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lunedì 19 ottobre 2009

Notiziario internazionale

L'Occidentale 16 ottobre

Le difficoltà delle nazioni occidentali a trovare una soluzione efficace per le aree di crisi, in modo particolare il Medio Oriente, sono davanti agli occhi di tutti. Stati falliti, paesi sull'orlo della guerra civile sono la regola. E sempre ci si interroga su quali possano essere le soluzioni. Un caso di uscita positiva da queste situazioni difficili ci viene dalla Macedonia a causa della lungimiranza della sua leadership. Quando la ex Jugoslavia si dissolse e cadde in un bagno di sangue, il governo macedone riuscì a sventare di cadere nell'abisso della guerra civile internazionalizzando la crisi e quindi coinvolgendo immediatamente la comunità internazionale in tutte le sue articolazioni: Unione Europea, OCSE, NATO, ONU. Soft e hard power sono stati impiegati in modo intelligente: diplomazia e forza militare utilizzati con pazienza e sapienza e i risultati si vedono. Un paese schiacciato tra Serbia, Albania, Grecia, Kossovo e Bulgaria, formato da un mix di etnie di religione diversa, è riuscito a uscire indenne da ben due crisi, quella appunto successiva alla fine della ex Jugoslavia e ai tentativi secessionisti albanesi fomentati dal Kossovo.

Sempre rimanendo nei Balcani e trattando di un'area calda, eccoci al Kossovo con un'analisi di una situazione dove le due comunità, serba e albanese, sono riuscite a trovare un modus vivendi che può essere l'occasione esemplare per la Serbia per dimostrare tutta la sua buona volontà verso un'uscita definitiva dalla guerra.

Turchia. Il paese è in questi giorni al centro delle discussioni a causa del rifiuto di partecipare ad esercitazioni comuni con americani a causa della presenza con Israele, fino ad ieri unico alleato islamico di Ankara. L'European Policy Center fornisce una sintesi orientativa sul ruolo della Turchia tutta tesa a trovare una sua strada non completamente allineata con l'Occidente con il rischio di cadere però in un fondamentalismo islamico contro cui fino ad oggi sembrava vaccinata.

Cipro. International Crisis Group affronta il problema della crisi cipriota mai veramente chiusa che ha segnato una frattura tra due paesi entrambi alleati nella NATO. Conflitto di vecchia durata che sembrava solo di carattere nazionale. Due ipotesi sono sul tappeto: unità o separazione? Nodo da sciogliere approfittando della data di elezioni dell'aprile 2010 che potrebbe dire un'ultima parola sulla situazione de facto della separazione.

Europa. A proposito di stati falliti, l'Unione Europea nonostante la sua esperienza, sta svolgendo il suo ruolo nel Mondo? "Siamo abituati a bilanciare potere con potere, ma male equipaggiati a confrontarci con stati deboli: nazioni fragili possono richiedere impiego di militari in azioni di peacekeeping e rafforzare stati deboli o gestire il collasso di essi richiede strategie molto più complesse disegnate su capacità civili".


Russia. Sempre dell'European Council on Foreign Relations, una fotografia delle relazioni tra Russia e Europa: se i due paesi vogliono instaurare rapporti saldi e durate voli devono dissipare i dubbi e le reciproche percezioni errate.

La Russia dell'era Putin si è sollevata dalla sua crisi, almeno rispetto al dopo comunismo, graziealle sue risorse energetiche e alla politica ad esse collegata, oltre all'abilità del suo premier. Ecco un report del Congresso americano (purtroppo per la vostra lettura, è messo sul mio blog perché ricevuto per posta elettronica) che analizza i rapporti con i paesi circostanti gestiti in relazione alle forniture di petrolio e di gas naturale.


Iran. Sostenere la via del dialogo con Theran adesso e la screditata leadership è secondo la maggioranza degli analisti un errore madornale. "L'influenza iraniana adesso sui paesi mediorientali sta iniziando a recedere? Mentre l'attivismo del regime degli ayatollah è in pieno svolgimento, vi sono segni inequivocabili che la Repubblica islamica ha raggiunto i limiti del suo appeal".



Afghanistan. In attesa della decisione del tentennante Obama, la situazione diventa sempre più difficile e i fatti riducono i margini di scelta. Il problema è sempre e solo uno, Mc Crystal ha ragione, non è possibile nessun ritiro, nessuna scelta che limiti la guerra ad azioni antiterrorismo; fino ad oggi si è perso tempo, c'è bisogno di una guerra di anti insorgenza, di più truppe sul terreno, garantire la sicurezza alla popolazione,rafforzare l'esercito e la polizia locali, ma c'è bisogno di un governo legittimo, forte e imparziale. Ultima condizione che palesemente manca. Ecco un analisi da un osservatorio non usuale, l'istituto finlandese di politica estera. " Una complessa insorgenza si è diffusa attraverso il paese appena gruppi differenti si sono raggruppati sotto l'ombrello dei talebani e hanno iniziato ad attaccare le truppe internazionali e il governo afghano".

venerdì 9 ottobre 2009

Notiziario internazionale

L'Occidentale 10 ottobre


L'espressioni "Grande Medio Oriente" o "Medio Oriente allargato" stanno sempre di più diventando di uso corrente. Adesso l'area che abbiamo conosciuto come Asia Minore è solo un ricordo. Un serie di eventi impressionanti, dalla rivoluzione iraniana alla fine della guerra fredda, della guerra iracheno iraniana, alla guerra del Golfo in conseguenza dell' 11 settembre, fanno sì che crisi tra loro diverse e lontane migliaia di chilometri – dalla Palestina fino al Kashmir - si siano andate a connettersi, a inscatolarsi l'una con l'altra, creando un groviglio di difficile soluzione. Non a caso, il documento di McCrystal si riferisce all'influenza che tre paesi come India, Cina e Iran hanno sull'Afghanistan. Non stupisce per niente quindi che uno dei principali think thank di Delhi, l'Institute for Peace and Conflict Studies dedichi un'estrema attenzione alla situazione afghana. Infatti, bisogna sempre ricordare che i talebani sono anche un frutto dei servizi segreti pakistani sponsorizzati con una molteplice funzione, in primo luogo anti iraniana e poi anche anti indiana. E infatti adesso il governo di Karzai riceve un buon sostegno dall'India, nemica giurata degli studenti coranici con il risultato di irritare e non poco il Pakistan. Ma data la gravità della situazione che vede il rischio che anche il Pakistan con le sue bombe atomiche cada in una guerra civile, "è imperativo per i suoi vicini, specialmente India e Pakistan, di impegnarsi in modo costruttivo per stabilizzare l'Afghanistan". Per gli osservatori asiatici, questa volta da Singapore, la situazione pakistana è quasi disperata e il paese viene spesso dipinto come sull'orlo del caos.

Interessante è anche l'analisi dell'impegno americano nel paese degli ex talebani sempre da parte degli analisti della National University of Singapore con un preoccupante, e condivisibile, monito agli USA. "Se una lezione deve essere imparata dall'esperienza Americana in Vietnam … è che combattere un'insorgenza in collaborrazione con una leadership corrotta è straordinarimaente difficile. L'altra lezione è che le morti di civili rendono più facile il compito per gli insorti di reclutare truppe fresche. Entrambe le condizioni stanno minando gli sforzi americani in Afghanistan… I Talebani stanno cambiando la loro tattica, imparando tutto il tempo dall'esperienza dei militanti di altre parti del mondo come dai cambiamenti che gli americani e ei loro alleati stanno conducendo i loro sforzi. L'Iraq è stato il maggior laboratorio da cui derivare lezioni".

La conclusione è di buon senso, ma non semplice da perseguirsi nella pratica: "Il problema afghano non può essere trattato in modo isolato… ma in connessione con Pakistan e India…."


Tratto da un sito greco importante, RIEAS (Research Institute for American and European Studies), questo notevole studio di provenienza israeliana sul ruolo svolto dalla dimensione psicologica e mediatica nel terrorismo. "Psychological Victory. The Palestinian Terror Organization's Media Strategy" è il titolo del report. "Una nuova arma strategica è usata oggigorno dalle organizzazioni terroristiche palestinesi. Questa arma è dentro le nostre case e può essere vista da chiunque attorno al globo ed è molto più potente di qualsiasi altra bomba. Quest'arma strategica può raggiungere la vittoria senza sparare un singolo colpo e può reclutare migliaia di soldati semplicemente diffondendo i suoi obiettivi attraverso cavi, linee, fibre. Questa nuova arma strategica sono i mass media. Questa ricerca vuole esaminare le origini dell'uso dei media da parte dei terroristi e le tecniche da loro usate per raggiungere la pubblica attenzione".

E' uno studio da leggere, perché analizza una situazione esemplare, il conflitto israelo palestinese. Anche noi italiani ne sappiamo qualcosa di terrorismo, sei soldati uccisi da un ordigno devastante, quattro giorni di attenzione nazionale, una discussione ai massimi livelli su "ritiro sì o no" sono un risultato incredibile raggiunto da una banda di montanari semi analfabeti come i talebani. "Il sei settembre 1970, membri di un organizzazione terroristica denominata "Fronte Popolare di Liberazione della Palestina" dirottavano quattro aerei passeggeri. Tre di questi aerei atterravano in un aeroporto vicino alla capitale giordana di Amman sotto l'occhio di televisioni viste da tutto il mondo. Questo fu il punto di partenza del coinvolgimento dei media nelle attività delle organizzazioni del terrore palestinese. Da quel giorno, i media sono diventati un'arma strategica nelle mani di terroristi e un fattore significativo per l'opinione pubblica mondiale".

Sempre dello stesso centro si veda anche questo saggio dal titolo promettente "Alla ricerca di giustizia e salvezza: il fondamentalismo islamico come sfida all'ordine internazionale occidentale centrico. Il caso di Al Qaida". Dopo aver riconosciuto la novità rsppresentata da Al Qaida come organizzazione di insorgenza globale, afferma "le attività terroristiche di Al Qaida possono essere viste come minacciose dell'idea di società internazionale in tre modi distinti e correlati. In primo luogo, mirano alla distruzione di una definita e unitaria società internazionale e degli stessi stati che vogliono rimpiazzare con un'altro differente tipo di entità politica; in secondo luogo,… vogliono un altro ordine internazionale e in ultimo minano alle basi alcune delle istituti fondamentali della società internazionale dai modi di combattere alla legge internazionale alla diplomazia".


La Nato dopo la fine della guerra fredda è stata costretta a cambiare la propria mision, a rivedere il proprio ruolo e quindi anche la propria strategia, costretta a rifocalizzarsi non più su di un nemico preciso, l'URSS e il Patto di Varsavia, e su di un altrettanto determinata regione geografica, il centro Europa. Evoluzione non indolore e ancora in corso. Ecco allora un utile riflessione su motivazioni, principi e modalità d'azione della stessa Alleanza, messa più in volte in discussione da un'interpretazione un po' troppo relativistica e soggettiva da parte dei suoi aderenti.


lunedì 5 ottobre 2009

Appuntamento settimanale con la politica internazionale

L'Occidentale, 3 ottobre

La situazione in Afghanistan è difficile. Gli Stati Uniti e la coalizione dei paesi NATO si trovano a compiere scelte importanti, mentre sui giornali di tutto il mondo continuano ad arrivare notizie allarmanti sull'aumentata capacità di combattimento dei talebani. "Secondo fonti militari e dell'intelligence USA, adesso, mostrando un livello di sofisticazione e organizzazione sorprendente, i vecchi combattenti talebani stanno usando i santuari nel Pakistan per lanciare una vasta campagna di violenza nel nord e nell'ovest dell'Afghanistan… (Sempre le stesse fonti che vogliono rimanere anonime) sostengono che il concilio talebano (l'organo di governo degli insorti), diretto dal Mullah Muhammad Omar e operante nella città pakistana di Quetta, sia direttamente responsabile di questa ondata di violenza in quelle che erano, una volta, tranquille zone del nord e dell'ovest del paese".

