze. In primo luogo, discutiamo di fatti d'armi che sono avvenuti lontano da casa nostra, in terre dove noi italiani combattiamo assieme ai nostri alleati; parliamo di ritiro dopo la morte di sei soldati uccisi da un kamikaze a Kabul; discutiamo se è il caso di rimanere e come a combattere una guerra e lasciatemelo dire, notiamo una certa stanchezza trasversale agli schieramenti politici e nella pubblica opinione dopo otto lunghi anni.

Quindi abbiamo molti dati e concetti: guerra oltre mare tra eserciti di paesi più forti del mondo in assoluto e in confronto al nemico, un avversario che non è nemmeno un esercito di uno stato straniero, ma è formato da bande di irregolari che usa armi non tradizionali (un auto piena di esplosivo) con metodi non tradizionali (il lancio della bomba attraverso il sacrificio di un uomo), una discussione ampia nel paese dopo sei morti in una guerra, una certa stanchezza trasversale dopo otto anni di guerra. Un ultima osservazione, forse la più pregnante che andrebbe detta all'inizio dei modi con cui si vive la guerra: in Italia, fino a quando non sono morti quei poveri ragazzi, nessuno – se non gli addetti ai lavori - discuteva di questa guerra, cioè della guerra ci si accorge solo quando muoiono i nostri soldati! Mai se muoiono quegli altrui e mai se vincono i nostri!

Traduco questi concetti con termini tratti dal linguaggio tecnico. Guerra asimmetrica, sensibilità alle perdite del fronte interno e stanchezza dell'opinione pubblica, guerre vitali, o necessarie, guerre per scelta, guerra simmetrica, strategia d'attrito.

La prima osservazione riguarda il rapporto tra determinazione delle truppe a combattere che nel governo e nell'opinione pubblica a sostenerle. Interesse in gioco e motivazione sembrano strettamente correlati. A questo punto abbiamo una catena logica di concetti: guerra per necessità, interessi vitali, motivazione e forza morale, convinzione dell'opinione pubblica.

Da questo passaggio allora deriverebbe una conclusione ovvia: questa è una guerra intrapresa per difendere gli interessi vitali della nazione e dell'occidente, è insomma una guerra necessaria, quindi il nostro esercito è fortemente motivato a combattere sostenuto dal suo popolo e dalle istituzioni del paese. E invece le cose non stanno così! Quello che notiamo non è semplicemente una discussione sui mezzi, sulle strategie più giuste per combattere e sconfiggere il nemico; cogliamo invece una spossatezza e disattenzione, fino a rimettere in discussione sulla gerarchia degli interessi, fino a ridiscutere se veramente vi siano interessi vitali in pericolo da difendere con la vita e con la morte.

Così non viene nemmeno in mente che a fini giusti – la distruzione di al Qaida, l'eliminazione del governo talebano – possano non corrispondere mezzi sbagliati: il fatto insomma che si sia sbagliato strategia non toglie la giustezza politica e morale degli obiettivi per cui era stata intrapresa la guerra.

Perché? Per un motivo molto semplice, e passiamo al concetto di guerra asimmetrica. In questo tipo di guerre, il centro di gravità della potenza d'oltre mare è tutto politico e sta proprio nell'opinione pubblica, nella volontà di continuare la guerra. Questo è l'obiettivo che i talebani si prefiggono: sfiancare il nemico, aprire il fronte interno, la stanchezza come arma!

E i risultati di questo atteggiamento nazionale occidentale verso la guerra si vedono. Dopo la strage di Kabul, c'è qualcosa di bello e commovente nello stringersi del paese attorno alle famiglie di quelle sei famiglie, ma allo stesso tempo fanno impressione i giudizi sulla guerra. Se non sembrasse bolso patriottismo, cinismo, o, peggio ancora, disprezzo per i caduti, il sorgere di una discussione sull'andamento della campagna afgana dopo la strage di Kabul è francamente un po' incredibile.

Ecco il vero obiettivo dei talebani, di Al Qaida e di ogni tipo di terrorismo internazionale che agisca per motivi rivoluzionari e religiosi. Non vogliono vincere sul piano militare perché non possono, non ne hanno la forza e le capacità: che cosa può un Khalashinikov contro un carro armato? Sul piatto, dalla loro possono solo fare affidamento su due armi: motivazione e pazienza.

Ha ragione il generale McCrystal, il comandante in capo delle truppe occidentali in Afghanistan. Stiamo perdendo la guerra, perché abbiamo perso sul campo l'iniziativa e l'offensiva mediatica. E da qui bisogna ricominciare. Non ci sono scorciatoie, per questo è importante dire la verità all'opinione pubblica, preparala alla durezza della guerra, considerare il conflitto armato come un male necessario. Solo vincendo la battaglia per la conquista dei "cuori e le menti" della nostra opinione pubblica vinceremo la lotta contro i Talebani e Al Qaida. Dobbiamo parlare di guerra non solo quando i nostri muoiono, ma anche e soprattutto quando vincono. Altrimenti, che ci stanno a fare in Afghanistan e perché dobbiamo combattere, quando abbiamo paura a nominare la parola "guerra"?

Per riuscire a venire a capo del ginepraio dove siamo, è necessaria invece l'operazione opposta: la prima cosa da fare è rafforzare l'opinione pubblica, chiarirci le idee, dire la verità.

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