mercoledì 25 marzo 2009

"Georg Simmel a propositi di estetica, Firenze e l'armonia"

“Quando si guarda Firenze dall’alto di San Miniato, nella cornice dei suoi colli, attraversata dall’Arno come da una linfa vitale; quando l’anima si colma dell’arte delle sue gallerie, dei suoi palazzi e delle sue chiese; quando nel pomeriggio si va attraverso le viti, gli olivi, e i cipressi dei suoi colli, dove ogni strada, ogni villa e ogni campo è saturo di cultura e passato, e una parte dello spirito circonda questa terra come un corpo astrale – sentiamo allora come se l’opposizione di natura e spirito qui si fosse annulata (..) E’ una terra che ad ogni passo si incontra con la natura (…) bisogna rifarsi a quest’ultimo tratto della vita fiorentina per comprendere come Benedetto Gozzoli e altri rappresentassero questo paesaggio come un giardino: le sue aiuole, le sue siepi, le file ordinate degli alberi. Essi non potevano rappresentare diversamente la natura che come formata dallo spirito. E venendo così a risolversi il distacco tra natura e spirito, nasce l’impressione estetica, il senso di essere di fronte ad un’opera d’arte. Non c’è forse altra città di cui l’impressione, l’immagine, i ricordi, la natura e la cultura producano così fortemente l’idea dell’opera d’arte, fin negli aspetti più esteriori: anche i monti nudi dietro a Fiesole, che non portano i segni dell’opera dell’uomo, come i colli vicini, sembrano la cornice di un quadro dello spirito e della cultura, e non possono essere colti al di fuori di questo insieme. Essi definiscono l’immagine di un organismo in sé completo e sufficiente” trovato in Paolo Sica, "Fiordaliso addio", Maria Pacini Fazzi editore, 2000, Lucca.

Leonardo Tirabassi "Prima risposta a Carabba su Katyn"

Pubblicato sul Corriere fioentino martedì 17 marzo 2009

Rispondo con piacere a Claudio Carabba che, sulle pagine del Corriere Fiorentino di sabato 14 marzo, ha sollevato alcune civili critiche al testo dell’appello lanciato dal Circolo dei Liberi a proposito del film di Andrzej Waida “Katyn”.
Sono d’accordo con lui su alcuni punti, ma prima di tutto devo dire che si sta raggiungendo uno egli scopi primari dei nostri intenti: aprire una discussione su questo film. Di poi, perché anche Carabba chiede a gran voce una sua diffusione maggiore, magari anche nei cineforum di una volta, spariti, riprendo le sue parole, grazie alla “sconsiderata politica di Comune e Regione a favore delle Multisale”. Parole sacrosante.
Lo scopo del nostro manifesto – e questo è il punto di dissenso - è la denuncia di un clima conformista che comprende tutti i chierici di sinistra che ancora si ostinano ad opporre un muro di gomma alla realtà e a non fare i conti con il passato a dispetto del crollo del muro di Berlino. Se la Regione organizza i treni per le scolaresche per andare a vedere l’orrore di Mathausen, se giustamente c’è “La giornata della Memoria”, non vi è traccia di altrettanto impegno al ricordo delle vittime del comunismo e alla denuncia dei suoi altrettanti orrori, fatto ancor più grave perché anche quei massacri spesso videro la responsabilità (come in Spagna) e l’omertà (è il caso delle fosse di Katyn) dei comunisti italiani a partire da Togliatti.
Il motivo storico di tale silenzio è presto detto. Ancora oggi in Italia non è ammesso il fatto che siano state combattute non una, ma due guerre civili, come sostiene anche Pansa. Una fra fascisti e antifascisti e una seconda, dopo la guerra mondiale, all’interno dello schieramento antifascista, tra comunisti e chi non lo era. Menzogna che permette agli ex comunisti di nascondersi dietro la foglia di fico della “diversità italiana”, scrollandosi di dosso ogni responsabilità morale e politica.
E’ questo nascondimento della verità che fa sì che anche la scomparsa di questo film dalle sale cinematografiche fiorentine non desti scandalo. A sinistra, a Firenze, nessuna voce, se non ora quella di Carabba, si è levata contro questo dato di fatto. Questo comportamento come lo definiamo, se non conformismo, censura o auto censura?
Per concludere, quello che Il Circolo dei Liberi chiede è che le istituzioni locali, si facciano carico di questa difficoltosa visione di “Katyn” e, in uno spirito di riappacificazione, diffondano il film nelle scuole e magari ne organizzino una proiezione pubblica e solenne nel Salone dei Cinquecento.