E tutto questo avviene mentre sul tavolo del presidente Obama vi è l'ormai celebre rapporto confidenziale, ma reso pubblico dal Wahington Post, del generale McCrystal redatto il 30 agosto. Le conclusioni del rapporto sono note: il comandante americano ha richiesto l'invio di un numero maggiore di truppe. E altrettanto nota è l'indecisione del presidente e lo scontro all'interno della Casa Bianca. Ora a rinforzo delle tesi del generale, arriva anche la voce di Petraeus, già ideatore della strategia vincente in Iraq e adesso superiore di McCrystal. "L'unico modo di combattere il terrorismo è di portare un approccio multi dimensionale nella strategia attuale … Il contrasto al terrorismo, e parlo di terrorismo, estremismo in senso lato, richiede più dell'utilizzo delle unità di forze speciali. Richiede veramente un approccio globale, un insieme di azioni di governo e di contro insorgenza. Relazioni strette tra diverse agenzie governative e la partnership civile-militare e, di nuovo, risposta a questi problemi è in un approccio omnicomprensivo".

E questo è il punto dolente. Sulla stampa italiana si è sottolineato molto e solamente l'aspetto quantitativo della situazione. Ma il documento del comandante in Afghanistan sottolinea come si è accennato una serie di difficoltà diverse da quelle militari a cui è necessario offrire una risposta e in tempi brevi. Le cause dell'impasse, che a causato la perdita di iniziativa da parte delle truppe occidentali, è da ricercarsi in due punti: 1) nella sfiducia della popolazione nei confronti del governo di Kabul a causa della sua parzialità, corruzione e incapacità a far funzionare lo stato e 2) nelle modalità di azione degli eserciti occidentali, tutte centrate sull'aspetto militare. Quello che è necessario, sostiene McCrystal, è un diverso atteggiamento, una strategia di contro insorgenza basata sulla conquista della fiducia della popolazione che innanzitutto significa offrire protezione e sicurezza; centrata su di una forte azione per far funzionare le istituzioni e i servizi essenziali e sul coordinamento reale tra gli interventi civili e militari.

Il generale McCrystal richiede l'invio di nuove ruppe, ma non quantifica la necessità nè l'impiego. Secondo questo documento
dell'American Enterprise Institute sarebbe necessario aggiungere altri 40-45.000 uomini ai 68.000 soldati che saranno presenti in Afghanistan al 31 dicembre di quest'anno.

E' ovvio che la richiesta di maggiori truppe, dopo lunghi anni di combattimento, ha destato una selva di obiezioni nell'opinione pubblica americana, e non solo, delusa dagli insuccessi, che ha trovato buoni portavoce tra i democratici fino ad arrivare al disegno di una strategia diversa. La missione in Afghanistan ha infatti cambiato obiettivo, passando da una lotta anti terrorismo, anti Al Qaida, ad un'operazione di state building e di anti insorgenza, guerra che deve essere combattuta con una strategia molto più complessa, impegnativa e lunga. Ma nella concezione della guerra dei democratici, si ricordi Clinton e i bombardamenti sulla Serbia oppure i missili contro le basi di Al Qaida in Sudan, sembra non trovare spazio un coinvolgimento di questa fatta.

"Tra le alternative presentate ad Obama vi è quella sostenuta da Joe Biden, il vice presidente degli USA, che richiede (appunto, ndr) una riduzione del numero di truppe. Piuttosto che cercare di proteggere la popolazione afghana dai talebani, le forze americane dovrebbero concentrarsi sul colpire Al Qaida e le sue cellule prima di tutto in Pakistan, usando le forze speciali, i missili lanciati dai Predator e altri tattiche chirurgiche". Avrei qualche dubbio sulla precisione delle bombe intelligenti, sulla capacità di discernere dall'alto i civili dai militari, sempre e comunque, come dimostra l'incidente all'inizio di settembre successo ai tedeschi. E' vero che questi mezzi sono utili, ma non si capisce anche come sia possibile identificare le cellule non stando sul territorio, lasciando spazio ai terroristi di muoversi a loro piacimento tra la popolazione. Bisogna notare inoltre che ogni errore, ogni vittima innocente è un doppio punto per gli insorti: il primo perché così facendo gli eserciti occidentali si alienano la popolazione e in secondo luogo perché rafforzano il fronte degli oppositori alla guerra nell'opinione pubblica occidentale, dato anche l'ottimo uso che i talebani sanno fare dei media internazionali.

La soluzione per i democratici sta sempre nel ricorso alla tecnica, alla forza muscolare nella ricerca forsennata di scorciatoie, questo è quello che sostiene, a ragione, questo pezzo sul New Yok Times.

"Sempre vi è l'illusione di una strada più semplice. Sempre vi è quest'illusione che ha afferrato Donald Rumsfeld e ora afferra molti democratici che si possa combattere una guerra di contro insorgenza con la fanteria leggera, con i missili da crociera, con le forze speciali e i droni senza pilota. Sempre vi è questa illusione, diffusa fino al midollo nella Vecchia guardia del Pentagono, che si possa combattere una forza come quella dei talebani tenendo le tue truppe chiuse per la maggior parte del loro tempo nelle loro basi e facendo uscire fuori i nostri sodati in convogli bene armati per uccidere i cattivoni.

Non vi è semplicemente nessuna prova storica a supporto di questa tesi. L'evidenza storica suggerisce che queste strategie di mezzo creano proprio situazioni nelle quali tu hai abbastanza forze per assumerti le responsabilità del conflitto ma non abbastanza per prevalere. La storia suggerisce quello che il generale Stanley McChrystal ha chiaramente capito: che solo la dottrina di contro insorgenza offre una possibilità di successo. Questa dottrina, come il generale McChrystal ha scritto nel suo notevole rapporto, mette la protezione della popolazione al centro della missione in Afghanistan, e riconosce che gli insorgenti possono essere sconfitti solamente quando le comunità locali e i militari lavorano assieme".

Lasciare l'Afghanistan al suo destino significa una perdita di credibilità enorme per tutto l'occidente, renderlo disponibile di nuovo come santuario per Al Qaida o ogni altro gruppo criminale, destabilizzare l'intera regione e in primis il Pakistan. Come ha notato Stephen Biddle in in un recente saggio sull' The American Interest, i Telebani sono un gruppo transazionale che ha la sua forza nell'etnia Pashtun e che cerca di rovesciare il regime pakistano. " Con una popolazione di 173 milioni di abitanti (cinque volte l'Afghanistan) e un arsenale nucleare di forse 50 testate, il Pakistan in prospettiva è molto più pericoloso stato santuario per Al Qaida". Questa è anche la posizione di un gruppo di politici ed esperti di relazioni internazionali, di strategia e di Asia centrale che in un lettera aperta promossa da Foreign Policy Initiative richiede a gran voce ad Obama di dirigersi nella direzione del generale continuando così sulla strada intrapresa all'inizio dell'anno quando aveva deciso di inviare in Afghanistan rinforzi per 21.000 uomini. L'appello è stato sottoscritto, tra gli altri, da Danielle Pletka, John Podhoretz, Karl Rove, Jennifer Rubin, Frederick W. Kagan, Robert Kagan, William Kristol, Joshua Muravchik, Sarah Palin, Max Boot, Paul Bremer, David Frum.

Questa posizione, portata avanti dal partito repubblicano ed in modo particolare dai neocon come si capisce dalle firme, è estremamente di buon senso, ma ha il difetto ineliminabile di contare, come tutte le strategie di contro insorgenza, sul buon funzionamento di un governo locale legale e legittimo, elemento che adesso latita.

Non stupisce allora la posizione del governo americano di ritardare una sua decisione, come atto di pressione su Karzai affinchè cambi registro, fino a quando i risultati delle elezioni saranno confermati, come ha affermato Hilary Clinton in una intervista. Infatti se Karzai fosse riconfermato, ma il risultato èfortemente contestato, bisogna tener anche conto delle minacce provenienti da una parte dell'opposizione – non dallo sfidante Abdullah – di imbracciare le armi contro il governo centrale. E che ci siano stati brogli, anche gravi fino a inficiare lo stesso significato democratico delle elezioni, lo dimostra lo scontro feroce all'interno alla stessa delegazione ONU che ha portato alle dimissioni di Peter Galbraight, il figlio del celebre economista roosveltiano John Galbraight, estremamente critico nei confronti dell'operato del capo delegazione delle Nazioni Unite accusato di favorire Karzai, anche a costo di coprire le truffe.

Una critica feroce a tutto l'impianto del rapporto deriva da Spencer Ackerman che contesta addirittura la competenza degli esperti e consulenti che hanno aiutato il generale. "Molto, molto, pochi di questi esperti sono principalmente esperti di questioni afghane … Sono esperti di sicurezza, molti di loro eccellenti … Se la controinsorgenza richiede la conoscenza locale come principio centrale, bisogna domandarsi perchè questa prospettiva sia stata sotto rappresentata in questo saggio." E' un punto di vista che bisogna tener presente.

Rimane il fatto che prima di scegliere tra due diverse strategie, bisogna tener fermo l'obiettivo che si vuole raggiungere e in che contesto, o teatro, gli americani e la Nato si muovano. A questo proposito, estremamente interessante è l'audizione che si è svolta davanti alla Commissione Esteri del Senato americano il 16 settembre quando hanno preso la parola John Nagl, Stephen Biddle, analista al Council on Foreign Relations, e Rory Stuart, direttore del  Carr Center on Human Rights Policy,   Harvard University
 Cambridge, MA. "Le forze della coalizione – ha detto Nagl - hanno invaso l'Afghanistan con l'obiettivo di far cadere il governo dei talebani e sconfiggere Al Qaida. L'accordo di Bonn e i seguenti trattati hanno allargato gli scopi della coalizione al di là di questi obiettivi originari. Dopo sette anni di deviazioni strategiche, gli sforzi della coalizione hanno fallito nel persuadere molti afghani che sarebbe saggio e più sicuro disobbedire ai talebani. (A questo dato, ndr.), a causa della prolungata natura del conflitto, del numero crescente di perdite e di costi finanziari e a causa della mancanza di visibili risultati, si deve aggiungere l'indebolimento del supporto popolare in molti paesi Nato e anche negli Stati Uniti. Ma il fatto che il progresso sia stato ostacolato da strategie confuse e sostenuto da insufficienti risorse è un atto d'accusa contro la condotta della guerra, non contro i suoi obiettivi. Non significa che la campagna in Afghanistan sia senza frutti o che gli interessi dell'America in quella parte del mondo non siano importanti".

E adamantino è il ragionamento di Frederick e Kimberly Kagan. "Al centro del problema vi è la semplice questione: se gli Stati Uniti stanno combattendo contro un'organizzazione terroristica – Al Qaida – perché noi dobbiamo condurre una campagna di contro insorgenza conto altri due gruppi – la Quetta Shura e il network di Haqqani – dato che nessuno dei due ha l'obiettivo né la capacità di attaccare gli Stati Uniti fuori dall'Afghanistan? Non dovremmo combattere un'organizzazione terroristica con una strategia di contro terrorismo ritagliata su quell'obiettivo e organizzata con armi di precisione di lunga gittata e raids delle forze speciali per eliminare i leader terroristi? Perché dovremmo imbarcarci nelle disfunzionalità politiche e sociali di uno dei paesi più poveri del mondo? Alcuni intorno al presidente Obama sembra che ragionino così… Quest'argomento riposa su due presupposti (falsi). Che Al Qaida sia un gruppo terrorista e che sia separabile da altri gruppi tra cui vive e opera".


