sabato 24 ottobre 2009

LA GUERRA RIVOLUZIONARIA

SECOLO, 24 OTTOBRE

Sono passati pochi giorni da quando le note del silenzio fuori ordinanza hanno accompagnato i feretri dei nostri soldati nella Basilica di San Paolo fuori le mura. Noi italiani non siamo abituati a parlare di guerra. Il dramma di essere stati tra glia aggressori nel 1940, del disfacimento dello stato con l'8 settembre, di cinquant'anni passati sotto la protezione dell'aquila americana, a cui si devono aggiungere i luoghi comuni del politicamente corretto catto comunista, ci hanno fatto dimenticare l'esistenza della guerra nel mondo, della sua necessità. Verità che si riflette anche nella nostra Costituzione, in quell'articolo 11 più volte chiamato in causa. Se queste sono le condizioni culturali del paese – fino a trasformarsi in tratti antropologici -, non stupisce il modo in cui i nostri governi, specialmente quelli di centro sinistra, hanno condotto il paese nei vari teatri mondiali a partire da quell'operazione in Libano nel lontano 1982. "Peace keeping", "peace enforcing", "state buiding", insomma tutte azioni di pace in cui i soldati italiani svolgono il ruolo di missionari, infermieri e geometri, al massimo un po' armati, ma solo per difesa personale! Questa è la vulgata che si racconta.

E i risultati di questo atteggiamento nazionale verso la guerra si vedono. Dopo la strage di Kabul, c'è qualcosa di bello e commovente nello stringersi del paese attorno alle famiglie di quelle sei famiglie, ma allo stesso tempo fanno impressione i giudizi sulla guerra. Se non sembrasse bolso patriottismo, cinismo, o, peggio ancora, disprezzo per i caduti, il sorgere di una discussione sull'andamento della campagna afgana dopo la strage di Kabul è francamente un po' incredibile.

Ecco il vero obiettivo dei talebani, di Al Qaida e di ogni tipo di terrorismo internazionale che agisca per motivi rivoluzionari e religiosi. Non vogliono vincere sul piano militare perché non possono, non ne hanno la forza e le capacità: che cosa può un Khalashinikov contro un carro armato? Sul piatto, dalla loro possono solo fare affidamento su due armi: motivazione e pazienza.

L'aveva ben capito Mao Tse Tung all'epoca della Lunga Marcia. Il grande timoniere aveva davanti a sé l'esempio drammatico della sconfitta etiope da parte italiana, in una guerra fatta di scontri frontali e segnata dalla brutalità fuorilegge degli occupanti che non si peritarono ad utilizzare il gas. La soluzione geniale di Mao fu semplice e va sotto l'etichetta di "guerra rivoluzionaria". Per la prima volta, la strategia di Fabio Massimo "il temporeggiatore", la guerriglia usata dagli spagnoli contro le truppe di Napoleone, le tecniche partigiane della Seconda guerra mondiale contro i tedeschi si andavano ad assommare ad una teoria politica, alla variante cinese del comunismo, producendo una teoria rivoluzionaria della guerra di popolo che stravolgeva tutti i dettami degli staretghi della terza internazionale. Fino allora infatti, sull'esempio della Rivoluzione d'Ottobre, il marxismo leninismo aveva teorizzato una versione popolare del colpo di stato, cioè aveva offerto una teoria dell'insurrezione in armi, della spallata definitiva.

La mobilitazione politica delle masse, nel pensiero maoista, può sostituire quella industriale: la popolazione è l'acqua dove nuotano i pesci. Per Mao, come in Sun Tzu, il problema è quello di evitare lo scontro, di riuscire a vincere senza combattere. Il problema militare è come organizzare lo spazio per guadagnare tempo e il problema politico è rappresentato dall'utilizzo del tempo guadagnato per organizzare il popolo e prima di tutto la sua avanguardia cosciente, il partito; tempo per ottenere volontà-determinazione rivoluzionaria da inquadrare. Il mezzo della guerra rivoluzionaria è "la guerra protratta". La guerra di potenza deve essere ridotta e trasformata in guerra di frizione e psicologica. Mao prende tempo per raggiungere il duplice scopo di agitare, sobillare la popolazione e allo stesso tempo sfinire il nemico in estenuanti azioni. Così mentre il più forte nemico si logora nella caccia ai fantasmi e porta a spasso per l'enorme paese i suoi cannoni, l'esercito rivoluzionario crea nelle zone liberate un contro governo, delle istituzioni funzionanti e alternative al governo centrale. Gli insorti non hanno l'obiettivo centrale di sconfiggere il nemico – come potrebbero? I loro scopo è solo uno, conquistare alla propria causa con le buone e con le cattive, le masse. Si sa come andò a finire, che fine fece il Kuomintang.