Pietro De Marco "Commento a Katyn"

(Corriere della Sera, 12/3/2009, inserto fiorentino)

“Questo film non è uno strumento politico ma un obbligo morale verso i miei genitori”. Andrzej Wajda conclude su questo registro il colloquio con Valerio Cappelli su Katyń, pubblicato [11 marzo 2009] dal Corriere della Sera, edizione nazionale. Vi sono sullo sfondo la pena dell’anziano Maestro e, per noi, uno scandalo: in Italia il prestigioso film del regista polacco non circola. Ma questo fatto rende politico, e rende anche nostro, l’atto di devozione del polacco Wajda per la sacra memoria dei suoi. In un manifesto che ho firmato, assieme a molti amici di diverse sensibilità, sosteniamo qualcosa come una congiura del silenzio sul film, derivata sì da resistenze ideologiche, ma trasandata, sfatta, quasi automatica. Sosteniamo anche che Katyń rappresenta invece, e in particolare, per la cultura della nostra città un “forte richiamo ad assolvere un compito ancora incompiuto, anzi in molti neppure avviato”: riconoscere finalmente una antica acquiescenza morale di fronte a prodotti della Russia comunista, come quello del “massacro di Katyń”. Con la cifra Katyń, ricordo, si indica da tempo l’assassinio in massa di circa 22 mila polacchi, in parte ufficiali, dunque prigionieri di guerra, ordinato da Stalin su suggerimento di Berjia (marzo 1940). Sottolineo che Stalin volle così distruggere assieme ad una élite la capacità stessa di resistenza di una nazione. La Russia ne accusò i tedeschi, ma le prove erano talmente inconsistenti che non furono accolte a Norimberga. La responsabilità russa è, invece, certa, documentata.
Un tale “riconoscere”, una tale nostra “purificazione”, che può passare anche attraverso l’atto penitenziale del “vedere Katyń”, si impone non solo a chi allora sapeva, e negò e falsificò ad arte, e perseguitò chi aveva il coraggio di “dire Katyń”. Riguarda anche coloro che, portati per decenni a “giustificare” l’URSS, appaiono oggi noncuranti di fronte al grande requiem scritto da Wajda, come se non ci riguardasse. Per avere educato le masse, e anche alcune minoranze cattoliche, all’insensibilità, al non sapere, la cultura del PCI è colpevole e la sua colpa si trasmette ai suoi molti e difformi eredi, se non vengono a chiarezza con se stessi. Il nostro manifesto non ha evitato asprezze su questo punto.
È dunque un brutto sintomo non sentire collettivamente a Firenze, in Toscana, l'obbligo di far proiettare e di “vedere” Katyń. L’opera di Wajda, mi dicono i pochi che hanno potuto vederla, è anche l'epica di un popolo, rappresentato da una élite di soldati che muore (trucidata da corpi scelti dell’esercito sovietico) con la preghiera sulle labbra, e dal coro tragico delle loro donne. L’epica di una nazione cristiana, massacrata dagli uni e dagli altri, che alla fine ha spiritualmente vinto. Non si può non ricavarne una qualche lezione.
Il sospetto sulla resistenza della Firenze "di sinistra", anche cattolica, ad ogni riesame di coscienza, come ad ogni fiammata di dibattito civile, è molto fondato. Sono ancora in grado di simulare in me stesso i processi argomentativi e reattivi, ragionati e irragionati, per far finta di niente rispetto ad un nostro passato che giustificò tutto, o troppo, di quanto accadeva in una “Terra promessa” che non si sarebbe mai dovuto prendere per tale.

