mercoledì 11 novembre 2009

Appunti Internazionali di sicurezza e difesa: quale strategia per gli USA nel mondo post-unipolare?

L'occidentale, 8 novembre

In questo numero, una lunga rassegna sulle scelte strategiche degli Stati Uniti con le posizioni a confronto dei neocon, del sottosegretario alla difesa e dello stratega e saggista Krepinevic e infine un docuemnto imprtante sull'islamismo.

Difesa Usa

Lo straordinario impegno militare degli Stati Uniti nel mondo ci ricorda sempre una verità fondamentale: l'America è, nonostante tutto, il garante ultimo dell'ordine mondiale, il produttore di sicurezza che tutti gli stati, e in modo particolare noi europei, consumiamo. Per questo merita particolare attenzione il dibattito sulla sua politica estera e di sicurezza che sta avvenendo sulle pagine e sui siti specializzati americani.

A dare inizio, un lungo saggio di Andrew F. Krepinevich Jr., analista militare autore di un celebre libro sul Vietnam "The Army and Vietnam"
(qui riportato un capitolo) dove sosteneva che gli Stati Uniti entrarono in guerra impreparati a combattere una guerra di contro insorgenza perché credevano di stare affrontando una propaggine dell'Armata rossa. (Idea vera solo in parte. E' vero che gli americani credevano di avere di fronte degli esecutori degli ordini di Mosca, è vero che vedevano il mondo comunista come qualcosa di unitario e monolitico, è anche vero che vedevano il pericolo del Vietnam del Nord, e non dei vietcong, sul modello coreano, ma avevano ben studiato la guerra rivoluzionaria di stampo maoista e che erano stati a fianco dei francesi fin dai tempi dell'Indocina. Forse erano più preparati allora alle guerre di contro insorgenza che alla caduta di Saddam).

In questo recente saggio su Foreign Affairs sul futuro della difesa americana, Krepinevich afferma che Washington deve ridisegnare un nuovo quadro strategico all'altezza delle sfide contemporanee, perché il vantaggio competitivo in termini di sicurezza degli U.S. A.,che assicurava loro "il dominio globale", si sta consumando. La supremazia militare garantiva agli Stati Uniti l'accesso alle materie prime, assicurava la salvaguardia della patria e permetteva di fornire la sicurezza globale. Supremazia tecnologica e logistica, sistemi d'arma all'avanguardia, una capacità di proiezione unica, un sistema di basi intorno al mondo e una rete di alleanze militari diffuse rappresentavano i pilastri che reggevano tutto l'edificio. L'obiettivo, fino alla conclusione della guerra fredda, si stagliava chiaro e netto. Contenere la potenza sovietica, scoraggiare un'eventuale aggressione, costruire un'economia americana forte e stabile, garantire la libertà di mercato per tutto il mondo, rassicurare gli stati amici. Questa era la cornice strategica disegnata da Truman e Eisenhower. Ma dalla caduta del muro ad oggi, complice l'11 settembre, gli Stati Uniti sono passati dall'illusione di un mondo unipolare alla necessità di fronteggiare nemici sconosciuti come il fondamentalismo islamico, gli stati falliti, le guerre asimmetriche, mentre nuove potenze mondiali, come la Cina, e sfidanti regionali agguerriti e "intelligenti", si pensi all'Iran, emergono con forza.

A stupire non è certo l'analisi delle capacità belliche della Cina, ma il risultato di un'esercitazione condotta nel 2002, "Millennium Challenge 2002", che simulava l'attacco ad uno stato del Golfo Persico, di certo l'Iran, dotato di armi HT, di una buona logistica, determinazione, e di una strategia simili a quella che lo stato maggiore di Theran sta elaborando (sistemi anti missile mobili, sottomarini veloci e piccoli, sciami di barchini anti nave ecc.). "Le forze 'iraniane', comandate dal Generale dei marines Paul Van Riper, si sono battute con successo contro le forze USA in ogni scontro". Dato di fatto che lede la indiscussa capacità di proiezione americana in tutte le aeree del mondo.

Ma alle nuove difficoltà strategiche devono essere aggiunto anche il declino degli USA come super potenza economica produttrice di ricchezza. La crisi economica, il debito estero, la crescente debolezza del dollaro sono segnali inquuietanti di cui bisogna tener conto per elaborare una nuova dottrina strategica all'altezza delle sfide attuali.

