mercoledì 18 novembre 2009

La Russia e l’Islam

Articolo dell'agosto del 2008

Sul blog
Middle East Strategy at Harvard è comparso un bell'articolo sul rapporto complesso tra la Russia e l'Islam da parte di Walter Laquer che apparirà prossimamente su RagionPolitica. Intanto ecco un mio articolo dell'anno scorso su una singolare figura di panslavista,Dugin, sostene di una terza via tra capitalismo e comunismo, tra Oriente e Occidente citato anche dallo studioso americano.

Adesso che in Georgia la situazione sul campo è purtroppo chiara – disastrosa sconfitta militare di Tiblisi, occupazione dell'Abkazia e dell'Ossezia del sud, pulizia etnica dei villaggi georgiani in quest'ultima regione, batosta economica, umiliazione dell'alleato americano - diventa urgente elaborare una risposta che limiti i danni e disinneschi una crisi ormai internazionale e costituisca una base di rilancio per una soluzione credibile dell'ennesima crisi caucasica. Per riuscire ad elaborare una simile strategia tutti i paesi occidentali, ma soprattutto quelli europei, devono capire la logica dell'azione russa, comprendere appieno la narrazione e le percezioni che hanno ispirato una reazione così forte e inaspettata. E la non previsione della rabbiosa risposta di Mosca infatti significa una drammatica sola cosa. Che le nostre cancellerie, servizi, analisti e quant'altro non hanno né informazioni né chiavi di lettura degli eventi adatti a leggere la "scatola nera" del Cremlino. Questa incomprensione delle vicende internazionali è una caratteristiche del dopo '89: sembra proprio che "la rivincita della storia" a seguito della chiusura definitiva del "secolo breve" caratterizzato dalla guerra civile europea, e la fine delle ideologie, sia solo uno slogan a cui ricorrere "dopo" che qualche catastrofe è successa. In altri termini, sembra che la storia non fornisca nessun strumento né di previsione né di elaborazione di possibili soluzioni politiche alle tanti crisi in atto. Conclusione drammatica: se così fosse, significa che la politica di cui oggi disponiamo – quella prodotta dagli Stati Uniti, dalla Unione Europea, dalle organizzazioni internazionali e quant'altro - non è in grado di governare gli eventi, che la politica è, in una parola, impotente o per lo meno sempre in ritardo e in affanno. Ripresa della storia vuol dire una cosa soltanto: riscoperta delle forze profonde di lunga durata, architravi della società nei tempi della globalizzazione e capire che ancora una volta, come nel caso dello scontro di civiltà tra occidente e islam, la chiave di volta sta lì nello snodo tra modernizzazione cosmopolita e storie e tradizioni particolari, nei contraccolpi che lo sviluppo del mercato globale provoca nei teatri locali. E' questo sfondo epocale che disegna e delimita il campo d'azione della politica, delle strategie dei vari attori, uomini in carne ed ossa, trait d'union tra presente e passato, tra innovazione e tradizione con le loro identità composte di storia, sensibilità e percezioni.

Comprendere la portata dei drammatici eventi georgiani vuol dire allora, come afferma Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 5 settembre, cercare di leggere l'aggressione russa contro la Georgia entro un quadro culturale e ideologico della politica estera del gigante eurasiatico che ha attraversato tutte le vicende storiche a partire dall'epoca post napoleonica ad oggi, attraversando anche la Russia sovietica in sostanziale continuità dagli zar alla democrazia autoritaria post comunista di Putin. Si tratta di disegnare un quadro coerente che riesca a spiegare allo stesso tempo la matrice culturale, e sentimentale, delle reali azioni politiche. La parola magica usata dai commentatori in questo caso è "sindrome d'accerchiamento". La Russia agisce in modo aggressivo a causa della sua naturale situazione geografica, impero terrestre senza confini naturali che lo difendano dalle minacce esterne. E' sempre stato così dai tempi di Pietro il Grande a Lenin, che soffocò l'indipendenza della Georgia nel 1921, a Stalin per finire a Putin. Il tratto costante è sempre l'espansionismo territoriale che si afferma per volontà del governo centrale sulla base del nazionalismo russo. La Russia con la sua missione speciale di mondo diverso sia dall'occidente che dall'oriente, sia dal materialismo mercantile che dal mondo barbaro dell'Asia. Come tutte le ideologie, l'appello al ruolo unico di Mosca nella storia serve anche a giustificare e razionalizzare la sua situazione, a dare una spiegazione della cronica arretratezza e delle difficoltà con cui la Russia fa i conti con i processi di modernizzazione.