Luigi Geninazzi "Arriva «Katyn» e dall’Italia una seconda censura"

L'avvenire 8 Marzo 2009

La sala è stracolma di spettatori commossi: sul grande schermo scorrono le immagini della doppia invasione, nazista e sovietica, nella Polonia del 1939, una sequenza tragica che toccherà il suo culmine nella strage di oltre ventimila ufficiali dell’esercito polacco compiuta dai bolscevichi per ordine di Stalin. ‘Katyn’, il film realizzato da Andrzej Wajda nel 2007, è giunto finalmente in Italia. Un film bellissimo che rievoca uno dei più atroci e ignorati massacri del secolo scorso senza risparmiare alcun dettaglio dell’orrore, ma al tempo stesso senza cedere all’odio.Il grande regista, già noto in tutto il mondo per aver realizzato capolavori come ‘Danton’ e ‘L’uomo di marmo’, fa scorrere davanti ai nostri occhi la dignità e il coraggio delle vittime, la tenacia e la fierezza delle donne e dei familiari che aspettano contro ogni speranza il ritorno a casa dei loro cari, l’angoscia di un’intera nazione schiacciata da due opposti totalitarismi che si rinfacciano la responsabilità dell’eccidio fino al trionfo della menzogna imposta dal vincitore sovietico e sostanzialmente accettata dagli Alleati occidentali. Solo dopo la caduta del comunismo la verità su Katyn ha smesso di essere un argomento tabù. Andrzej Wajda ce la riconsegna con uno stile solenne ed austero più efficace di qualsiasi invettiva. «Il mio film vuol essere un’elegia che tocca i cuori, non una clava da usare in una nuova guerra della memoria», ci aveva detto l’anziano regista in occasione dell’uscita del film in Polonia.Adesso è arrivato anche nel nostro Paese ma solo pochi fortunati sono riusciti a vederlo. ‘Katyn’ viene proiettato in pochissimi cinematografi, 12 in tutt’Italia. Com’è possibile che un simile capolavoro non trovi spazio se non in circuiti ristretti o nei cinema d’essai? Non è certo colpa della società di distribuzione ‘Movimento Film’ il cui responsabile, Mario Mazzarotto, ammette sconsolato che «di ‘Katyn’ in versione italiana sono disponibili molte più copie di quante ne circolano attualmente, ma sembra che si stia facendo di tutto per boicottarne la visibilità ». Censurato e avvolto nella menzogna di regime per oltre mezzo secolo, Katyn è stato un nome difficile da pronunciare ad alta voce anche qui da noi. Nell’immediato dopoguerra ci fu chi venne sottoposto ad un vero e proprio linciaggio morale da parte del Pci di Togliatti per aver sollevato i veli sull’eccidio che porta il marchio sovietico. Vogliamo credere che quella stagione d’inquietante omertà sia archiviata per sempre. Ma allora come si spiega quest’ottusa preclusione delle nostre sale cinematografiche?Forse perché ‘Katyn’ viene considerato un film di scarso richiamo e di magri incassi? Non è così. Certo, non farà concorrenza ai film-panettone di Boldi e De Sica ma c’è un pubblico interessato a vederlo. L’altra sera, a Milano, c’era gente in piedi ad assistere alla seconda (ed ultima!) proiezione del film di Wajda. E centinaia di persone, dopo aver fatto inutilmente la fila al botteghino, sono tornate a casa senza averlo potuto vedere. A meno di un ripensamento di qualche gestore, non avranno più un’altra occasione. Il che rappresenta un contro-senso anche dal punto di vista commerciale.Ma ‘Katyn’ è un film che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole, un contributo al recupero di quella ‘memoria storica’ che politici ed educatori sottolineano sempre con grande enfasi. Invece in Italia viene relegato, ignorato e sottilmente boicottato. C’è di che vergognarsi: dopo i sovietici, siamo riusciti a censurare Katyn una seconda volta.Luigi Geninazzi(tratto da “Avvenire” - 8 marzo 2009)

martedì 24 marzo 2009

Pierluigi Battista, “Perché a nessuno interessa «Katyn»”