La soluzione avanzata è che gli interventi dell'Iraq e dell'Afghanistan devono rimanere un' eccezione e infatti il titolo è eloquente "The Pentagon's Wasting Assets", "Lo spreco del Pentagono". "Tutto questo suggerisce che gli Stati Uniti devono perseguire una strategia più modesta di quella avanzata da Bush all'indomani dell'11 settembre – una che rifletta un bilanciamento migliore tra scopi e risorse". Insomma l'America deve sviluppare un "approccio indiretto verso le aree di instabilità nel mondo in via di sviluppo" – leggi Iraq e Afghanistan – "conservando il nocciolo delle risorse per affrontare altre priorità strategiche", anche vista la tendenza degli alleati europei e del Giappone a non aprire il loro portafoglio per la difesa pur di non intaccare la spesa sociale.

Contro questa conclusione si scaglia Thomas Donnelly, studioso dell'American Enterprise Institute. "L' idea centrale di Krepinevich è che, dopo il collasso dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla deterrenza di una grande potenza competitrice, con mezzi diversi dal fattore umano quali sistemi d'arma high-tech, forze speciali ecc. (Quindi), investire in tecnologia (in modo particolare per strike di lungo raggio), evitare impegni di forze terrestri (specialmente in conflitti di lunga durata contro forze irregolari) e riformulare una strategia alla luce di mezzi limitati (piuttosto che aumentare le spese)". Ed ecco la conclusione caustica dell'analista dell'AEI, "questo approccio è stato provato, ma ha fallito".

Anche Michele Flournoy, sottosegretario alla Difesa, e Shawn Brimley presentano una riflessione puntuale sulle nuove sfide strategiche. "La recente esperienza di guerra americana, combinata con intuizioni derivate da altri conflitti contemporanei, suggerisce che gli Stati Uniti andranno a confrontarsi con tre tipi di sfide: tensioni crescenti per l' approvvigionamento delle materie prime, minacce ibride che utilizzano metodi regolari e irregolari, e il problema degli stati deboli e falliti". Quello che però è necessario per gli USA è ridisegnare una grande politica del post guerra fredda individuando una visione e degli obiettivi condivisi da tutte le nazioni di buona volontà.

Nel frattempo, Obama ha firmato il National Defense Authorization Act per l'anno fiscale 2010 attraverso cui vengono stanziati 550 miliardi alle normali funzioni e altri 130 miliardi a finanziare le operazioni in Iraq e Afghanistan.


 


 

Islam

A volte sembrano incredibili alle nostre orecchie i comunicati di Al Qaida, ben più estranei alla nostra capacità di comprensione delle deliranti affermazioni delle BR degli anni Settanta e Ottanta. Eppure sono veri, come reale il progetto, per noi pura fantasia, della possibilità di rinascita di un nuovo califfato che comprenda anche l'Europa e alla penetrazione della legge islamica, non solo della religione dell'Islam, in America. L'organizzazione islamica Hizb ut-Tahrir (HT) ha tenuto la sua prima conferenza sul Khilafah (parola araba per "califfato") negli Stati Uniti il 19 luglio scorso all'Hotel Hilton a Oak Lawn, Illinois a cui hanno partecipato circa 400 persone. La conferenza dal titolo "Caduta del capitalismo e nascita dell'Islam" ha patrocinato la causa della propagazione del sistema finanziario islamico e le tappe per stabilire il califfato islamico globale.

La retorica americana è inutile di fronte alla minaccia iraniana

Ragionpolitica 11 novembre 2009

C'è sempre per lo meno un tocco di ingenuità che segna la politica estera americana. Se è giusto mostrare il ramoscello d'olivo verso il mondo per dimostrare che il rifiuto arriva sempre dall'altra parte, spesso però la retorica sembra essere troppo sdolcinata e senza costrutto, come se le parole fossero non solo la forma ma anche il contenuto. Il risultato è un impasse a livello internazionale quasi incomprensibile per non dire autolesionista. Prendiamo ad esempio il caso dell'Iran. Non c'è dubbio che il paese del pavone sia una nazione piena di contraddizioni e sia governato da un regime tutt'altro che monolitico che presenta scricchiolii anche incoraggianti. Ma un occhio critico non può non negare la natura ideologica della rivoluzione khomenista che nasce con il duplice scopo di cercare l'egemonia del mondo mussulmano, la lotta contro il secolarismo occidentale, contro la modernità e i suoi massimi protagonisti gli Stati Uniti cristiani e massoni e il nemico cosmopolita giudaico, Israele, senza dimenticarsi che entrambi gli obiettivi passano attraverso il passaggio intermedio della ricerca di un predominio regionale.

Un approccio realista ma attento alla portata delle idee non può misconoscere la realtà di un simile comportamento insensibile ad ogni tentativo di dialogo razionale e pragmatico; insomma l'Iran di Ahmanidejad non vuole parlare, i suoi obiettivi non sono negoziabili; ogni concessione è solo tattica e fatta per prendere tempo. Minacce e promesse hanno poco effetto su di un regime i cui leader percepiscono l'esistenza dei due Satana come un pericolo, di per sé, alla prosecuzione di quel regime teocratico.