Certo oggi sono passati più di settanta anni, le cose sono in parte cambiate; solo la Cina può contare su di un'estensione che permette uno scambio razionale tra spazio e tempo. Ma in mezzo si sono aggiunte decine di altre esperienze di guerre asimmetriche. Per esempio, la guerra d'Indocina, la rivoluzione cubana, la guerra di Algeria, il Vietnam, solo per nominare quelle che hanno visto la vittoria di movimenti rivoluzionari. In primo luogo, si è aggiunta l'asimmetria e disparità di interessi in gioco. Se nel caso di Chan Kai Shek e Mao si trattava di una guerra civile, entrambi però condividevano lo stesso fine, combattevano per andare al potere nel proprio paese; nelle guerre successive alla seconda guerra mondiale, invece, ci troviamo davanti a contendenti che hanno interessi in gioco completamente diversi. Mentre il combattente più debole è locale, l'esercito più forte arriva da lontano, da una potenza oltremare. Mentre il primo lotta per la vita e la morte, il secondo combatte una guerra parziale. Guerra totale contro guerra limitata, interessi vitali contro interessi mediati. Ecco che interessi diversi in gioco stabiliscono una diverso atteggiamento nei confronti del tempo: pazienza contro fretta, fretta di tornare a casa, fretta di spendere troppi soldi, fretta di perdere troppi uomini. Il fattore tempo si rivela l'elemento centrale: non più spazio per acquisire il tempo, ma aumento della frizione con l'utilizzo di tutti i metodi per estenuare il nemico sia sul campo che a casa. Ai rivoluzionari, per vincere la guerra, basta non perderla.

Come il centro di gravità dei rivoluzionari è rappresentato dalla conquista dei cuori e le menti del proprio popolo, adesso nell'era dei mass media, del villaggio globale, il centro di gravità della potenza occidentale è costituito dalla propria opinione pubblica. E questa è la grande scoperta sia del FLN algerino che dei vietnamiti. La guerra diventa una gigantesca operazione di propaganda, di pubbliche relazioni, di uso intelligente dei media, di uso della diplomazia. Ogni mezzo è buono per isolare il nemico, attraverso una strategia a cerchi concentrici, e fiaccarne così la volontà. I vietnamiti e gli algerini furono maestri a far passare la loro lotta come lotta di tutti gli oppressi del mondo; a dipingere il nemico come un assassino barbaro (spesso purtroppo a ragione) e cosa ben più grave a far dimenticare le loro barbarie. Niente trapelava delle stragi di civili e avversari politici da parte del FLN, niente dei montagnard.

Il risultato è semplice, la gestione del fronte interno si rivela altrettanto importante del campo di battaglia. Ai potenti eserciti occidentali, per vincere la guerra, non è sufficiente vincere il conflitto armato. I governi devono combattere una battaglia ben più insidiosa contro la distrazione, la stanchezza, la demotivazione tra le proprie file. E' così che l'offensiva del Tet, in cui le truppe vietcong andarono incontro ad una disfatta rovinosa, si trasforma in una vittoria; è così che la battaglia di Algeri diventain una sconfitta per i francesi.

Globalizzazione e tecnica, internet con la sua funzione di moltiplicatore esponenziale adesso si sono andati ad aggiungere al fanatismo religioso. Un semplice atto di un terrorista suicida fa più danno di una battaglia campale. Con mille euro si raggiunge lo scopo che centinaia di migliaia degli stessi euro mai raggiungerebbero. Un solo kamikaze è più efficace di 100 uomini ben addestrati.

Ha ragione il generale McCrystal, il comandante in capo delle truppe occidentali in Afghanistan. Stiamo perdendo la guerra, perché abbiamo perso sul campo l'iniziativa e l'offensiva mediatica. E da qui bisogna ricominciare. Non ci sono scorciatoie, per questo è importante dire la verità all'opinione pubblica, preparala alla durezza della guerra, considerare il conflitto armato come un male necessario. Solo vincendo la battaglia per la conquista dei "cuori e le menti" della nostra opinione pubblica vinceremo la lotta contro i Talebani e Al Qaida. Dobbiamo parlare di guerra non solo quando i nostri muoiono, ma anche e soprattutto quando vincono. Altrimenti, che ci stanno a fare in Afghanistan e perché dobbiamo combattere, quando abbiamo paura a nominare la parola "guerra"?

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