Tratto dal Corriere della Sera del 23 marzo 2009

"Magari fosse solo censura, quella che ha colpito in Italia Andrzej Wajda. E che consolazione sarebbe se la circolazione semiclandestina del film sull'eccidio sovietico di Katyn fosse solo il frutto di una deliberata manovra di oscuramento per non far conoscere al grande pubblico uno dei più disgustosi crimini del comunismo. Purtroppo ha ragione Michele Anselmi che ne ha scritto sul Giornale: il «censore» è il mercato; il film è stato distribuito in poche copie, ma ha incassato ancor meno, «con una malinconica media a copia di 397 euro». A meno che non si voglia rimediare con una pedagogico trasferimento coatto di spettatori recalcitranti, bisogna concluderne che i distributori, certo ingenerosi, avevano tuttavia previsto lucidamente qualcosa di ben peggiore della censura: le pagine più buie del comunismo, anche se affidate a un grande regista, non emozionano il grande pubblico, non suscitano partecipata indignazione, non accendono le passioni e l'immaginazione delle vaste platee. È una conclusione amara e sconsolata, ma vera.
Il massacro stalinista degli oltre ventimila ufficiali polacchi a Katyn non è quantitativamente il più efferato delle carneficine prodotte dal comunismo ma fu, come ha scritto in pagine memorabili Victor Zaslavsky, il laboratorio di una «pulizia di classe»: lo sterminio, attuato negli anni della fattiva collaborazione tra Hitler e Stalin, di intere categorie soppresse non per qualche eventuale «colpa» soggettivamente commessa, ma perché colpevoli semplicemente di esistere e di rappresentare un «oggettivo» intralcio all'edificazione tragica dell'ordine nuovo. Risulta forse un fremito risarcitorio nei confronti delle vittime, un sentimento lontanamente paragonabile al turbamento che agiti le coscienze di chi fu idealmente dalla parte dei carnefici, e ne condivise il nome, i simboli, la storia, le finalità ultime? Non risulta. Anzi, di recente l'ex comunista Luciano Violante, dopo aver onestamente confessato il proprio «imbarazzo» durante la proiezione di un documentario sulle foibe attuate da chi si fregiava dello stesso nome, «comunista», del partito in cui ha militato, si è molto offeso quando il Riformista ha sintetizzato nel titolo con la parola «vergogna» il contenuto dell'articolo. Perché, la «vergogna» non è un termine nobile quando ci si turba per aver condiviso il nome e gli ideali dei carnefici?
A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, del comunismo e delle decine e decine di milioni di vittime di cui è costellato il suo cammino ovunque (sì, ovunque) oppressivo e cruento, non importa granché a nessuno, tranne a chi è ancora capace, come i volonterosi polemisti di Avvenire e di Tempi, di non smarrire il ricordo di quelle mattanze. Si è imposta, non per ordine censorio ma per spontanea adesione a un luogo comune, l'idea secondo la quale, a comunismo morto, l'anticomunismo non è che ossessione minoritaria di passatisti risentiti e nostalgici della guerra fredda. Immaginate lo scalpore che susciterebbe l'idea secondo la quale, a fascismo morto, anche l'antifascismo fosse una patetica sopravvivenza del passato. Ma sul comunismo, nessuno scalpore. Nel mondo della cultura. Nel dibattito pubblico. Al botteghino in cui l'anticomunismo fa mestamente flop."