Chi si dimentica la natura dell'ideologia, il suo essere refrattaria alla ragione, dimostra di non aver capito niente del secolo breve e della natura dei totalitarismo occidentali e si dimentica che entrambi hanno perso le unghie non certo attraverso il dialogo.

Se si vuole fermare la corsa verso il nucleare iraniano abbiamo solo due possibilità: o un cambio di regime interno o l'uso della forza a cominciare da un'applicazione dura delle sanzioni.

lunedì 2 novembre 2009

I’omicidio di Napoli, il video e un giudizio di Giovanni Formicola

Gentilissimo Signor Direttore,

 
 

la registrazione dal vivo di un omicidio commesso in pieno giorno e nel cuore di Napoli, con feroce e fredda indifferenza l'abbiamo vista tutti.

 
 

Sono certamente facile profeta se prevedo che esso sarà - anzi, probabilmente già è - un video-cult (come oggi si dice) sui telefonini e pc di giovani e meno giovani, e non solo della malaNapoli. Ma sono almeno altre due le riflessioni che la visione di quel filmato impone.

 
 

La prima riguarda la sanzione da infliggere, se sarà individuato ed assicurato alla giustizia, al colpevole. Sfido chiunque a dimostrare che qualunque pena che sia meno dell'impiccagione possa essere giusta (e si legga in questo "giusta" tutta la pregnanza propria del termine). Lo dico da cattolico convinto e osservante: l'unico modo reale di amare il prossimo è impiccare gli autori di simili orrendi - lo ripeto, per indifferenza, ferocia e "faciltà" - crimini. Amore autentico per le vittime, e soprattutto per tutti quelli che potrebbero essere attratti dal cattivo esempio, in mancanza di una sanzione che sia autenticamente pedagogica, naturalmente non solo - ma anche - per il colpevole. De Maistre aveva visto giusto e lontano: l'abolizione della pena di morte avrebbe scatenato (scatenato, non creato) e moltiplicato i mostri, e il sangue sarebbe scorso a fiumi. Il problema vero è che oggi uomini e istituzioni non hanno la caratura e il quadro morale di riferimento per legittimare l'uso di un simile tremendo ed estremo mezzo di conservazione della società e del bene.

 
 

La seconda riflessione riguarda la mia città e il mio popolo. Sono napoletano e napoletano davvero, ma non sopporto più chi ogni tanto si adonta, come vergine ferita, delle critiche, anche quando suonano come invettive e insulti, "leghiste". Quel video, oltre la disumana ferocia del killer, che con ciò solo si è (si è) privato del diritto alla vita avendo perso radicalmente l'innocenza e l'umanità che lo fondano, documenta l'incanaglimento e persino la ferinità del popolo napoletano. Nessuna paura, nessuna abitudine, nulla ma proprio nulla, possono giustificare il silenzio, l'indifferenza davanti al corpo esamine di un uomo appena morto ammazzato, che viene addirittura scavalcato come se fosse un ostacolo non rimosso sul marciapiede. Questo "popolo", questa gente, questa massa informe ormai non è più difendibile.

 
 

Con amarezza La saluto

Giovanni Formicola 

mercoledì 28 ottobre 2009

Pakistan, un paese in crisi

Ragionpolitica, 25 ottobre


 

Mentre Obama, novello Amleto, si cincischia a Washington su cosa fare in Afghanistan e in Pakistan, e sulle questioni più spinose sullo scenario internazionale, indeciso su tutto, a metà strada tra politiche opportunistiche e promesse elettorali di pace universale, la situazione in quell'area, che in gergo si chiama Afpak in un acronimo che rende idea dell' indissolubilità delle due crisi, si fa sempre più pesante.

Il punto è che l'intervento internazionale, americano e Nato,iniziato in Afghanistan per dare la caccia ad Al Qaida si è trasformato nel corso degli anni in qualche cosa di ben diverso e i cambiamenti sono avvenuti su tutti e due i lati del conflitto, sia su quello del nemico che nel campo degli alleati. Incominciando da quest'ultimo, la guerra afgana ha smesso di essere un problema internazionale perché sul campo la NATO ha dimostrato tutta la sua impotenza e incapacità di intervento. I governi occidentali in realtà non si sentono parte in causa, ognuno ha interpretato a modo suo la richiesta d'aiuto dell'alleato sia per quantità di forze da impiegare che per regole di ingaggio finendo a rinchiudere a chiave i propri soldati entro fortini con la speranza di ridurre al minimo il numero delle perdite. Doppio fallimento quindi, politico e militare che nei rapporti tra Stati Uniti e alleati europei conterà parecchio nel prossimo futuro.