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

 
 

  

  


 

lunedì 21 settembre 2009

AGGIORNAMENTO NOTIZIARIO

19 settembre 2009

Yemen

E' da alcuni mesi, con il culmine verso la fine di agosto, che i giornali stranieri riportano di veri e propri scontri nello Yemen, già teatro di più di una guerra civile.

Attualmente il governo centrale, a maggioranza sunnita, del presidente Saleh deve affrontare allo stesso tempo ben tre movimenti insurrezionali che agiscono ad intermittenza: una guerra civile a nord, un movimento separatista al sud e gruppi rivoluzionari sciti nel nord est, nel governatorato di Saada, che non disdegnano azioni terroristiche, ma sono presenti anche infiltrazioni terroristiche da parte di al Qaida che allarmano e non poco gli osservatori americani. E' proprio con il movimento scita che stanno avvenendo gli scontri a fuoco che hanno visto anche l'impiego dell'artiglieria e dell'aviazione e hanno già causato più di cento morti e qualcosa come 100 mila sfollati.

La rivolta scita, iniziata nel 2004, è contraddistinta da un misto di motivi tra loro inestricabili che coinvolgono motivi religiosi – apparentemente quelli più forti: gli sciti infatti vorrebbero la riapplicazione della legge islamica abolita con la rivoluzione delm 1962 - rivalità tra clan, tribù e inimicizie regionali tra lo scita Iran e la sunnita e wahbita Arabia. Lo scontro tra le due potenze regionali ha i suoi fondamenti cause religiose e di supremazia regionale: fin dalla nascita della Repubblica Rivoluzionaria dell'Iran, la conflittualità è esplosa a causa del tentativo di Khomeini di prendere la guida non solo degli sciti, ma di tutti i mussulmani accusando i regnanti sauditi di essere dei monarchi apostati, mentre l'Iran avanzava contro l'Arabia richieste territoriali. Il conflitto si è inasprito con il passare del tempo; Rihad ha letto la caduta di Saddam e la costruzione del primo stato arabo scita in Iraq come un semplice agente della Persia, ma è con le conseguenze dell'1 settembre, con la fine dell'asse sunnita saudita pakistano e talebano stretto introno al regime degli ayatollah, che le preoccupazioni sono aumentate fino ad arrivare al parossismo alla minacciosa notizia, ormai quasi realtà, della costruzione dell'arma nucleare iraniana.

L'Iran degli ayatollah fin da subito ha infatti portato avanti una politica estera che si basava su due colonne, l'esportazione della rivoluzione, sia in termini religiosi che militari, all'estero che la ricerca della supremazia militare nella regione, giocando per di più sulla scena internazionale su due registri, ora quello retorico delle parole roboanti, ora utilizzando un approccio più pragmatico.

Non stupisce allora sapere che lo Yemen sia diventato il crocevia dove le contraddizioni del Medio Oriente si incontrano; qui troviamo l'Iran che rifornisce di armi, soldi e istruttori i gruppi sciti, l'Arabia che appoggia il governo centrale e Al Qaida che invece utilizza il paese, a causa del caos, come santuario e in rinforzo ai movimenti indipendentisti sunniti.

Sarebbe però un errore a questo punto pensare, come spesso è stato fatto riguardo all'Iraq e anche all'Afghanistan, che sia possibile venire a capo dei pervasivi nodi riducendo tutti i conflitti ad un conflitto religioso. Gli antichi network tribali, che spesso sono interconfessionali come in Iraq e internazionali, rimangono infatti una delle forze più potenti in Yemen e in tutto il Medio Oriente; citando un diplomatico egiziano, "le nazioni arabe sono tribù in armi". L'organizzazione tribale è infatti precedente le nazioni e attraversa gli inventati e porosi confini post coloniali, esisteva prima dell'Islam, è più vecchia quindi dell'industria del petrolio e degli stati europei. Le tribù insomma costituiscono le più vecchie, e forse più forti, forze sociali del Medio Oriente. Invece che sparire con l'avvento della modernità, il loro ruolo è andato rafforzandosi a causa dell'indebolirsi dei governi centrali, delle guerre civili, della globalizzazione che si è portata dietro la conseguente crisi d'identità derivata dallo scontro tra modernità e tradizione.

Ma lo stato yemenita è debole, povero, incapace di rendersi indipendente economicamente e collocato in una zona strategica fondamentale nel Mar Rosso a controllo di una delle porte del canale di Suez. Il rischio è che diventi un nuovo stato fallito seguendo le sorti della dirimpettaia Somalia, in mano al crimine organizzato, ai pirati, base sicura di Al Qaida e tetro di un duro confronto per interposta persona tra Arabia e Iran.

domenica 12 luglio 2009

aggiornamento

Ora non funziona più niente: andate sul sito dell'Occidentale e fate na ricerca a mio nome. E' uscito l'ultimo numeo di "Appunti Internazionali". Pazienza!!
Sorry

martedì 23 giugno 2009

Appunti internazionali, n° 8, 20 giugno

Iran
L’Iran occupa le prime pagine di tutti i giornali da giorni quindi, come si dice, “è ben coperto” anche riportando commenti e analisi della stampa estera. Da qui la scelta di saltare la rassegna stampa. Lasciateci però qualche soddisfazione per il nostro lavoro di surfisti della rete. Un fumetto ironico e paradossale: “Perché non siamo rimasti a casa, invece di scendere in strada a protestare contro i risultati?”- domanda una manifestante scappando davanti ad un poliziotto. “Perché rifiutiamo l’american way of life”, gli risponde l’altro. Due cartine ben fatte che fotografano il voto regione per regione (fa impressione la differenza tra Ahmadinejad e Mousavi) e una seconda riguardo alle zone di contestazione del voto.
Qui il parere di Paul Wolfowitz il duro neocon contro il silenzio del presidente sui fatti iraniani, a cui si contrappone Kissinger a favore invece delle scelte di Obama: “Penso che (la scelta di non prendere posizione sulle vicende iraniane, ndr.) sia la scelta giusta; infatti il supporto all’opposizione potrebbe essere solo usata da Ahmadinejad contro Mousavi”.
Infine, è interessante rileggere gli sfondoni di un cosidetto grande intellettuale del pensiero antiautoritario, radicale di sinistra: Michel Foucault. Proprio sull’Occidentale, Davide Gianluca Bianchi riportava, un anno e mezzo fa, le analisi ‘sopraffine’ dell’autore di “Sorvegliare e punire”. Nei suoi “Taccuini persiani” pubblicate sul Il Corriere della Sera, all’epoca diretto da Franco di Bella, fra il settembre 1978 e il febbraio 1979 (ora raccolti nel libro omonimo edito da Guerini e associati, 1998) “Foucault, nell’intento di dare conto delle caratteristiche di questo tipo di ordinamento, afferma che “nessuno in Iran intende un regime politico nel quale il clero svolga un ruolo di guida o di inquadramento. Mi è sembrato che l’espressione fosse usata per designare due ordini di cose: un’utopia […]. Un’ideale […]. Per quanto riguarda le libertà, esse saranno rispettate nella misura in cui il loro uso non nuocerà al prossimo; le minoranze saranno «protette» e libere di vivere a modo loro, a condizione di non danneggiare la maggioranza; tra l’uomo e la donna non vi sarà «disuguaglianza», perché vi è una «differenza di natura». Per quanto concerne la politica, che le decisioni siano prese a maggioranza, che i dirigenti siano responsabili dinanzi al popolo e che ciascuno, com’è previsto dal Corano, possa alzarsi e chiedere conto a colui che governa”. Ricostruzione molto benevola del programma khomeinista, benevolenza che raggiungeva il colmo nella chiusa dell’articolo: “cercare, a prezzo della loro stessa vita [si riferisce agli insorti, seguaci di Khomeini], quella cosa che noialtri abbiamo dimenticato nel modo più assoluto, dal Rinascimento e dalle grandi crisi del Cristianesimo in poi: una spiritualità politica? Sento già degli europei ridere; ma io […] so che hanno torto”.