Antonio Socci "Il film sull’eccidio di Katyn è come gli ufficiali polacchi Completamente cancellato"

Rosso sangue
Cosa sta accadendo in Italia per l’uscita del capolavoro di Andrzej Wajda, “Katyn”? Riassumiamo prima i fatti. Il polacco Wajda è uno dei più grandi registi viventi (fra i suoi film più famosi “L’uomo di marmo”, “L’uomo di ferro” e “Danton”). Katyn è la località nella quale l’Armata Rossa, per ordine del Politburo di Stalin, nel 1939 massacra a freddo circa 22 mila ufficiali polacchi.
Il contesto storico è quello dell’inizio della Seconda guerra mondiale che vede alleati di fatto, per il Patto Ribbentrop-Molotov, la Germania nazista e la Russia comunista: le due potenze invadono la Polonia da Ovest e da Est e se la spartiscono nel 1939. Già qui c’è la prima grande verità nascosta da 70 anni: il secondo conflitto mondiale scoppia per volontà concorde di Hitler e Stalin che sono di fatto alleati per i primi due anni (finché Hitler deciderà di rompere il patto e dichiarare guerra anche all’Urss). Una verità che ancora oggi una certa sinistra considera una provocazione.
I due regimi, nazista e comunista, sono concordi anche sulla sorte da imporre alla Polonia cattolica: cancellata dalle cartine geografiche e dalla storia. I nazisti per annientare l’identità polacca chiudono perfino le università, proibiscono ogni manifestazione culturale e deportano nei loro lager circa 3000 sacerdoti cattolici. I sovietici fanno altrettanto e, macellando a freddo 22 mila inermi ufficiali polacchi, élite che raccoglie tutti i laureati della nazione, sanno di decapitare la classe dirigente del Paese (sono giuristi, scienziati, professori, uomini di cultura, medici, giornalisti). Per saperne di più, vedi Pulizia di classe: il massacro di Katyn di Victor Zaslavsky (Il Mulino, 2006).
Rosso comunista
Per il capovolgimento tedesco, l’Urss si trova di fatto, nella seconda parte della guerra, ad allearsi con l’Occidente e quindi, alla fine del conflitto, può sedere fra i vincitori senza dover rispondere delle sue responsabilità. È così che - da vincitore - Stalin ottiene il dominio di mezza Europa dove impone regimi comunisti servi di Mosca in una decina di Paesi, compresa la Polonia, che era già stata la prima vittima di nazisti e sovietici e che dopo la vittoria alleata, paradossalmente, si trova sottomessa a uno dei suoi due carnefici. Pure la verità storica di Katyn fa la stessa fine: il vincitore sovietico infatti addosserà ai nazisti la colpa del macello degli ufficiali polacchi.
I pochi coraggiosi che osarono contestare questa vergognosa menzogna non ebbero vita facile, anche in Italia. Scrive Luigi Geninazzi (Avvenire, 8/3): «Nell’immediato dopoguerra ci fu chi venne sottoposto a un vero e proprio linciaggio morale da parte del Pci di Togliatti per aver sollevato i veli sull’eccidio che porta il marchio sovietico». Con la caduta dei regimi comunisti dell’Est la verità è finalmente venuta ufficialmente alla luce. Il padre di Wajda era tra quegli ufficiali trucidati. Ora il suo struggente film - che ha avuto la nomination per l’Oscar come miglior film straniero - è ritenuto dai critici un autentico capolavoro. Un’opera bellissima. Ma cosa accade in Italia?
Rossi di vergogna
Lo denuncia ancora Geninazzi nel suo articolo: in Italia è praticamente invisibile. Viene infatti proiettato solo in dodici sale cinematografiche. Dodici in tutta Italia! Come si spiega una simile assurdità? Il distributore del film dichiara che ne sono disponibili molte più copie, ma «sembra che si stia facendo di tutto per boicottarne la visibilità». Sebbene sia un film che potrebbe avere un grande successo. Alla proiezione fatta a Milano la sala era strapiena e molti non sono riusciti a entrare.
Ebbene, in gran parte dell’Italia la pellicola neanche arriverà.
Non è inaudito? Quale silenzioso meccanismo è scattato? Che tipo di censura è questo? Non è il caso di intervenire? Ma dov’è la grande stampa? E dove sono i solerti guardiani dei valori costituzionali e della democrazia minacciata? I crimini rossi in Italia sono ancora oggi un tabù indicibile?