Sul piano geopolitico, la guerra ha prodotto cambiamenti enormi nell'area. In primo luogo, la guerra afghana si è trasformata in una questione interna, in una lotta anche tra etnie in una nazione ormai allo sbando dopo quasi 30 anni di distruzioni e morti. Il risultato è che i talebani hanno portato il conflitto anche nelle zone pashtun del nord Pakistan, in quelle province tribali amministrate con ampie autonomia ma anche tenute ben distanti dall'intervento economico e sociale dello stato pakistano. Federally Administered Tribal Areas (FATA), North-West Frontier Province (NWFP) o "cintura tribale del Pakistan", sono i nomi mitici che rimandano ad un inesistente confine tra i due paesi inventato per comodità imperiale dagli inglesi nel 1893, la "Durand line", con conseguenze nefaste, perché ripartiva un etnia tra due paesi con due ruoli ben diversi, dominante in Afghanistan e minoranza in Pakistan. Questo per lo meno fino all'avvento di Karzai che escludeva per la prima volta nella storia i pashtun dal governo di Kabul a vantaggio dell'Alleanza del Nord a maggioranza tagika, azara e uzbeca.

Per capire quello che sta succedendo è necessario riportare il ruolo dei talebani nello scacchiere asiatico. Il primo fatto, risaputo, è che il Pakistan ha sempre appoggiato i talebani con una triplice funzione: creare in Afghanistan un regime amico che si opponesse alle rivendicazioni indiane e che formasse una cintura di sicurezza, assieme all'Arabia Saudita, contro le mire espansionistiche e rivoluzionarie dello scita Iran. Mai insomma il governo di Karachi ha visto i fondamentalisti afghani come una minaccia. Ma il Pakistan vive anche grazie all'aiuto americano e le cose non potevano non cambiare dopo l'11 settembre, costringendo il governo ad assumere posizioni più dure. Il fatto è che l'asse centrale dello stato pakistano è rappresentato dal complesso militare con al centro i suoi servizi segreti –l'ISI -, e in questo settore statale invece non c'è stato quel cambio netto di marcia, perché la visione strategica è rimasta la stessa di prima dell'attentato alle Twin Towers. L'India è sempre percepita come il primo nemico. Nel frattempo però, in un gioco di specchi difficile da controllare, il movimento talebano si radicalizzava anche tra i pashtun pakistani che coglievano l'occasione della presenza delle truppe americane in Afghanistan anche per combattere il governo pakistano visto come filo occidentale, nemico del loro popolo e infedele! Come si capisce spinte etnico-nazionaliste, questioni di potere e motivi religiosi si fondono trasformando la questione in un groviglio inestricabile.

Stretto comunque dalla necessità di fare qualcosa, con i talebani pakistani sempre più invadenti, gli americani che minacciano sempre di chiudere i cordoni della borsa, l'esercito pakistano a più riprese ha condotto azioni contro i talebani nell'area tribale. Le ha condotte però male, con scarso impegno e in modo tradizionale. Innanzi tutto, esse non rientrano in una strategia di lunga durata, ma sono campagne isolate e scollegate l'una dall'altra alternando la politica del bastone e della carota, forza e trattativa, in modo sconclusionato (si ricorderà infatti il riconoscimento della legge islamica in deroga al diritto pakistano per quest'area); in secondo luogo sono condotte con una logica non di anti insorgenza ma secondo i principi classici della guerra tradizionale e quindi, in terzo luogo, non hanno al centro la sicurezza della popolazione locale. Il risultato è devastante: un milione e mezzo di profughi per cui non è stato prevista nessuna politica di accoglienza, terreno fertile per ogni propaganda estremista e di reclutamento talebano.

"Afpak "a questo punto non è più un acronimo giornalistico: è una realtà unitaria resa ancor più complessa da altre due fatti come la presenza di cinquanta testate nucleari puntate contro l'unica democrazia dell'area, quell'India che sta facendo passi da gigante nel processo d'integrazione mondiale.

La guerra si sta rilevando come il più impietoso banco della verità di ogni velleità e retorica multilateralista tanto sbandierata in campagna elettorale. A Obama non rimane altro che decidere e agli europei, ancora una volta, non rimane altro che aspettare le decisioni dell'amico americano. E l'Alleanza Atlantica? Il fallimento del ruolo della Nato post guerra fredda come forza di proiezione è evidente e niente dopo questa guerra sarà come prima.