USA
L’Italia non si deve preoccupare in prima persona delle scelte relative né alla difesa nucleare, né a quella strategica, compiti delegati agli Stati Uniti. Questo dato di fatto si è tradotto nelle elitè, e di conseguenza nella opinione pubblica, in un disinteresse totale accompagnato dalla relativa ignoranza su tutti gli aspetti fondamentali di sicurezza. Ma la necessità di sapere è resa sempre di più dalla diffusione di simili armi in mani non troppo rassicuranti: l’Iran è a poche migliaia di chilometri, Hamas dispone già di missili potenti e di rampe di lancio mobili. Stati falliti, terrorismo internazionale, stati al di fuori delle regole della convivenza sono purtroppo una realtà sempre più frequente. Senza per altro dimenticarci dei classici competitors anti occidentali, Russia e Cina.
Un report “Missile Defense, the Space Relationship, and the Twenty-First century” , lunghissimo ma con una buona e efficace introduzione, elaborato da “Indipendent Working Group” sponsorizzato da un numero incredibile di centri (American Foreign Policy Council, Claremont Institute, Department of Defense and Strategic Studies, Missouri State University, Free Congress Research and Education Foundation, George C. Marshall Institute, The Heritage Foundation, High Frontier, Institute for Foreign Policy Analysis, Institute of the North) ci informa sulle nuove sfide e minacce a cui urge dare risposta attraverso una strategia a largo spettro di contro proliferazione che includa la difesa missilistica. “ Gli…scopi (del documento, ndr.) sono i seguenti: 1) esaminare le minacce in corso portate dalla proliferazione missilistica agli Stati Uniti, alle forze oltremare e contro i suoi alleati, 2) esaminare le necessità di una difesa missilistica nell’ambiente del ventunesimo secolo, 3) valutare il corrente programma missilistico alla luce delle opportunità tecnologiche in un mondo caratterizzato dal trattato ABM (trattato antimissili balistici del 1972, ndr),4) porre quattro raccomandazioni per un difesa missilistica robusta, stratificata, degli Stati Uniti”.
La causa di questa diversa ottica strategica tra i paesi europei, compresa l’Italia, e gli Stati Uniti risiede in una pluralità di fattori: dal ‘peso’ diverso, alla collocazione geografica, dalla storia alla cultura. Robert Kagan scrisse all’indomani dell’11 settembre un celebre libro “Paradiso e potere. America e Europa nel nuovo ordine mondiale” (Mondadori, 2003) dove si spiegava la diversa attitudine dei due continenti verso al guerra con una metafora efficace, Marte verso Venere (se volete Hobbes vs. Kant), dove la dea ha potuto permettersi di giocare il suo ruolo grazie, e sulle spalle, al dio della guerra americano. La diversità americana, di cui l’esempio più indiscutibile è la capacità di sopportazione alle perdite di migliaia di giovani vite (impensabile in un qualsiasi paese europeo, escluso forse l’Inghilterra), è certo dovuta al ruolo diverso di superpotenza, ma risiede anche nella cultura e nelle tradizioni di quel popolo contrassegnato da tre eventi durissimi: la guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna, la lotta combattuta non solo dai militari contro i nativi indiani, la guerra civile (dove perì il 2% dell’intera popolazione) definita la prima guerra moderna. In un lungo saggio su The American Interest, “Blood Brothers The Dual Origins of American Bellicosity “, lo storico esperto di strategia Stephen Peter Rosen ritorna sull’argomento. “Ciò che sembra ovvio riguardo a noi stessi diventa un puzzle se smettiamo di rifletterci. E’ ovvio alla maggioranza degli americani che gli Stati Uniti sono un paese amante della pace….Ma ciò che ovvio è sbagliato…Non solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti frequentemente in guerre, la maggioranza delle quali sono del tipo diverso da quello suddetto: guerre aggressive, guerre civili e guerre imperiali”. Mi sembra che riprenda la tesi di Russel Mead in “Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti” (Garzanti, 2005), in cui sostiene che accanto ad un anima isolazionista, ad una seconda definita “interventismo democratico”, inaugurata da Wilson ai tempi della prima guerra mondiale, ve ne è una terza dura e selvaggia attribuibile al presidente Jackson che risponde alla logica del colpo su colpo, dente per dente, occhio per occhio, in modo deciso, brutale che si è forgiata negli anni delle guerre indiane.
The American Interest nasce nel 2005 da una costola di The National Interest ed è diretto da Francis Fuuyama, l’ autore del famoso saggio e libro “La fine della storia”; ad esso collaborano, tra gli altri: Nial Ferguson, Andrew Bacevich, John Lewis Gaddis, Bernard henry Levy, Robert Kaplan, Walter Russel Mead, Ralph Peters. Si distingue per le sue posizioni conservatrici, ma critiche nei confronti della politica estera di Bush.
Avanza il “politicamente corretto” nella terra che lo ha inventato e ovviamente nelle Università. Un allarmato articolo è apparso sul New York Times a proposito del declino degli studi diplomatici, storici, strategici a favore della storia della cultura come i cosidetti “gender studies”, o relativi alle minoranze, immigrati ecc. “All’Università del Wisconsin, su 45 insegnamenti, uno riguarda la storia diplomatica, un altro la politica estera americana, 13 sono dedicati allo studio di genere, razza o etnicità, mentre l’unico specialista nell’impero degli Stati Uniti include la storia culturale come area di interesse. Per finire, il professore del dipartimento di studi internazionali ha centrato il suo corso sulle vittime dei genocidi!”
Continua il dibattito sui metodi di interrogatorio usati dopo l’11 settembre. Discussione non solo morale, ma che riguarda anche i delicati meccanismi di equilibrio tra poteri in una democrazia.
Sempre a proposito di minacce alla sicurezza nazionale, ecco i 132 modi per importare una bomba negli
Stati Uniti: aerei commerciali, cargo, containers, porti areoporti ecc. Una analisi impietosa dei punti nevralgici delle società aperte. Il rimedio ovviamente non è chiudere il paese, ma monitorarlo continuamente in tutti i modi fino a dotarlo di una rete di sensori, sensibili anche alle radiazioni.
Nord Corea
Continuiamo questo numero con un’ analisi delle minacce nucleari, campo in cui la Nord Corea occupa un posto di primo piano. Il fatto grave e nuovo, che aggiunge preoccupazione a preoccupazione, è l’incognita dei motivi che spingono paesi poveri sull’orlo del crack economico, isolati nella comunità internazionale a investire nel nucleare. “Le motivazioni che hanno spinto la Nord Corea a compiere il suo secondo test nucleare sono, come molte delle sue azioni, largamente impenetrabili. Possono rappresentare l’ultimo passo verso la meta dello stato nucleare o una pubblicità verso eventuali acquirenti internazionali. Possono servire ad alzare il prezzo che gli altri paesi devono pagare affinchè la Nord Corea receda dai suoi intenti oppure un tentativo da parte di
Kim Jong per rafforzare il suo prestigio tra i militari. Più verosimilmente, il programma nucleare della Nord Corea serve a molteplici scopi”.
Pyongyang dispone attualmente di 600 testate nucleari a corto raggio, una variazione dei missili scud, che possono raggiungere la Corea del Sud, 320 missili Nodong e tra 6 e 12 armi nucleari o per lo meno ordigni esplosivi. Gli esperti sono divisi sulla capacità tecnologica della Nord Corea, ma ogni test avvicina il momento finale”.
Ad aggravare il quadro, vi è il possesso da parte del regime comunista di armi chimiche e batteriologiche, armi escluse dai colloqui con i sei paesi incaricati di condurre le trattative (Sud Corea, Cina, Giappone, Russia, Stati Uniti e ovviamente la Corea del Nord).

Pakistan
Nei numeri precedenti del nostro lavoro, abbiamo sottolineato più volte l’altissimo numero di rifugiati, tra i due milioni e mezzo e i tre, che l’offensiva dell’esercito pakistano nel nord del paese sta provocando. Abbiamo anche espresso dubbi su questi metodi di azioni repressive basate non sulla “messa in sicura” della popolazione, ma tutta centrata sull’eliminazione del nemico. Ora si apprende che i rifugiati non sono minimamente assistiti dal governo e in pratica sono abbandonati a se stessi e all’aiuto internazionale. Il risultato è che con questi metodi si reclutano terroristi, estremisti fondamentalisti e basta. Di seguito la testimonianza di un osservatore sul campo. “Se il Pakistan e i suoi partner internazionali non vanno incontro ai bisogni dei rifugiati, lo faranno gli Jihadisti come avvenne nell’ottobre 2008 nel caso del terremoto a Quetta. Per venire a questi giorni, le organizzazioni jihdiiste stanno ottenendo il ruolo di onlus sociali offrendo cibo, ricovero, educazione e in generale aiuto e tutto in una volta sola… Non è una sorpresa che i terroristi siano così efficaci in Pakistan”. Si potrebbe concludere amaramente: come tradire tutti gli insegnamenti della guerra contro Al Qaida in Iraq!

lunedì 15 giugno 2009

Appunti internazionali, n° 7, 13 giugno 2009

In questo numero troviamo le reazioni al discorso di Obama al Cairo, positive, negative, nei paesi mussulman e in Occidente; la situazione in Afpak con due importanti documenti elaborati dai maggiori consulenti del generale Petraeus, Nagl e Kilcullen; una valutazione delle elezioni libanesi e di quelle iraniane, a spogli appena iniziato e una sorpresa divertente.

Pakistan Afghanistan
Dall’Afghanistan continuano a giungere notizie preoccupanti che coinvolgono anche il nostro contingente. Il generale americano Stanley McChrystal, nella sua prima intervista da quando è stato nominato comandante delle truppe in Afghanistan (ben 170.000 uomini a cui vanno aggiunti i 35.000 soldati dei paesi alleati), ha sostenuto sul Wall Street Journal del 12 giugno, che la strategia di eliminazione del nemico fin qui usata non ha funzionato. “Dobbiamo convincere il nemico, non ucciderlo. Dall’11 settembre, ho osservato come l’America abbia cercato di spegnere il fuoco con un martello, ma non funziona. Le strategie di decapitazione non funzionano”. Anch’egli, come Petraeus - adesso suo comandante d’area - e gli altri “ufficiali laureati” della campagna contro Al Qaida in Iraq, ha un curriculum di studi internazionali di tutto rispetto (qui l’intera trascrizione dell’intervista). Anche il giornalista pakistano Ahmed Rashid (autore di molti libri tradotti in italiano sui talebani e sull’Asia centrale) commentando l’offensiva dell’esercito pakistano nella Swat Valley, sostiene, dando ragione al generale McChrystal, che la lotta combattuta è per la conquista delle menti e dei cuori della popolazione che stanno subendo le durezze della guerra in modo impressionante (sembra che il numero dei profughi si aggiri adesso sui 2 milioni e mezzo, una cifra pari all’esodo dall’Uganda). Conclude notando, a ragione, come il presidente Obama “sembra che sia l’unico leader del mondo che si stia preoccupando della situazione dei profughi. Gli Stati Uniti hanno stanziato 110 milioni di dollari che si vanno ad aggiungere ai 200 già dati dall’inviato speciale della Casa Bianca, Richard Holbrooke” . Rimprovero agli altri paesi Nato fatto propria dal ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak in visita a Bruxelles; si è augurato che gli europei compiano il loro dovere fino in fondo fornendo un aiuto ulteriore alla missione. “Il fardello deve essere suddiviso equamente”.
Per offrire un quadro sistematico sulla situazione nei due paesi, il report prodotto dal think thank democratico vicinissimo ad Obama Center of New American Security, “Triage: the Next Twelve Month in Afghanistan and Pakistan” . Tra gli autori anche l’ormai famoso, per lo meno per i nostri lettori, David Kilcullen. Il documento fa proprie le raccomandazioni del suo ultimo libro, “The Accidental Guerrilla”, già recensito sull’Occidentale, e propone una strategia a macchia d’olio: il primo compito delle forze alleate è garantire la sicurezza alla popolazione in alcune aree; il secondo organizzare le forze di polizia locali, il terzo legittimare le istituzioni locali. La situazione in Afghanistan, dopo otto anni è terribile, e per di più adesso la guerra ha coinvolto anche il Pakistan, vero centro di gravità del conflitto. La strategia dei talebani è semplice e chiara: sfinire la pubblica opinione sia occidentale che locale, togliere la legittimità ai governi locali e far crollare il consenso interno a quelli occidentali. Uno degli avvertimenti più forti è che le forze occidentali e i loro alleati hanno come compito la protezione della popolazione e non l’eliminazione dei talebani, quindi non sono ammissibili azioni che producono “danni collaterali”, cioè la morte di civili innocenti. “La natura della contro insorgenza non è fissa, ma mobile; evolve in risposta ai cambiamenti di forma dell’insorgenza”. E’ una brutta situazione, ma i paesi occidentali devono uscire vincitori, se Al Qaida e i talebani trionfassero sono immaginabili le conseguenze, due soprattutto: la perdita di prestigio e credibilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati, e la creazione di aree sicure per i terroristi.
E’ per questi motive che il Center of New American Security è particolarmente attivo nell’analisi del rapporto tra terrorismo- estremismo fondamentalista-Grande Medio Oriente alla ricerca di migliori metodi per affrontarlo. Tra i ricercatori che hanno redatto questo ulteriore report, “Beyond Bullets: A Pragmatic Strategy to Combat Violent Islamist Extremism”, troviamo un altro collaboratore di Petraeus, John Nagl, co-autore del celebre “Counterinsurgency Field Manual”, la nuova Bibbia dell’esercito americano che ha passato la prova dell’Iraq. L’ex colonello è anche autore di un bel libro intitolato “Learning a Soup with a Knife” che riprende la metafora utilizzata da Lawrence d’Arabia per descrivere il lavoro di Sifiso nella guerra asimmetrica. Il report disegna una complessa strategia per affrontare il “terrorismo catastrofico”, definito “un remoto ma grave rischio” (definizione equilibrata, ndr), e sostiene che “devono essere riconosciute la varietà di motivazioni e interessi che distinguono i gruppi estremisti violenti, come i filoni ideologici e organizzativi da loro intessuti. Il governo americano e le forze armate non possono e non dovrebbero essere al centro di ogni sforzo per combattere l’estremismo violento.”
AlJazera ha affermato che la CIA ritiene che Bin Laden sia ancora vivo e che si nasconda in Pakistan.