Renato Farina "Un monumento per la strage partigiana"

"Non ho nessuna intenzione di fare l'anticomunista ad oltranza dopo che i buoi sono scappati: sarebbe stupido. Ma penso che gli ex, come me, devono un po' ricordare a sè e agli altri il passato. Credo, anche, che il tramonto dei comunisti dai vertici del Partito Democratico, che hanno dovuto cedere la leadership agli ex-democristiani (si veda da noi il caso Renzi), dimostri il disastro rappresentato dal "non fare i conti" con la loro identità. Il secondo motivo è rappresentato dal fatto che ancora noi italiani non disponiamo di una storia composta degli stessi fatti; ancora ci sono, non due interpretazioni degli stessi, cosa ben ammissibile, ma storie composte da realtà diverse. E così la storia diventa interpretazione morale, terreno di scontro politico, succedaneo della guerra civile, sempre minacciata. Per questo, l'importanza dell'articolo di Farina (pubblicato su Libero, 24/03/09) e degli altri. "

La domenica mattina, specie in primavera, il bosco è profumato di asprezze, non so che fiori siano, ma se si va alle Malghe di Porzûs (comune di Attimis), e a Bosco Romagno, e ci si sofferma su quel che è accaduto lì, e si leggono i nomi sulla pietra, uno pensa che è questo l’odore buono della patria e del dare la vita per lei. Qui, in questi boschi friulani sono stati uccisi dei partigiani. Combatterono prima contro i fascisti e i nazisti. Quando seppero che i partigiani comunisti si erano alleati con gli jugoslavi per trasferire questa terra in dominio straniero, si opposero a essi, e furono sterminati.
La Commissione Cultura della Camera discuterà presto e, si spera, approverà una risoluzione per chiedere al governo di dichiarare questo sito monumento nazionale. Non costa niente. Il sito è già di proprietà della Provincia di Udine. Che cosa sia accaduto lì, nonostante un bel film dedicato alla vicenda da Renzo Martinelli, è ancora avvolto da parole ambigue. Si è cercato anche lì, nel nostro piccolo, di cambiare la verità storica, di sporcare con l’ambiguità una vicenda purissima.
Mi avevano invitato lì i partigiani della Brigata Osoppo. Mi hanno messo al collo il loro fazzoletto verde. E mi hanno chiesto di tenere un discorso. Avevo studiato la pratica, consultato storici. La verità era ed è così chiara... Ne ho fatto la base per chiedere quella cosa molto simbolica e solenne, forse retorica. Ma c’è bisogno qualche volta di un po’ di liturgia, quando si aggira la bella memoria che ci dà il gusto di essere uomini e persino italiani.
Trascrivo, vergognandomi un po’, gli appunti di quel che dissi, un po’ troppo pomposamente. «Qui c’è l’essenza senza cui non esiste popolo e non c’è patria. Su un cippo diciannove nomi. Non tanto di eroi, che è una parola troppo consumata dalla retorica e dai fumetti: soprattutto sono - anche se morti da ragazzi - i nostri padri martiri, i giovani padri della Patria, testimoni che esiste qualcosa persino più prezioso della vita. Ci provo a dire che cosa è più prezioso della vita: persona, figli, patria, popolo, pace. Ecco: pace».
Italiani fratricidi
Umberto Saba, che trasse linfa per la sua poesia in queste terre, scrisse nel 1945: «Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio». E come si fa a perdonare un fratricidio? Mi viene in mente un’affermazione del grande filosofo francese Jacques Derrida: «C’è chi non può o non deve perdonare. Ma c’è perdono, se mai ce n’è uno, solo dove c’è l’imperdonabile». Cosa si deve fare? Perdonare l’imperdonabile? E come si può?
(Non) sorprende ancora oggi leggere sui siti internet più noti questo aggettivo a proposito dell’eccidio di Porzûs: “controverso”. Quasi per gettare un’ombra su questi nostri martiri. Al massimo controverso è solo il mandante. Non il mandante in generale, ma i nomi precisi di chi davvero ordinò ai killer di agire.