L’icona Obama


L'occidentale 27 ottobre

E' un icona, un rimando ad una altra realtà, anzi ad altre; simbolo di tutto ciò che i cittadini spettatori vorrebbero di bene al mondo senza pagare nessun prezzo alla durezza della vita e delle sue leggi. E questo è possibile perché la dimensione del politico si articola per lo meno su tre livelli. Innanzitutto vi è la visione, il progetto complessivo, lo sguardo illuminato sull'andamento della storia e qui che si vede se un capo è un leader, il predestinato che sa capire la direzione, i passaggi fondamentali e indicare la strada al suo popolo. In secondo luogo, vi sono le scelte quotidiane, la routine, che vanno gestite con pragmatismo e buon senso senza mai di dimenticarsi di coordinarle con il piano superiore. Da ultimo, c'è la retorica, la gestione del consenso, l'olio che permette l'amalgama di tutti gli elementi. Ecco Obama ha innalzato quest'ultimo elemento a architrave portante di tutto l'edificio della sua politica e questo è vero specialmente per la politica estera americana. In questa sfera d'azione, dove le percezioni equivalgono a fatti, la prima opera è stato cambiare il segno alle parole d'ordine che hanno segnato i due mandati di Bush, sostituire il prefisso "multi" all' "uni" in nome di una maggiore moralità, e il gioco è fatto. Multilateralismo al posto di unilateralismo, multipolarismo invece di unipolarismo, guerre di necessità contro guerre di scelta, politica dell'ascolto e non più arroganza, e così via.

Ma le cose non sono così semplici e lo schema non funziona. Prendiamo per esempio la questione della presunta maggiore universalità della politica obamiama; se fosse così i diritti umani sarebbero al primo posto, la promozione e la salvaguardia di un bene primario, di uno standard minimo di dignità, dovrebbe essere in testa all'agenda di una politica volta verso il rispetto della persona e non più in mano alla gang dei cinici petrolieri texani. E, invece, no. Il primo presidente di colore che dovrebbe essere guidato dallo spirito idelista wilsoniano rifiuta di incontrarsi con il Dalai Lama per non offendere gli amici cinesi. Mai il guerrafondaio Bush si sarebbe permesso un diniego così esplosivo!

E' il caso più eclatante che ben mostra però il limite strutturale dell'azione di Obama. Si potrebbe continuare a lungo, dalle posizioni sullo scudo spaziale europeo al modo di gestione del processo di pace israelo palestinese, al negoziato con l'Iran, alle indecisioni afghane. Una retorica umanitaria buonista multilaterale a coprire un realismo opportunista determinato a sua volta dalla vera essenza della sua politica estera, l'accettazione dello status quo, la globalizzazione come bene comunque essa sia. Ecco il principio ultimo!

Mentre Bush è stato costretto dagli eventi ad un interventismo revisionista dell'ordine mondiale a partire dal Medio Oriente, mentre Bush dopo l'11 settembre ha provato a ridisegnare gli equilibri globali dall'Iraq ai rapporti con gli alleati e con la Russia, Obama vuol tornare ad una situazione più tranquilla che permetta all'America di fare dei buoni affari con tutti, dalla Cina al resto del mondo, stando ben dentro il processo di integrazione mondiale e avendo ben poche pretese di dirigerlo. Il suo sogno è di disfarsi delle conflittualità armate per concentrarsi sulle relazioni economiche, in primo luogo con Cina e l'Asia. A spingerlo in questa direzione vi sono per lo meno due verità impossibili da smentire, la crisi economica e le difficoltà della guerra, ma questo non basta a spiegare questo nuovo indirizzo.

La verità è che, come sempre, le parole mielate, la retorica buonista serve a mascherare decisioni in direzioni opposte, dettate dal più duro realismo economicista o, direbbe Tremonti, mercatista. Ecco che allora diritti umani e alleati possono bene essere scambiati in nome della stabilità: la Cina prima del Tibet, la Russia prima dei paesi dell'Est Europa, l'Iran prima di Israele.

sabato 24 ottobre 2009

LA GUERRA RIVOLUZIONARIA

SECOLO, 24 OTTOBRE

Sono passati pochi giorni da quando le note del silenzio fuori ordinanza hanno accompagnato i feretri dei nostri soldati nella Basilica di San Paolo fuori le mura. Noi italiani non siamo abituati a parlare di guerra. Il dramma di essere stati tra glia aggressori nel 1940, del disfacimento dello stato con l'8 settembre, di cinquant'anni passati sotto la protezione dell'aquila americana, a cui si devono aggiungere i luoghi comuni del politicamente corretto catto comunista, ci hanno fatto dimenticare l'esistenza della guerra nel mondo, della sua necessità. Verità che si riflette anche nella nostra Costituzione, in quell'articolo 11 più volte chiamato in causa. Se queste sono le condizioni culturali del paese – fino a trasformarsi in tratti antropologici -, non stupisce il modo in cui i nostri governi, specialmente quelli di centro sinistra, hanno condotto il paese nei vari teatri mondiali a partire da quell'operazione in Libano nel lontano 1982. "Peace keeping", "peace enforcing", "state buiding", insomma tutte azioni di pace in cui i soldati italiani svolgono il ruolo di missionari, infermieri e geometri, al massimo un po' armati, ma solo per difesa personale! Questa è la vulgata che si racconta.