Commenti e reazioni al discorso di Obama al Cairo.
Continuano le riflessioni sulle parole pronunciate dal presidente americano nella capitale egiziana. Le annotazioni si possono dividere grosso modo in due gruppi: quelle che si concentrano sull’aspetto teorico e quelle invece che si soffermano sulla nuova strategia disegnata per il Grande Medio Oriente. Al primo gruppo appartiene questo durissimo commento di Charles Krauthammer . Dopo aver contestato a Obama le deboli affermazioni sull’Iran, sulla tolleranza religiosa facendo confronti insensati tra mondo mussulmano e occidente, e uguaglianza delle donne, conclude: “Distorcere la storia non è dire la verità ma dire dolci bugie. Creare false equivalenze non è morale, ma abdicazione morale. E soprattutto, librarsi nell’aria sopra tutto (riferimento a Dio nella Genesi, ndr.) non è un segno di trascendenza, ma di un ambivalenza disturbata verso il proprio paese”.
Per il versante arabo dei commenti al discorso di Obama, si può leggere il sito Jihadica, in inglese, interamente dedicato all’analisi dei blog estremisti. E’ frutto di un ricercatore Thomas Hegghammer che compie un lavoro superbo monitorando i siti arabi inneggianti alla guerra santa. “Per cominciare, non dobbiamo aspettarci di vedere nessuna reazione positive all’iniziativa di Obama…In secondo luogo non vi è nessuna tradizione tra gli strateghi jihadisti di analizzare logicamente i discorsi presidenziali. Possono attaccarsi ad una singola parola (come il riferimento di Bush alle “Crociate”) e usarlo per i propri scopi. Ma generalmente questi ragazzi non ascoltano cosa l’America dice, ma osservano cosa fa.” Qui un’altra lista di commenti tratti dalla stampa e media arabi: oltre il rifiuto, c’è che definisce la nuova politica di Obama verso il mondo arabo come soft e capace di far leva su corde emotive ed empatiche. World Politics Review conclude che “Quello che sembra chiaro è che lo sforzo del presidente Obama gli ha guadagnato un consenso sulla buona volontà tra le persone che ha cercato di convincere. Potrebbe essere sfruttato se sarà seguito da specifiche iniziative politiche con particolare riferimento al conflitto israelo palestinese”.
Senz’altro uno dei commenti più interessanti, per la fonte che parla, è quello che proviene dal capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshall che ha sostenuto che “il discorso era scritto in modo intelligente (sic!) e ben indirizzato al mondo mussulmano, ma penso che non sia abbastanza. Ciò di cui abbiamo bisogno sono fatti, azioni sul terreno e un cambiamento di politica”.
Obama al Cairo ha tenuto inoltre un’importante conferenza stampa con i giornalisti locali dove ha specificato meglio il suo punto di vista. L’attenzione questa volta, più che sulla retorica usata e sugli esempi storici più o meno felici,si è concentrata sugli aspetti strategici. La prima domanda è stata infatti sulla decisa, e unica , proposta concreta riguardo a Israele e i palestinesi: il netto rifiuto della nuova amministrazione americana al riconoscimento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. La scelta dell’obiettivo non è stata casuale; permette agli Stati Uniti di criticare Israele su di un punto, trovando del consenso nell’opinione pubblica israeliana senza mettere in discussione la sua politica di sicurezza.

Libano
Intanto arriva un’importante notizia, come ormai sappiamo, dal Libano dove il fronte antisiriano al governo ha vinto le elezioni, anche se uno sguardo più attento ai dati ci dice che la vittoria è avvenuta nel conto dei seggi, ma per numero di voti hezbollah ed i suo alleati hanno ottenuto la maggioranza dei voti, il 50,4% contro il 46% dei partiti al potere! Da qui le contestazioni del partito scita Amal. E’ un successo storico anche grazie allo straordinario sforzo economico e politico dei paesi sunniti, in primo luogo dell’Arabia Saudita, e degli Stati Uniti. Il 22 maggio il vice presidente Biden ha infatti visitato Beirut avvertendo che vi sarebbero state gravi ripercussioni se hezbollah avevve prrevalso. Si delinea così la strategia di Obama: neutralizzare il conflitto palestinese iniziando dal contorno, Siria e Libano per poi arrivare ai nodi centrali. Si ricorda che il governo americano ha appena rinnovato le sanzioni contro la Siria.
Il Libano si conferma essere un’eccezione democratica e pluralista, la più avanzata, nonostante tutto dei paesi arabi. In queste elezioni, il marketing politico ha fatto passi da gigante, fino a coinvolgere i nuovi media: internet, blog, e mail e sms sono stati usati a tutto spiano.

Iran
Ieri si sono tenute le elezioni in Iran. L’esito sembra scontato nella teocrazia dove il controllo politico è saldamente in mano all’autorità religiosa, ma comunque anche sotto la cenere qualcosa cova. Ahmanidejad è il favorito anche se lo sfidante sembra godere dell’appoggio di una gran parte del ceto medio e degli abitanti delle città. Il dato di fatto certo è che il potere del presidente è assolutamente limitato alle “relazioni esterne”, all’educazione, all’economia e poco altro. Il reale potere è tenuto dal leader spirituale o rahbar; titolo appartenuto all’Ayatollah Khomeini fino al 1989, anno della sua morte, e poi a Alì Hoseyni Khamenei; è lui che detiene il reale potere dalla politica estera, alla difesa, alla giustizia, all’esecutivo.
Intanto il mondo si chiede che cosa cambierà nella corsa verso il nucleare. John Bolton, analista dell’American Enterprise Institute, in un articolo tradotto sull’Occidentale, si interroga sulle possibilità che Israele possa attaccare Tehran se continua nel suo progetto, come già fece nel 1981 distruggendo il reattore nucleare iracheno di Osirak e nel 2007 quando bombardò un secondo reattore siriano costruito dai nord coreani. Le eventuali risposte iraniane potrebbero essere: la chiusura dello stretto di Hormuz, il taglio delle esportazioni di petrolio con il conseguente innalzamento dei prezzi sul mercato mondiale, un attacco alle forze americane in Iraq, un aumento al supporto del terrorismo internazionale, una rappresaglia missilistica su Israele, dare il via libera agli attacchi verso Israele di Hamas e Hezbollah.
Emanuele Ottolenghi, collaboratore anche del Foglio, direttore dell’ Transatlantic Institute di Bruxelles e autore del libro” Under a Mushroom Cloud: Europe, Iran and the Bomb (Profile Books, February 2009)”, ha scritto un lungo pezzo su The Australian su come l’occidente si deve rapportare ad un Iran nucleare. Già il titolo “Una nuova Yalta” rende bene l’idea. In un articolo pieno di dubbi, riconoscendo la razionalità degli iraniani ma anche la loro vocazione a espandere la rivoluzione scita e il loro potere nell’area, si sofferma sulla difficoltà di raggiungere un accordo con un eventuale Iran nucleare, notando le enormi differenze con la situazione della guerra fredda, quando le due super potenze ben si conoscevano e avevano attivato una molteplicità di canali di comunicazione ufficiali e non. Anche quindi una nuova Yalta e una relativa spartizione dell’area in zone d’influenza, non riparerebbe il mondo da un eventuale guerra nucleare.
Nel frattempo, continua la corsa iraniana verso il nucleare. La Reuters riporta che Iran e Nord Corea collaboreranno per lo sviluppo di un missile balistico.

Cartoon
Per finire, grazie alla segnalazione di Costantino Pistilli, due cartoni animati in arabo con sottotitoli in inglese su due terroristi stupidotti che non riescono a compicciare niente di buono. Buon esempio di contro propaganda creato da due ragazzi israeliani!

domenica 7 giugno 2009

"Note Internazionali", n° 5; 6 giugno 2009, L'Occidentale

Discorso di Obama in Egitto
Qui il testo completo, in inglese, dell’importante discorso (appena sfogliato) del presidente Obama nella capitale egiziana. Bisogna dire che la retorica inclusiva del presidente è efficace, si noti la presa di distanza dalla laica Europa riguardo ai costumi religiosi delle donne mussulmane. “Ma per capire se il discorso assurgerà alla storia, bisognerà ricercare la risposta – nota giustamente lo Spiegel - non nell’Università del Cairo ma nelle moschee e nei palazzi del mondo arabo e allora si capirà se avrà raggiunto i cuori e le menti”.
Notizia interessante: nella troppo semplificata visione manichea italiana, la visita di Obama al Cairo è ridotta ad un gioco semplicistico tra filo israeliani e filo arabi. Le iper semplificazion non sono una prerogativa italiana, anche gli americani non scherzano; c’è chi è arrivato a criticare il presidente perché ha salutato e ringraziato in arabo! E il Washington Indipendent si domanda ironicamente: “ma anche il generale Petraeus non sarà di nascosto un mussulmano viste le parole di commiato che pronunciò in Iraq erano anch’esse in arabo?”.
L’Egitto è una pedina fondamentale nello scacchiere medio orientale. Anche se non riveste più il ruolo di guida indiscussa dei paesi medio orientali, come ai tempi di Nasser, occupa pur sempre una casella centrale, cerniera tra Europa, Africa e Asia con il canale di Suez dove passano le rotte per l’Oceano indiano, e contrappeso all’influenza scita e iraniana. Così si spiegano le attenzioni americane per la terra dei faraoni e il fantasmagorico aiuto di 1 miliardo e 600 milioni di dollari versati nelle sue esangui casse l’anno scarso. Ora Newsweek si chiede se ne valga ancora la pena visti gli scarsi passi verso la strada della democrazia.
Il mondo arabo musulmano è più complesso di quanto sembri; ecco allora l’invito ai Fratelli Mussulmani egiziano, gruppo integralista, ma non terrorista, perseguitato da Mubarak, di essere presente al discorso del presidente americano all’Università del Cairo. La delegazione include il Dr. Saad Al Katatni, leader del blocco che ha affermato: “l’invito rappresenta un compromesso tra l’amministrazione USA e il governo egiziano, considerate la pressione crescente della stampa Americana sull’amministrazione sulla necessità di incontrare tutti i membri dell’opposizione”.
Certo è che il sentiero su cui si muove Obama è stretto tra realismo e difesa dei diritti umani - sviluppo della democrazia, e quindi alleanza con i regimi sunniti come Egitto e Arabia, non certo campioni di democrazia in lotta contro chiunque minacci il potere. Obama, ecco la preoccupazione di molti commentatori, deve riuscire a rafforzare l’idea nel mondo che gli Stati Uniti non sono disposti a scambiare i principi democratici con la sicurezza nazionale e la difesa dello status quo. Certo è che non seguirà l’insistenza di Bush sulla necessità di cambiamento di alcuni regimi come quello iraniano.
Le aspettative nei confronti della politica in Medio Oriente di Barak Hussein Obama sono alte. Ben il 50% degli arabi ha fiducia in lui (qui un sondaggio USA sull’opinione pubblica egiziana), ma il nodo da sciogliere rimane sempre il conflitto arabo israeliano ormai radicalizzatosi in una dimensione religiosa fondamentalista che rende per ora improponibile la formula “terra in cambio di pace”. E’ l’opinione pessimistica del professor Ramez Maluf, docente all’Università americana di Beirut e autore cinque anni fa di una nota per il sottosegretario Karen Huges su “Come vendere gli Stati Uniti in Medio Oriente”. Comunque si consideri la situazione palestinese, rimane fuori di dubbio che senza una qualche forma di sviluppo economico non vi potrà essere nessun stato degno di questo nome.
Per valutare appieno la strategia di Obama per la pace in Medio Oriente, si veda il video con l’intervista a Brian Katulis e l’osservazione che Obama sta “seminando in diversi campi –Iran, relazioni israelo siriane e israelo palestinesi- per capire quale sarà la strada da seguire”.
Certa è però la sensibilità araba. Mubarak, pochi giorni prima dell’arrivo di Obama, ha dichiarato senza equivoci che nonostante l’Iran rappresenti una comune minaccia “il problema palestinese rimane la priorità senza riguardo ai numerosi pericoli e minacce in Medio Oriente”.