La più recente critica storica dice: «I fatti di Porzûs non furono casuali, come per tanto tempo si è voluto sostenere, ma parte di una strategia volta ad ottenere il controllo di quell’area con ogni mezzo, non esclusa la pulizia etnica, che sarebbe continuata dopo la liberazione nei territori occupati dagli Jugoslavi» (Elena Aga-Rossi, Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin, Il Mulino, 2007).
L’ordine partì dagli sloveni o dal Partito comunista italiano, addirittura nei suoi vertici? Da entrambi. Moralmente possiamo dirlo. Non c’è dubbio. C’è una lettera di Palmiro Togliatti inequivocabile. Togliatti, segretario del Partito comunista italiano, ordinava al comando della brigata Garibaldi-Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell’ordine del giorno da approvare.
L’ordine del Migliore
Eccolo: «I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (la Rivoluzione russa del 1917, ndr) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo». Questo è tradimento della Patria. In senso tecnico e giuridico, i Tribunali hanno lasciato in sospeso la questione. In senso morale si può dire “tradimento”? Io rispondo sì.
Torno alla testarda realtà. Il contesto all’interno del quale vanno inquadrati i fatti di Porzûs è quello della guerra partigiana sul confine orientale. Fin dall’indomani dell’armistizio sorgono due formazioni partigiane di diverso orientamento politico. 1) Le formazioni Osoppo. Nascono in ambiente cattolico. Successivamente vi si aggregheranno tutte le forze non comuniste. La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, «colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi», come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
2) Le formazioni Garibaldine. Tutti i quadri sono di appartenenza comunista e concepiscono la guerra partigiana non solo come la guerra per liberare l’Italia da tedeschi e fascisti, ma come occasione rivoluzionaria per instaurare in Italia un ordine sociale radicalmente diverso: quello bolscevico, ripeterono.
Le differenze tra le due formazioni non sono solo di carattere teorico, ma determinano alcune conseguenze.
1) Dal punto di vista garibaldino andavano considerati nemici non solo i fascisti e i nazisti, ma tutti coloro che si sarebbero potuti opporre all’instaurazione del nuovo ordine sociale. Quindi anche alleati e partigiani non comunisti. Da eliminare. 2) I garibaldini avevano una maggiore consonanza ideologica con i partigiani comunisti jugoslavi. Quando diventarono evidenti le pretese jugoslave sul Friuli, i comunisti si trovarono schiacciati tra fedeltà patriottica e fedeltà ideologica (problema peraltro che connota tutta l’azione dei vertici del Pci nel dopoguerra). Scelsero la fedeltà ideologica, era più forte l’appartenenza al partito che alla Patria.
Questa situazione non poteva che creare tensione tra le due formazioni. Per tutto il corso della guerra si susseguono tentativi di accordi, tradimenti, disarmi violenti di formazioni avversarie. Come raccontarono poi anche gli ufficiali alleati distaccati presso le formazioni partigiane, gli jugoslavi si fecero promotori di una violentissima campagna contro le formazioni Osoppo, denunciandole ai tedeschi, tendendo imboscate e istigando i garibaldini ad agire contro di loro. I quali (come dimostrano anche le lettere di Guido Pasolini al fratello Pier Paolo) fecero di tutto, prima ancora di passarli per le armi, affinché soccombessero negli attacchi dei nazifascisti e dei cosacchi. Gli jugoslavi si rendevano conto che le formazioni Osoppo erano l’ostacolo principale alle loro pretese sulla regione.