E i risultati di questo atteggiamento nazionale verso la guerra si vedono. Dopo la strage di Kabul, c'è qualcosa di bello e commovente nello stringersi del paese attorno alle famiglie di quelle sei famiglie, ma allo stesso tempo fanno impressione i giudizi sulla guerra. Se non sembrasse bolso patriottismo, cinismo, o, peggio ancora, disprezzo per i caduti, il sorgere di una discussione sull'andamento della campagna afgana dopo la strage di Kabul è francamente un po' incredibile.

Ecco il vero obiettivo dei talebani, di Al Qaida e di ogni tipo di terrorismo internazionale che agisca per motivi rivoluzionari e religiosi. Non vogliono vincere sul piano militare perché non possono, non ne hanno la forza e le capacità: che cosa può un Khalashinikov contro un carro armato? Sul piatto, dalla loro possono solo fare affidamento su due armi: motivazione e pazienza.

L'aveva ben capito Mao Tse Tung all'epoca della Lunga Marcia. Il grande timoniere aveva davanti a sé l'esempio drammatico della sconfitta etiope da parte italiana, in una guerra fatta di scontri frontali e segnata dalla brutalità fuorilegge degli occupanti che non si peritarono ad utilizzare il gas. La soluzione geniale di Mao fu semplice e va sotto l'etichetta di "guerra rivoluzionaria". Per la prima volta, la strategia di Fabio Massimo "il temporeggiatore", la guerriglia usata dagli spagnoli contro le truppe di Napoleone, le tecniche partigiane della Seconda guerra mondiale contro i tedeschi si andavano ad assommare ad una teoria politica, alla variante cinese del comunismo, producendo una teoria rivoluzionaria della guerra di popolo che stravolgeva tutti i dettami degli staretghi della terza internazionale. Fino allora infatti, sull'esempio della Rivoluzione d'Ottobre, il marxismo leninismo aveva teorizzato una versione popolare del colpo di stato, cioè aveva offerto una teoria dell'insurrezione in armi, della spallata definitiva.

La mobilitazione politica delle masse, nel pensiero maoista, può sostituire quella industriale: la popolazione è l'acqua dove nuotano i pesci. Per Mao, come in Sun Tzu, il problema è quello di evitare lo scontro, di riuscire a vincere senza combattere. Il problema militare è come organizzare lo spazio per guadagnare tempo e il problema politico è rappresentato dall'utilizzo del tempo guadagnato per organizzare il popolo e prima di tutto la sua avanguardia cosciente, il partito; tempo per ottenere volontà-determinazione rivoluzionaria da inquadrare. Il mezzo della guerra rivoluzionaria è "la guerra protratta". La guerra di potenza deve essere ridotta e trasformata in guerra di frizione e psicologica. Mao prende tempo per raggiungere il duplice scopo di agitare, sobillare la popolazione e allo stesso tempo sfinire il nemico in estenuanti azioni. Così mentre il più forte nemico si logora nella caccia ai fantasmi e porta a spasso per l'enorme paese i suoi cannoni, l'esercito rivoluzionario crea nelle zone liberate un contro governo, delle istituzioni funzionanti e alternative al governo centrale. Gli insorti non hanno l'obiettivo centrale di sconfiggere il nemico – come potrebbero? I loro scopo è solo uno, conquistare alla propria causa con le buone e con le cattive, le masse. Si sa come andò a finire, che fine fece il Kuomintang.

Certo oggi sono passati più di settanta anni, le cose sono in parte cambiate; solo la Cina può contare su di un'estensione che permette uno scambio razionale tra spazio e tempo. Ma in mezzo si sono aggiunte decine di altre esperienze di guerre asimmetriche. Per esempio, la guerra d'Indocina, la rivoluzione cubana, la guerra di Algeria, il Vietnam, solo per nominare quelle che hanno visto la vittoria di movimenti rivoluzionari. In primo luogo, si è aggiunta l'asimmetria e disparità di interessi in gioco. Se nel caso di Chan Kai Shek e Mao si trattava di una guerra civile, entrambi però condividevano lo stesso fine, combattevano per andare al potere nel proprio paese; nelle guerre successive alla seconda guerra mondiale, invece, ci troviamo davanti a contendenti che hanno interessi in gioco completamente diversi. Mentre il combattente più debole è locale, l'esercito più forte arriva da lontano, da una potenza oltremare. Mentre il primo lotta per la vita e la morte, il secondo combatte una guerra parziale. Guerra totale contro guerra limitata, interessi vitali contro interessi mediati. Ecco che interessi diversi in gioco stabiliscono una diverso atteggiamento nei confronti del tempo: pazienza contro fretta, fretta di tornare a casa, fretta di spendere troppi soldi, fretta di perdere troppi uomini. Il fattore tempo si rivela l'elemento centrale: non più spazio per acquisire il tempo, ma aumento della frizione con l'utilizzo di tutti i metodi per estenuare il nemico sia sul campo che a casa. Ai rivoluzionari, per vincere la guerra, basta non perderla.