Anche oggi è così. A riprova si prendano le dichiarazioni dell'ideologo Alexander Dugin, nazional bolscevico, ammiratore di Evola e Guenon, nonché fondatore del movimento Eurasia, docente di geopolitica all'Accademia militare russa e consigliere di Putin. Una premessa necessaria. La cultura occidentale ufficiale, in modo particolare quella liberal, ha scarsa simpatia e dimestichezza con pensatori e idee non ortodosse e accademiche perché ha bollato il filone conservatore reazionario e tradizionalista, a causa della adesione dei suoi ammiratori nel campo della destra nazi fascista, come qualcosa di riprovevole, superato e non scientifico, frutto dei deliri irrazionali di qualche folle visionario spesso antisemita. Anche la asistemacità, una certa frammentarietà, una lunga consuetudine con il pensiero esoterico hanno contribuito a isolarlo dall'accademia internazionale esclusa una cerchia limitata di studiosi. A parte la necessità di distinguere tra politica e storia delle ideologie, c'è da dire che questo area di pensiero, che per comodità possiamo definire tradizionalista e misticheggiante, risulta disorganica e difficilmente assimilabile sia al nazifascismo che al comunismo. Lo dimostrano le vicende di un personaggio quale il tedesco Ernst Karl August Niekish, fondatore del nazionalbolscevismo, volontario nella prima guerra mondiale, aderente prima alla socialdemocrazia, poi al nazismo che lo mise in campo di concentramento da cui fu liberato dai russi, iscritto alla SED - il partito comunista della DDR – nella ricerca di un comunismo veramente tedesco e quindi messo al bando anche dai tedeschi dell'est perché approvò gli scioperi di Bertlino del 1953. Morì infine nella Germania occidentale nel 1967.

Dugin, in una formula, è la risposta russa alla globalizzazione, è la reazione slava al marcatismo tremontiano. In due interviste, una rilasciata a Marcello Foa sul Giornale dell'11 agosto e l'altra sul Los Angeles Times del 3 settembre, sostiene un quadro coerente e le sue posizioni estremiste, nonostante non siano certamente condivise dall'ala modernizzatrice, costituiscono comunque un orizzonte comune a gran parte del popolo e della leadership russa.

Il punto d'avvio è una visione della politica di potenza, realista dove la geopolitica, nuova visione del modo post moderna, al posto dei vecchi "ismi", occupa il ruolo centrale di tutta la costruzione neo tradizionalista per concludersi in un anti americanismo forsennato. Se gli Stati Uniti sono la nazione con un "destino manifesto", la Russia non è da meno: ad essa spetta il ruolo di guida dell'alleanza eurasiatica contro lo strapotere atlantico. Ancora una volta terra contro mare, Sparta contro Atene. Nel mondo esistono più poli di potere, ogni popolo ha il suo destino e compito di Mosca è di difendere la propria tradizione ortodossa, slava, Europa che guarda ad Oriente entro il mondo moderno. Ecco allora la traduzione strategica: alleanza dei paesi dell' ex Unione Sovietica, riproposizione della logica delle sfere di influenza, asse con la rivoluzione nazional popolare dell'ariano Iran, sguardo benevolo verso la Cina. Sembra di riascoltare un disco già sentito: la "grande proletaria", l'impero romano, l'arci italiano, l'anticapitalismo romantico contro le potenze anglosassoni. Ma non si sorrida sdegnati dall'approssimazioni teoriche o dall'antisemitismo o dalla rozzezza politica: l'uso del petrolio e del gas come armi stanno davanti a noi a rendere credibile qualsiasi sogno o sragionamento.

Rimane per i paesi atlantici ed in modo particolare per quelli europei il compito di dipanare una matassa internazionale estremamente intricata. Al di là delle superfetazioni retoriche, il senso della sfida è chiaro e verte su uno snodo centrale: la globalizzazione deve portare il sigillo dell'unipolarismo americano? E se così, gli Stati Uniti sono in grado, hanno la forza per mantenersi come unica super potenza imperiale? E per quanto ancora?

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