Libano
L’altro fronte caldo del Medio Oriente in questi giorni. Più volte è stato detto che l’ago della bilancia nelle prossime elezioni politiche sarà il cristiano maronita Micheal Aoun schierato a fianco degli Hezbollah. Additato dai democratici della coalizione del “14 marzo” come un traditore (Aoun, nel 1980, fu esiliato dai siriani che aveva combattuto durante la guerra civile), il suo ruolo non è chiaro. Se alle elezioni vincerà la coalizione cristiano scita, i giornali di mezzo mondo scriveranno che Hezbollah avrà vinto: ora è vero che il partito di Nasrallah è l’unico dotato di una forte milizia armata per di più supportata dall’Iran e dalla Siria, ma la maggioranza dei seggi andrà al Blocco del cambiamento e il Napoleone del Libano o il megalomane, a seconda dei gusti, potrebbe essere l’ago della bilancia. A quel punto si vedrà se saprà giocare il ruolo di riconciliatore nazionale (aspirando alla carica di presidente della repubblica) o ritrovarsi ad essere solo un alibi per gli estremisti mussulmani.
Dedicato al Libano anche l’ultimo preoccupato report dell’International Crisis Group che avverte che le elezioni potrebbero significare non un’ apertura di una nuova fase di pace verso la “terza repubblica” caldeggiata da Aoun, ma risolversi in un disastro. Ora è vero che il conflitto è passato dai combattimenti per le strade alle urne, e questo è un buon segno, ma troppe sono ancora le influenze esterne che trovano un campo fertile di settarismi e odi inter religiosi per stare tranquilli. La soluzione migliore sarebbe un governo di unità nazionale: Hezbollah non vuole infatti ripetere l’errore di Hamas che, a causa del suo estremismo, ha trasformato una vittoria elettorale schiacciante in un isolamento internazionale quasi assoluto mentre l’attuale maggioranza sa che senza un accordo con gli sciti e Aoun e sarà impossibilegovernar, ma in Libano tutto può succedere.

Iraq
Notizie allarmanti giungono dall’Iraq. Il governo di Mahliki, che si sente più forte dopo le elezioni amministrative del gennaio scorso, è sulla strada di compiere il terzo disastroso errore nella storia dell’Iraq libero. I primi due, commessi dagli americani, sono noti e sono lo scioglimento dell’esercito iracheno e la debathificazione totale dell’apparato pubblico, fattori che comportarono l’arruolamento di migliaia di sunniti tra le fila, prima, della resistenza filo Saddam, e poi di Al Qaida. “Adesso la terza disastrosa decisione, questa volta ad opera dei leader al governo e diretta principalmente contro gli arabi sunniti… con le loro milizie paramilitari dei ‘figli dell’Iraq’ trattati come potenziali nemici”.

Afghanistan
Un concetto fondamentale nelle guerre asimmetriche, quelle in cui una grande potenza si scontra con avversari infinitamente più deboli come ad esempio nella guerra del Vietnam o in quella algerina, è che la vittoria militare sul campo significa poco. Quello che gli insorti vogliono è logorare il nemico, neutralizzando così la sua superiorità militare. Steve Metz, stratega americano e docente al Collegio di guerra, ripete in questa intervista e in modo chiaro questa verità purtroppo ancora poco capita. “Gli americani in Afghanistan hanno vinto, i suoi alleati sono al potere, ma adesso la guerra è psicologica. Nel campo di battaglia psicologico, i due lati sono sfortunatamente vicini ad essere uguali”.
E i problemi in Afghanistan sono sempre molti perché quel teatro ha sofferto della mancanza di attenzione e di risorse, anche intellettuali, da parte degli americani, e dei suoi alleati NATO compresa l’Italia. Semplicemente, Petraeus era in Iraq e non lì.
Se poi qualche lettore vuol sapere cosa i soldati USA sono consigliati di portare con sé in quelle terre….

Pakistan
L’offensiva governativa contro i talebani nelle province del nord non si sa se abbia raggiunto l’obiettivo di riprendere il controllo di quelle zone: quello che è certo è che ha prodotto qualcosa come tre milioni di profughi in una zona a maggioranza pashtun, l’etnia dei talebani, e la scomparsa dei guerriglieri (perché ritirati). Sinceramente ci si domanda a cosa servano questi metodi.
La novità è che adesso una parte della la popolazione pakistana, quella che prima considerava i talebani come fratelli, disgustata dai loro metodi barbari, si è loro rivoltata. Sembra che si ripeta la storia dell’Iraq: proprio per questo allora è necessario che il governo non sbagli strategia e si inimichi con azioni discutibili la popolazione.

Iran
Tehran continua la politica d’azione su molteplici piani. Il generale Petraeus ha affermato che l’Iran continua l’opera di disturbo anche con infiltrazioni militari in Iraq.
In attesa delle elezioni che si terranno il 12 giugno, la campagna elettorale si riscalda dimostrando che nel paese esiste una relativa libertà di parola. Ecco per esempio uno scontro con accuse gravissime tra Ahmadinejad e il suo principale rivale Hossein Mousavi.
Se Obama apre all’Iran, i sentimenti e le aspettative dei parlamentari americani sono chiari: fermezza e tempi definiti.

venerdì 29 maggio 2009

notiziario internazionle, n°4, 23 maggio 2009

Notiziario internazionale, n° 4, 23 maggio 2009

USA
Tocchiamo in questo numero una questione imbarazzante: può una nazione legalizzare in alcuni casi l’uso della tortura?
Come sapete, in questi giorni a lungo si è discusso molto sulla legittimità delle decisioni prese dalla passata amministrazione Bush sull’utilizzo di mezzi di interrogatorio non ortodossi contro i terroristi. E sui media abbiamo anche letto le ondivaghe posizioni di Obama.
Ecco invece la difesa, portata avanti dall’ex vice presidente di Bush, Richard Cheney, dei metodi restrittivi della libertà in un forte discorso tenuto all’American Enterprise Insitute. “Il primo compito della presidenza all’indomani dell’11 settembre era di impedire il prossimo attacco di Al Qaida. Sapevamo che in giro c’erano bombe nucleari, abbiamo visto l’uso di antrace. Ebbene abbiamo fermato Bin Laden, difeso il paese, ricostruito il potenziale di deterrenza degli Stati Uniti, sviluppato una strategia comprensiva. Ci siamo mossi contro i paesi sponsor dei terroristi, attaccato i loro santuari.” Questa l’orgogliosa rivendicazione delle scelte fatte dall’amministrazione Bush. (Per capire bene lo spirito dell’epoca, che forse ci siamo dimenticati, si possono vedere queste slide sulla caduta di Saddam con cui Runsfeld presentò un briefing alla Casa Bianca. Sono piene di riferimenti testamentari; prendiamole con beneficio di inventario, non so se siano una “sola”, ma la fonte non è male).
A complicare i fatti, vi è la questione se sia possibile definire “tortura” metodi non ortodossi come la privazione del sonno e altre tecniche che violano i diritti della persona. Il problema può essere affrontato da più punti di vista che spesso si intrecciano: morale (è possibile giustificare la tortura?), giuridico (è legale?) e di efficacia (funziona?). In primo piano la posizione di Krauthammer, commentatore conservatore che dalle colonne del Washington Post afferma che “la tortura è un male che non può essere permesso. Eccetto che in due circostanze. La prima è se c’è una bomba ad orologeria che sta per esplodere. E in gioco ci sono le vite di innocenti… E abbiamo tra le mani il responsabile….Il secondo caso (più ambiguo, ndr) se sappiamo che i terroristi colpiranno ma non sappiamo né come né dove”. La contro obiezione è che non solo la tortura è immorale, illegale, ma anche non funziona perché chi si trova sottoposto a simili metodi è disposto, pur di uscire da quella situazione, a dichiarare tutto quello che i suoi “intervistatori” vogliono che dica. Un’altra testimonianza sulla non efficacia dell’impiego di metodi non ortodossi d’interrogatorio, se non proprio torture, l’abbiamo da un ufficiale dell’FBI in audizione al senato americano che ha testimoniato come l’utilizzo di questi strumenti provochi risultati opposti: la fine delle confessioni (in guerra, l’uso di metodi barbari provoca nel nemico la resistenza ad oltranza).
Comunque sia, tre considerazioni: aveva ragione il vecchio colonnello inglese Thompson che in Malesia aveva sconfitto la rivolta cinese e comunista negli anni cinquanta. Uno stato democratico non può violare la legge, altrimenti diventa, non solo da un punto di vista morale, uguale ai nemici, cioè si trasforma in parte settaria in causa e quindi trasforma il conflitto in una guerra civile tra partiti opposti. La seconda, anche nelle democrazie, la sensibilità morale cambia con le circostanze, non è cioè così inflessibile. Nei casi di minaccia alla sopravvivenza il limite della decenza viene spostato in alto, e di parecchio(si vedano l’uso dei bombardamenti a tappeto nella seconda guerra mondiale). Negli altri casidi impiego di metodi barbari, nei casi cioè di repressione o di contro insorgenza, vi sono anche due effetti boomerang. Possono infatti sorgere, come dimostra l’Algeria e il Vietnam, movimenti di protesta contro la leadership al governo e una caduta vertiginosa di efficienza e del morale tra le truppe impiegate.