Come il centro di gravità dei rivoluzionari è rappresentato dalla conquista dei cuori e le menti del proprio popolo, adesso nell'era dei mass media, del villaggio globale, il centro di gravità della potenza occidentale è costituito dalla propria opinione pubblica. E questa è la grande scoperta sia del FLN algerino che dei vietnamiti. La guerra diventa una gigantesca operazione di propaganda, di pubbliche relazioni, di uso intelligente dei media, di uso della diplomazia. Ogni mezzo è buono per isolare il nemico, attraverso una strategia a cerchi concentrici, e fiaccarne così la volontà. I vietnamiti e gli algerini furono maestri a far passare la loro lotta come lotta di tutti gli oppressi del mondo; a dipingere il nemico come un assassino barbaro (spesso purtroppo a ragione) e cosa ben più grave a far dimenticare le loro barbarie. Niente trapelava delle stragi di civili e avversari politici da parte del FLN, niente dei montagnard.

Il risultato è semplice, la gestione del fronte interno si rivela altrettanto importante del campo di battaglia. Ai potenti eserciti occidentali, per vincere la guerra, non è sufficiente vincere il conflitto armato. I governi devono combattere una battaglia ben più insidiosa contro la distrazione, la stanchezza, la demotivazione tra le proprie file. E' così che l'offensiva del Tet, in cui le truppe vietcong andarono incontro ad una disfatta rovinosa, si trasforma in una vittoria; è così che la battaglia di Algeri diventain una sconfitta per i francesi.

Globalizzazione e tecnica, internet con la sua funzione di moltiplicatore esponenziale adesso si sono andati ad aggiungere al fanatismo religioso. Un semplice atto di un terrorista suicida fa più danno di una battaglia campale. Con mille euro si raggiunge lo scopo che centinaia di migliaia degli stessi euro mai raggiungerebbero. Un solo kamikaze è più efficace di 100 uomini ben addestrati.

Ha ragione il generale McCrystal, il comandante in capo delle truppe occidentali in Afghanistan. Stiamo perdendo la guerra, perché abbiamo perso sul campo l'iniziativa e l'offensiva mediatica. E da qui bisogna ricominciare. Non ci sono scorciatoie, per questo è importante dire la verità all'opinione pubblica, preparala alla durezza della guerra, considerare il conflitto armato come un male necessario. Solo vincendo la battaglia per la conquista dei "cuori e le menti" della nostra opinione pubblica vinceremo la lotta contro i Talebani e Al Qaida. Dobbiamo parlare di guerra non solo quando i nostri muoiono, ma anche e soprattutto quando vincono. Altrimenti, che ci stanno a fare in Afghanistan e perché dobbiamo combattere, quando abbiamo paura a nominare la parola "guerra"?

APPUNTI INTERNAZIONALI 18

L'OCCIDENTALE, 24 OTTOBRE

Mentre Obama, novello Amleto, si cincischia a Washington su cosa fare in Afghanistan e in Pakistan, e sulle questioni più spinose sullo scenario internazionale, indeciso su tutto, a metà strada tra politiche opportunistiche e promesse elettorali di pace universale, la situazione in quell'area, che in gergo si chiama Afpak in un acronimo che rende idea dell' indissolubilità delle due crisi, si fa sempre più pesante.

Il punto è che l'intervento internazionale, americano e Nato,iniziato in Afghanistan per dare la caccia ad Al Qaida si è trasformato nel corso degli anni in qualche cosa di ben diverso e i cambiamenti sono avvenuti su tutti e due i lati del conflitto, sia su quello del nemico che nel campo degli alleati. Incominciando da quest'ultimo, la guerra afgana ha smesso di essere un problema internazionale perché sul campo la NATO ha dimostrato tutta la sua impotenza e incapacità di intervento. I governi occidentali in realtà non si sentono parte in causa, ognuno ha interpretato a modo suo la richiesta d'aiuto dell'alleato sia per quantità di forze da impiegare che per regole di ingaggio finendo a rinchiudere a chiave i propri soldati entro fortini con la speranza di ridurre al minimo il numero delle perdite. Doppio fallimento quindi, politico e militare che nei rapporti tra Stati Uniti e alleati europei conterà parecchio nel prossimo futuro.