Nell’autunno del 1944 i garibaldini accettano di passare direttamente alle dipendenze del comando jugoslavo. Gli Osovani denunciano l’accordo e inviano molte relazioni allarmate sulla situazione della zona orientale. La campagna contro le formazioni Osoppo si fece sempre più aspra. In questo contesto matura l’eccidio di Porzûs, quando una squadra italiana dei GAP comunisti, sotto ordine diretto degli Jugoslavi, cattura e uccide il comando di una formazione Osoppo.
I responsabili
Il principale problema interpretativo è quello dei responsabili della strage. a) I responsabili diretti furono immediatamente individuati come membri di una formazione GAP garibaldina. b) Gran parte della responsabilità dell’ordine va sicuramente attribuita agli Jugoslavi. c) Quello che rimase fin da subito occultato è stato il ruolo del Partito comunista italiano. I vertici del Pci affermarono che si era trattato di un’iniziativa individuale della quale loro erano all’oscuro. Secondo alcuni storici i vertici del Pci invece avallarono l’ordine impartito dagli Jugoslavi. In assenza di una prova decisiva, è però lecito ritenere che la responsabilità dei comunisti italiani vada inquadrata in un contesto di connivenza almeno morale con le forze jugoslave. La lettera di Palmiro Togliatti citata prima è una specie di confessione previa senza se e senza ma.
Al di là della discussione sulle responsabilità penali, però, il punto storicamente interessante è quello della mentalità ideologica che permise la strage, mentalità della quale il Pci era sicuramente responsabile. Una mentalità fortemente ideologica all’interno della quale viene evidenziato un «nemico oggettivo» che deve essere eliminato per il raggiungimento di uno scopo. In questo contesto il nemico non è più un «uomo», ma un «ruolo». È il “nemico di classe”, il “fascista”, e in quanto tale può essere eliminato. La strage di Porzûs è in questo senso un episodio significativo di come questa mentalità, l’ideologia comunista, frutto maturo del ’900, si sia affermata e abbia condizionato tragicamente i rapporti tra gli uomini.
I principali responsabili garibaldini, sottoposti a processo nel dopoguerra, furono messi al sicuro dal Pci che li mandò parte in Slovenia e parte in Cecoslovacchia. Il comandante della formazione GAP materialmente responsabile della strage (Mario Toffanin, il “Giacca”) non si è mai pentito e non ha mai negato le sue responsabilità. È morto nel 1999.
Le scuse di Padovan
Nel 2001 vi fu uno storico incontro di riappacificazione tra il commissario politico delle formazioni Garibaldi (Vanni Padovan) e don Redento Bello, che era cappellano delle Osoppo. Padovan, che è morto nel gennaio del 2008, chiese scusa a nome dei garibaldini per la strage compiuta. Questo il suo intervento: «L’eccidio di Porzûs e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra. E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio». Usò però una formula ambigua: «Responsabilità oggettiva».
Ora è necessario riconoscere le responsabilità anche soggettive. Quello di Padovan è comunque un gesto importante, ma non ancora decisivo. Non si può pretendere una memoria condivisa, ma il rispetto dei fatti sì. E questo impone di cancellare almeno l’onta che fino alla fine il Giacca, comandante comunista che guidò la strage, ha gettato addosso agli eroi della Osoppo fino alla sua morte: un’infamia tristemente avallata da Sandro Pertini che gli concesse la grazia, che si è tradotta in una oscena benedizione della menzogna.
Riconoscere da parte di tutti questo luogo come monumento nazionale è una buona occasione per farla finita con la guerra civile latente che dura ancora, e per ricordarci delle nostre belle memorie: più dell’assassino conta chi ha dato la vita per l’ideale.
Ci vadano perciò le scolaresche in gita, c’è anche un bel bosco con questo profumo buono che è la libertà mescolata alle querce e ai ciclamini.