Israele-Palestina-Iran-Stati Uniti
La prima pagina è conquistata inevitabilmente dalla visita di Netanyau a Obama il 18 maggio e dai colloqui intercorsi riguardo alla questione della crisi Medio Orientale. In cima all’agenda le due questioni della ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi intorno alla proposta “due popoli, due stati” e della corsa verso il possesso dell’arma nucleare da parte dell’Iran. Le due crisi per gli americani sono collegate tra loro. Nella logica di Israele, Theran invece viene in cima alle preoccupazioni, mentre Obama ha parlato espressamente della priorità nella ripresa dei colloqui tra palestinesi e israeliani. Due modi opposti di cogliere la situazione.
Per capire la differenza delle prospettive, cominciamo da questa seconda minaccia. L’Iran ha lanciato il 19 maggio un nuovo tipo di missile a due stadi con un raggio d’azione di 1.200 Km che utilizza propellente solido. Quindi può essere trasportato e nascosto facilmente e anche dotato di armi nucleari. Secondo un alto ufficiale israeliano, Michael Herzog, la stima attuale è che l’Iran possegga 1000 chilogrammi di uranio arricchito, che sono circa i due terzi di quelli necessari per avere la prima bomba nucleare, e nel 2011 al massimo riuscirà a dotarsi della famigerata bomba (secondo esperti americani e russi, l’Iran raggiungerà lo scopo invece solo tra 10 anni).
Non solo, la corsa agli armamenti tradizionali del paese continua. La Guardia rivoluzionaria iraniana ha iniziato il dispiegamento di missili mobili terra-aria e terra-acqua nello stretto di Hormuz, per rafforzare le difese contro l’eventualità di un attacco al paese. Sempre il Jerusalem Post rivela che Teheran, scettica sulle reali intenzioni d’aiuto di Mosca, si sarebbe rivolta alla Cina per l’acquisto di un sistema di difesa aereo, l’HongQi-9. E ancora, l’Iran potrebbe essere in grado di disporre entro la prossima decade di 500 rampe missilistiche e di 1000 missili, necessari a superare le barriere difensive antimissile di Israele, secondo l’opinione di Tal Inbar, capo del Space Research Center at the Fisher Brothers Institute a Herzliya.
E’ del tutto logico comprendere allora i timori e le attenzioni di Israele verso un nemico regionale che non fa niente per nascondere le sue minacce. Da qui l’attivismo del Mossad; questo il calendario delle azioni intraprese dai servizi segreti, opportunamente ristrutturati, di Tel Aviv. Il 12 luglio 2006, l’aviaizone israeliana ha distrutto quasi l’intero stock di missili a lungo raggio nascosto dagli Hezbollah libanesi in bunker sotterranei. Nel luglio 2007, un altro incidente misterioso è successo ad una fabbrica di missili allocata tra la Siria e l’Iran. Nel 2007, Israele distrusse un reattore nucleare costruito dalla Siria con l’aiuto della Corea del Nord: le foto sia del bombardamento che del sito furono distribuite dalla CIA per convincere gli scettici sulle reali intenzioni dei siriani. Nel febbraio 2008, il leader militare degli Hezbollah, Imad Mughniyah, fu ucciso a Damasco. In agosto dello stesso anno, il generale Mohammed Suliman, ufficiale di collegamento con Hamas e gli Hezbollah e attivo partecipante ai progetti siriani di sviluppo del nucleare, fu assassinato da un cecchino. Nel dicembre 2008, durante l’operazione Cast Lead, piombo fuso a Gaza, furono distrutti molti missili; Israele sapeva anche dove si nascondesse il leader di Hamas, ma Olmert rifiutò di autorizzare un’azione aerea a causa del nascondiglio prescelto: un ospedale. Nel gennaio di quest’anno, i droni israeliani hanno distrutto tre convogli in Sudan che provavano a contrabbandare armi dall’Iran alla striscia di Gaza.
La priorità di Israele si basa su una certezza, ben motivata come si è visto, e un’ opportunità: l’Iran (sciita e persiano) vuole dotarsi di un’ arma nucleare che è disposto ad usare contro Israele ma anche usarla come minaccia contro gli altri paesi arabo sunniti (in prima fila Egitto e Arabia), come ha ribadito Netanyahu all ‘American Israel Public Affairs Committee. "Oggi sta succedendo qualcosa in Medio Oriente e posso dire che per la prima volta nella mia vita credo che arabi e ebrei vedano lo stesso nemico”. Il possesso da parte dell’Iran della bomba nucleare altererebbe tutti gli equilibri nella regione, facendo diventare Teheran una potenza regionale capace di determinare l’intera area. Ma come avverte l’autore dell’articolo su Foreign Affairs, le alleanze in medio Oriente sono temporanee e ai fidanzamenti non consegue il matrimonio.
Per usare una metafora, due orologi stanno andando: il primo è quello della corse al nucleare dell’Iran, l’altro della soluzione al problema palestinese. Mentre il primo è in movimento, il secondo è sempre fermo, in una situazione di stallo; allora secondo Israele è sulla minaccia vitale, su Tehran che devono essere concentrati gli sforzi.
Se qualcuno, infatti, credesse che lo stato del governo in Cisgiordania sia vicino ad un entità statuale con qualche parvenza di efficienza e di stato di diritto, si legga questo articolo del New York Times sull’AP la cui ossatura è sempre quella della vecchia organizzazione di Arafat. “Al Fatah ha la trasparenza organizzativa di una repubblica sovietica…. “ Non ha portato avanti nessuna auto-riforma nè dopo la morte del suo leader, nè dopo la vittoria di Hamas. “Il movimento è stato paralizzato da faide personali e da crisi crescenti d’identità“; Al Fatah “è così internamente indeciso che non capace nè di negoziare nè di governare”.
E’ questa anche l’idea dell’editorialista del Washington Post, “I palestinesi non sono capaci di autogoverno”. L’espressione “due popoli due stati”, che ormai ha trovato casa a Washington e nelle cancellerie europee, è un clichè stanco che non descrive la realtà: i palestinesi si sono dimostrati incapaci di auto governarsi, di costruirsi un embrione di stato: non si può confondere una cleptocrazia come l’Ap o un’organizzazione terroristica come Hamas per qualcosa che assomigli ad uno stato.
Non essendoci però altre soluzioni disponibili sul mercato della politica, se non in quello della teoria, un sondaggio di fonte israeliana ci dice che la maggioranza degli israeliani, il 56% degli ebrei e il 78% di quella araba, è favorevole alla soluzione dei due stati, mentre a favore dell’attuale situazione vi è il 28% degli ebrei e l’8% degli arabi.
Ma Obama ha in mente di superare l’ostacolo trattando un accordo non con i diretti interessati, Israele e AP, ma con un panel internazionale formato dagli stati arabi, la Russia, l’Unione Europea. Il concetto di fondo è che i due soggetti interessati, se lasciati soli, siano incapaci di raggiungere accordi di pace. Rimane da chiosare che un conto è firmare un accordo, un altro mantervi fede come la storia del processo di pace iniziato ad Oslo dimostra.
Per un’opinione completamente divergente da quella israeliana, si legga l’intervista a Lawrence Korb, già assistente al segretario della difesa USA dal 1981 al 1985. Alla domanda se ritenesse la minaccia iraniana uguale a quella portata da Hitler e dalla Germania nazista, risponde: “Quando Hitler causò la Seconda Guerra mondiale e scatenò l’Olocausto, la Germania aveva il terzo prodotto interno lordo del mondo ed era la forza militare più capace del pianeta. In più, Hitler aveva per alleati potenze come l’Unione Sovietica e il Giappone. L’Iran in confronto è una piccola nazione, con enormi problemi economici, un esercito mediocre e nessun altro alleato tra le altre nazioni. Per di più, l’Iran è circondato da 200.000 soldati americani ai confini orientali e occidentali”. Alla domanda successiva, “Da credito alle minacce di eliminazione d’Israele che provengono dai leader iraniani?”, risponde: “Per due ragioni non ci credo. La prima, la più seria, viene dal presidente iraniano che non detiene il potere effettivo. La seconda, non vi è nessuna possibilità che l’Iran possa eliminare Israele senza che venga distrutto durante il processo di acquisizione nucleare o alla prima azione realmente ostile. Non c’è nessuna possibilità che il primo colpo iraniano con armi nucleari possa eliminare gli ordigni nucleari d’ Israele o degli Stati Uniti”.

Iraq
La strategia vincente usata dagli americani in Iraq, la cosidetta surge opera di uno dei team si strateghi e alti ufficiali americani più eccezionali che si sia visto in guerra, è oggetto di riflessione. La domanda è: quanto sia possibile esportare il “modello Anbar” di alleanze con situazioni locali (estremiste radicali fondamentaliste ma locali) per combattere Al Qaida in altre realtà?.
Sui problemi della ricostruzione in Iraq, abbiamo detto già nell’altro numero del notiziario. Oggi una serie di articoli e documenti non recenti che aiutano a comprendere la complessità difficoltà e impreparazione USA nel compito. Si rimane comunque stupefatti dalla capacità di ripensare a livello ufficiale sull’esperienza anche negativa e a proporre nuove soluzioni: i cambiamenti in corsa non sono cosa per i grandi elefanti burocratici. Leggere per credere questo report, dal titolo eloquente “Hard Lesson” (dura lezione) dell’ “Ispettorato generale per la ricostruzione dell’Iraq”. Il punto di osservazione è sempre lo stesso: il rispetto del cittadino, il rispetto dei soldi del contribuente. Perché pur spendendo la cifra enorme di 50 miliardi di dollari alcune cose hanno funzionato e altre no? (non si potrebbe applicare lo stesso metodo ai fiumi di denaro spesi in Italia per lo sviluppo delle nostre aree depresse? Nell’interminabile questione meridionale?)
Ancora buone notizie dall’Iraq. La corte federale ha fissato la data, il 30 gennaio 2010, per le prossime elezioni politiche, le terza dalla caduta di Saddam; ora la parola passa al parlamento che deve ratificarla e stanziare i fondi necessari.

Afghanistan
Una notizia tragica e preoccupante dall’Afghanistan: i Talebani avrebbero condotto un attacco ad una scuola femminile usando gas velenosi e intossicando ben 90 ragazzine nel villaggio di Mahmud Raqi. Sono ripresi inoltre i colloqui “segreti” tra governo legittimo e talebani “buoni”.

Sri Lanka
In Sri Lanka sembra finita la guerra ai Tamil. Un filmato che mischia balli e canti di sollievo alla disperazione dei profughi.

Curiosità
Per finire, un diversivo storico. Un saggio sul grande statista Winston Churchill: “Winston Churchill's Constitutionalism: A Critique of Socialism in America” di Justin D. Lyons.
Ecco una bella citazione contro il pragmatismo tratta dalla monumentale: “Storia della Seconda guerra mondiale”: “Quelli (gli uomini politici, ndr.) che possiedono un corpo dottrinario definito e convinzioni ben radicate sono in una posizione migliore nell’affrontare i cambiamenti e le sorprese che comportano gli affari quotidiani in confronto a coloro che hanno una visione corta e che sono succubi dei loro impulsi naturali suffragati da letture del giorno per giorno”.

giovedì 21 maggio 2009

Note internazionali n° 4, 16 maggio 2009

Israele
Continua l’iniziativa di Obama verso la ricerca di una strada possibile per la pace che passa ancora, sempre secondo la nuova amministrazione, per la formula “due popoli, due stati”. Ma i rapporti con il governo israeliano sembrano non essere più quelle di una volta: “Rappresentanti dell’amministrazione israeliana in Gerusalemme hanno espresso preoccupazioni sul declino brusco delle azioni comuni (con gli USA, ndr.) riguardo ai problemi di sicurezza della regione”. Le cause risiedono anche nelle intenzioni di riprendere i colloqui con l’Iran. Efraim Halevy, direttore del Shasha Center for Strategic Studies alla Università Ebraica di Gerusalemme nonchè ex direttore del Mossad (1998-2002), in un’intervista rilasciata al Middle East Bulletin ha dichiarato saggiamente: “Penso che Israele dovrebbe chiarire a chi sta intraprendendo i colloqui con l’Iran, e prima di tutti gli Stati Uniti, che non interferirà nel dialogo se gli interessi israeliani sono riconosciuti e protetti…Il mondo si deve confrontare con tre sfide poste dagli iraniani: prevenire il nucleare, gestire l’orgoglio nazionale di Theran collegato a possedere uranio arricchito e trovare una soluzione regionale che coinvolga tutti gli altri paesi”.
Gli sforzi di Obama sono seguiti con attenzione e partecipazione dagli esperti americani e medio orientali; qui la posizione di un numero nutrito di ambasciatori americani a favore della ripresa dell’iniziativa in Medio Oriente: ecco i cinque obiettivi che si devono raggiungere:
“1. La riapertura dei colloqui israelo-palestinesi tramite la mediazione americana;
2. la fine degli attacchi terroristici a Israele e del contrabbando di armi a Gaza e un aumento delle forze di sicurezza addestrate daglli americani nella West Bank;
3. il congelamento della costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, lo smantellamento dei checkpoints superflui e degli insediamenti illegali, la cessazione delle case palestinesi a Gerusalemme est;
4. l’immediata riscostruzione di Gaza con al centro i bisogni civili e dell’economia locale;
5. il raggiungimento della pace tra Israele e i paesi vicini (Libano e Siria, ndr.) attraverso l’Iniziadtiva di Pace Araba come base dei negoziati.”
Il 7 maggio il generalle Keith Dayton ha tenuto una conferenza in occasione del The Washington Institute's 2009 Soref Symposium. Il Generale Dayton ha un ruolo delicato e importante, e sconosciuto, di coordinatore statunitense tra Israele e l’Autorità Palestinese a partire dal 2005. Nella situazione attuale egli vede un’ opportunità e una sfida. Ecco i principi che hanno diretto il suo lavoro: “Primo, credo fermamente che sia negli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti aiutare a risolvere il conflitto israelo palestinese. Secondo,... credo fermamente nella soluzione dei due stati... Il terzo principio – che ripeto tutte le volte ai miei amici israeliani – i legami tra gli Stati Uniti e Israele sono possono essere rotti oggi, nè domani, nè mai...”
Sulla situazione dei rapporti israelo palestinese, Tony Blair, rappresentante del “Quartetto” ha parlato alla Commissioni esteri del Senato Americano il 14 maggio. Il suo discorso è stato estremamente chiaro e sintetico. “Non vi è nessuna alternativa alla soluzione dei due stati…La cosidetta iniziativa araba di pace, lanciata nel 2002 al summit di Beirut della Lega Araba da re Abdullah dell’Arabia Saudita e ripresa nel 2007 nel summit di Riyadh, è un passo in avanti…Il problema è ridare credibilità a questo processo…Israele non è d’accordo con la creazione di uno stato palestinese fino a quando non sarà sicuro della natura (pacifica, ndr,) dello stato… i palestinesi saranno disponibili ad un accordo quando avranno il pieno controllo e governeranno effettivamente…Per raggiungere questo obiettivo è necessario affrontare tre questioni: vi deve essere un chiaro e credibile negoziato politico per la soluzione dei due stati…Secondo, deve essere data ai palestinesi la capacità di governare il proprio territorio…Le preoccupazioni alla sicurezza dello stato di Israele devono essere calmate… attraverso una riforma del settore sicurezza palestinese e ripristinare lo stato di diritto nel nuovo stato”.
Audizione di Blair al senato americano sul Medio Oriente
L’amministrazione Obama è anche però criticata perchè vista come distratta dagli affari pakistani e afghna, fattore che permetterebbe il progresso dell’ingerenza iraniana in tutta la regione e la rigidità di Nethanyau.
Tra le molte sfide che Israele deve affrontare è chiaro che quella esiziale è rappresentata dal possesso del nucleare dell’Iran che stimola la sensibilità e la memoria israeliana con le continue minacce o di distruizone o negazioniste.”La strada diplomatica rimane l’approccio preferito – nel rapporto “Israel and a Nuclear Iran: Implications for Arms Control, Deterrence, and Defense” dell’ importante thik thank israeliano Institute for National Security Studies -. Comunque, l’esperienza indica che i negoziati da soli non persuaderanno l’Iran a fermare il suo programma fino a che agli occhi degli iraniani il possesso di armi nucleari è il supremo obiettivo”