Sul piano geopolitico, la guerra ha prodotto cambiamenti enormi nell'area. In primo luogo, la guerra afghana si è trasformata in una questione interna, in una lotta anche tra etnie in una nazione ormai allo sbando dopo quasi 30 anni di distruzioni e morti. Il risultato è che i talebani hanno portato il conflitto anche nelle zone pashtun del nord Pakistan, in quelle province tribali amministrate con ampie autonomia ma anche tenute ben distanti dall'intervento economico e sociale dello stato pakistano. Federally Administered Tribal Areas (FATA), North-West Frontier Province (NWFP) o "cintura tribale del Pakistan", sono i nomi mitici che rimandano ad un inesistente confine tra i due paesi inventato per comodità imperiale dagli inglesi nel 1893, la "Durand line", con conseguenze nefaste, perché ripartiva un etnia tra due paesi con due ruoli ben diversi, dominante in Afghanistan e minoranza in Pakistan. Questo per lo meno fino all'avvento di Karzai che escludeva per la prima volta nella storia i pashtun dal governo di Kabul a vantaggio dell'Alleanza del Nord a maggioranza tagika, azara e uzbeca.

Per capire quello che sta succedendo è necessario riportare il ruolo dei talebani nello scacchiere asiatico. Il primo fatto, risaputo, è che il Pakistan ha sempre appoggiato i talebani con una triplice funzione: creare in Afghanistan un regime amico che si opponesse alle rivendicazioni indiane e che formasse una cintura di sicurezza, assieme all'Arabia Saudita, contro le mire espansionistiche e rivoluzionarie dello scita Iran. Mai insomma il governo di Karachi ha visto i fondamentalisti afghani come una minaccia. Ma il Pakistan vive anche grazie all'aiuto americano e le cose non potevano non cambiare dopo l'11 settembre, costringendo il governo ad assumere posizioni più dure. Il fatto è che l'asse centrale dello stato pakistano è rappresentato dal complesso militare con al centro i suoi servizi segreti –l'ISI -, e in questo settore statale invece non c'è stato quel cambio netto di marcia, perché la visione strategica è rimasta la stessa di prima dell'attentato alle Twin Towers. L'India è sempre percepita come il primo nemico. Nel frattempo però, in un gioco di specchi difficile da controllare, il movimento talebano si radicalizzava anche tra i pashtun pakistani che coglievano l'occasione della presenza delle truppe americane in Afghanistan anche per combattere il governo pakistano visto come filo occidentale, nemico del loro popolo e infedele! Come si capisce spinte etnico-nazionaliste, questioni di potere e motivi religiosi si fondono trasformando la questione in un groviglio inestricabile.

Stretto comunque dalla necessità di fare qualcosa, con i talebani pakistani sempre più invadenti, gli americani che minacciano sempre di chiudere i cordoni della borsa, l'esercito pakistano a più riprese ha condotto azioni contro i talebani nell'area tribale. Le ha condotte però male, con scarso impegno e in modo tradizionale. Innanzi tutto, esse non rientrano in una strategia di lunga durata, ma sono campagne isolate e scollegate l'una dall'altra alternando la politica del bastone e della carota, forza e trattativa, in modo sconclusionato (si ricorderà infatti il riconoscimento della legge islamica in deroga al diritto pakistano per quest'area); in secondo luogo sono condotte con una logica non di anti insorgenza ma secondo i principi classici della guerra tradizionale e quindi, in terzo luogo, non hanno al centro la sicurezza della popolazione locale. Il risultato è devastante: un milione e mezzo di profughi per cui non è stato prevista nessuna politica di accoglienza, terreno fertile per ogni propaganda estremista e di reclutamento talebano.

"Afpak "a questo punto non è più un acronimo giornalistico: è una realtà unitaria resa ancor più complessa da altre due fatti come la presenza di cinquanta testate nucleari puntate contro l'unica democrazia dell'area, quell'India che sta facendo passi da gigante nel processo d'integrazione mondiale.

La guerra si sta rilevando come il più impietoso banco della verità di ogni velleità e retorica multilateralista tanto sbandierata in campagna elettorale. A Obama non rimane altro che decidere e agli europei, ancora una volta, non rimane altro che aspettare le decisioni dell'amico americano. E l'Alleanza Atlantica? Il fallimento del ruolo della Nato post guerra fredda come forza di proiezione è evidente e niente dopo questa guerra sarà come prima.