Afghanistan
Nella partita a scacchi con la Russia, ora i rapporti sembra che tendano al sereno vista la volontà da parte di Mosca far passare i rifornimenti USA dal suo territorio. “La Russia è pronta per la cooperazione sulla questione”, ha confermato il portavoce del Ministro degli Esteri Andrei Nesterenko.

Pakistan
Nella guerra al terrorismo, è il Pakistan ora nell’occhio del ciclone. In un reportage del Times, una nuova immagine incoraggiante: in molte madrasse del Punjab e delle Province della cosidetta North West Frontier non è inusuale sentire le parole di condanna dei mullah sunniti: “I talebani sono il male, per questo noi appoggiamo il nostro governo e il suo (si noti la distanza, ndr.) diritto a distruggere i talebani”. E questa è la convinzione anche del generale Petraeus: “La leadsership pakistana è unita nell’opposizione all’occupazione talebane della valle dello Swat (ad un centinaio di chilometri di distanza da Islamabad, ndr.)” e le recenti operazioni militari contro di loro “sembra che abbiano galvanizzato tutto il Pakistan”.
La debolezza del Pakistan, stato fino a pochi anni fa sconosciuto ai più, è manifesta. “Henry Kissinger una volta si chiese se la Repubblica Islamica dell’Iran era un paese o una causa. Riguardo al Pakistan, la questione è se sia un paese o semplicemente uno spazio… Il mondo si è sempre confrontato con paesi che si identificano con una causa a volte buona a volte cattiva – il nazismo e il comunismo – ma mai con uno spazio”.
Questa guerra, come tutte le guerre moderne, è anche combattuta sui media. Il Council on Foreign Relations afferma “nelle battaglie di comunicazione, i miliziani sembrano avere la meglio. Usano trasmettitori FM, internet e altri media”. E gli Stati Uniti hanno riconosciuto la difficoltà di coordinare le fonti e i messaggi con un risultato non eccellente.
Iraq
La prima visita che il Papa in Giordania ha compiuto è stata ad un centro, diretto da religiosi cristiani, per bambini handicappati. In quell’occasione, sui giornali è apparsa la notizia del trattamento disumano riservato ai disabili in Medio Oriente; a Bagdad gli americani hanno aperto un istituto per la riabilitazione per il numero impressionante di feriti e mutilati, ma sopravviverà quando gli Stati Uniti si ritireranno?
Il fatto positivo è che si parla di ritiro, ma il futuro rimane oscuro e incerto. Stephen Biddle, celebre analista americano, ha prodotto un report per il Center for Preventive Action disegnando diversi scenari, ma la migliore prevenzione contro l’incertezza rimane di rallentare al massimo il ritiro delle truppe, diluendole nel tempo e collegando il rimpatrio ad obiettivi raggiunti di pacificazione.
Intanto, tra mille contraddizioni, continuano come si diceva i progressi sul campo. E’ la volta del Kurdistan che ha raggiunto un accordo di fatto con il governo centrale, che per altro nega, sulla possibilità di potere vendere il petrolio estratto sul proprio territorio. Se questa sia l’anticamera al federalismo o ad una spartizione etnica è presto per dirlo, ma per lo meno si tratta di accordi tra governo centrale e regionale e non di scontri. Il fatto è che però si può vincere la guerra e perdere la pace, grazie anche alle distrazioni americane per cui adesso l’Iraq rischia di diventare la “guerra dimenticata” secondo le parole di Anthony Cordesman. Il pericolo è infatti che il paese corra verso un uscita, ma senza una strategia.
Quello che si può con tranquillità dire è che la discussione negli Stati Uniti è ampia e franca (fino a rischiare l’autolesionismo?) e quindi arrivano notizie, informazioni e storie che aiutano a farci un’idea migliore anche della recente storia. Su Vanity Fair una versione del risveglio sunnita, centro come ormai si sa della lotta contro i talebani: ora si viene a sapere che già nel 2004 i sunniti avevano offerto questa possibilità, ma che i comandi USA non avevano capito…
Sempre sullo stesso argomento della surge, è uscito da un po’ di tempo un libro interessante, anche se superficiale intitolato “The Gamble: General David Petraeus and the American Military Adventure in Iraq, 2006-2008” di Thomas E. Ricks (Penguin Press, 394 pp., $27.95) in una recensione che afferma la stessa tesi della sparizione dalle prime pagine dell’Iraq. “Dalla centralità alla banalità: forse nella storia moderna dell’America nessun altro evento eè passato da una disputa accesa alla dimenticanza così velocemente come la guerra in Iraq. Ricordate la guerra? Ha consumato miliarid di dollari USA, divorato un centinaio di migliaia di vite irachene, sciupato la reputazione di un paese e distrutto una presidenza americana. Dato il ritiro della stampa americana – il primo ritiro dall’Iraq, si può dire – si potrebbe quasi essere scusati, nella primavera del 2009, di dimenticarsi che 140.000 soldati americani stanno ancora combattendo e morendo là”.
Sulle prime fasi dell’occupazione USA dell’Iraq, sulle attività della e della Coalition Provisional Authority e del suo amministratore L. Paul Bremer che governò l’Iraq dal Maggio 2003 al giugno dell’anno seguente, possono essere dette molte cose. Un dato è certo però: la confusione che seguì la caduta di Saddam portò ad una serie di errori incredibili (tra i più eclatanti: lo scioglimento dell’esercito la deebahificazione eccessiva, il mancato passaggio di consegne ad un governo provvisorio iracheno fino ad arrivare a non occuparsi della messa in sicurezza della popolazione). Ora un saggio della Rand Foundation, “Occupying Iraq. A History of the Coalition Provisional Authority” aiuta a comprendere quei fatti.
Questo documento sulla situazione irachena e sui rapporti con gli stati vicini è invece del Senato Americano. Baghdad ha relazioni complicate e difficili con i paesi confinanti con questioni aperte con tutti: con la Siria da dove entrano i guerriglieri sunniti e alqaidisti, con la Turchia per la questione curda e della minoranza turcomanna, con l’Iran per le sue ingerenze a volte ben viste e sempre per le tensioni curde, con l’Arabia che vede nel nuovo Iraq scita la lunga mano degli ayatollah. La porosità dei confini iracheni, da cui transitano migliaia di terroristi, contrabbandieri e trafficanti vari, è sempre stata ed è un cruccio per gli Stati Uniti, problema che può minacciare la stabilità del paese
Per chi volesse approfondire l’analisi dell’Iraq, ecco un documento del Congresso USA sul debito di quel paese e sui meccanismi e procedure attuati per ridurlo, questione non secondaria perché coinvolge in prima persona i vicini poco amichevoli come l’Arabia Saudita.
Arabia Saudita
Il paese hashemita è molto citato e poco conosciuto. Il primo di una serie di documenti porta un titolo inquietante, ma centrato su di un tema oggettivamente vero: "Forum Relazioni America Arabia in un mondo senza equilibrio” che ha trattato i temi della sicurezza nell’area e dei compiti comuni ai due paesi. Il secondo report, dedicato in realtà all’Iraq, tocca un punto dolente: le relazioni tra Arabia e Iraq non buone a causa del nuovo governo scita di Bagdad cisto da Riyadh come troppo vicino all’Iran.
Sulle difficoltà di relazione con l’Iran, si veda questo documento “Le relazioni iraniano saudite dalla caduta di Saddam. Rivalità, cooperazione e implicazioni per la politica USA” della Rand. I due paesi infatti dal 2003 stanno lottando in modo nemmeno ntanto nascosto sia per l’egemonia del mondo mussulmano da un punto di vista religioso, sia per quella regionale. Dinamiche religiose e statali si intrecciano in un nesso non sempre facile da districare.
Anche le relazioni tra Usa e Arabia sono contraddittorie. Da una parte infatti, la tradizionalista dinastia governa in modo feudale uno dei paesi più ricchi del mondo senza nessun rispetto per i diritti umani e con ampie infiltrazioni terroristiche tra le su fila, dall’altra è un ottimo alleato degli Usa. Dicotomia che pone sempre in tensione il rapporto tra i due paesi. Da qui sempre la ricorrente domanda di quanto gli USA si debbano fidare. C’è da dire che negli ultimi tempi la polizia saudita ha intensificato, con successo, la lotta contro Al Qaida. “Abbiamno ucciso o catturato tutti i combattenti – secondo le parole di un alto ufficiale di polizia - e il resto è andato via in Afghanistan o in Yemen…Quello che rimane qui è solo l’apparato ideologico”.

Libano
In Libano si terranno a breve le elezioni dove si assiste ad un confronto pacifico per una posta in gioco altissima: Hamas al governo. Come in tutti i paesi del mondo, vi sono i sondaggi elettorali, anche veramente la forchetta è talmente ampia da dire poco. Ben più significativa è l’intervista allo sceicco Naim Qassem leader degli Hezbollah: “Credo che prenderemo la maggioranza nelle elezioni parlamentari perché abbiamo un largo supporto e durante quattro anni di opposizione abbiamomavuto il più vasto supporto popolare e queste elezioni lo proveranno”,