martedì 17 marzo 2009

"Ancora su Katyn"

Oggi Claudio Carabba risponde alla mia lettera dicendo che "il Circolo dei Liberi rilegge la storia con ossessivo furore anticomunista proposto dal presidente Berlusconi", in secondo luogo che la censura è del mercato e, terzo punto che ci dovrebbe far riflettere il fatto che un operatore culturale di sinistra come Stefano Stafani proietti il film.
La prima obiezione è solo polemica e non c'entra niente con la storia: a guerra finita al nord continuò sia la caccia al fascista che ai democristiani e questo è un fatto documentato: cioè ci fu una seconda guerra civile ma che fece vittime solo da una parte. A riprova, il processo contro la "Volante Rossa" di Milano, se ricordo bene aveva sede nella casa del popolo di Lambrate, che si tenne a Milano nel 1948 e si concluse con tre eragastoli. E se qualcuno vuol saperne di più, ci sono i libri di Pansa.
Il secondo argomento è vero, ma infatti non ho mai parlato di censura politica delle istitituzioni, ma del silenzio degli intellettuali e delle istituzioni davanti alla non visibilità del film.
Il terzo punto è vero e non può altro che farci piacere, ma il dovere di fare i conti con il proprio passato, e quindi con il comunismo, ce l'ha chi ha abbracciato quella fede. E', insomma Fini che deve andare a chiedere scusa in Israele, non Berlusconi!!

Questa la lettera:
"Rispondo con piacere a Claudio Carabba che, sulle pagine del Corriere Fiorentino di sabato 14 marzo, ha sollevato alcune civili critiche al testo dell’appello lanciato dal Circolo dei Liberi a proposito del film di Andrzej Waida “Katyn”.
Sono d’accordo con lui su alcuni punti, ma prima di tutto devo dire che si sta raggiungendo uno egli scopi primari dei nostri intenti: aprire una discussione su questo film. Di poi, perché anche Carabba chiede a gran voce una sua diffusione maggiore, magari anche nei cineforum di una volta, spariti, riprendo le sue parole, grazie alla “sconsiderata politica di Comune e Regione a favore delle Multisale”. Parole sacrosante.
Lo scopo del nostro manifesto – e questo è il punto di dissenso - è la denuncia di un clima conformista che comprende tutti i chierici di sinistra che ancora si ostinano ad opporre un muro di gomma alla realtà e a non fare i conti con il passato a dispetto del crollo del muro di Berlino. Se la Regione organizza i treni per le scolaresche per andare a vedere l’orrore di Mathausen, se giustamente c’è “La giornata della Memoria”, non vi è traccia di altrettanto impegno al ricordo delle vittime del comunismo e alla denuncia dei suoi altrettanti orrori, fatto ancor più grave perché anche quei massacri spesso videro la responsabilità (come in Spagna) e l’omertà (è il caso delle fosse di Katyn) dei comunisti italiani a partire da Togliatti.
Il motivo storico di tale silenzio è presto detto. Ancora oggi in Italia non è ammesso il fatto che siano state combattute non una, ma due guerre civili, come sostiene anche Pansa. Una fra fascisti e antifascisti e una seconda, dopo la guerra mondiale, all’interno dello schieramento antifascista, tra comunisti e chi non lo era. Menzogna che permette agli ex comunisti di nascondersi dietro la foglia di fico della “diversità italiana”, scrollandosi di dosso ogni responsabilità morale e politica.
E’ questo nascondimento della verità che fa sì che anche la scomparsa di questo film dalle sale cinematografiche fiorentine non desti scandalo. A sinistra, a Firenze, nessuna voce, se non ora quella di Carabba, si è levata contro questo dato di fatto. Questo comportamento come lo definiamo, se non conformismo, censura o auto censura?
Per concludere, quello che Il Circolo dei Liberi chiede è che le istituzioni locali, si facciano carico di questa difficoltosa visione di “Katyn” e, in uno spirito di riappacificazione, diffondano il film nelle scuole e magari ne organizzino una proiezione pubblica e solenne nel Salone dei Cinquecento."
Lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 17 marzo

lunedì 16 marzo 2009

"Clint Eastwood"

L'amico Riccardo Zucconi mi ha inviato una nota sull'ultimo film di Clint e siccome sono un ammiratore sfegatato, la pubblico volentieri.

"Cari Amici
sempre a proposito di cinema, e di cinema conservatore, vi consiglio caldamente "Gran Torino" di Clint Eastwood", un capolavoro.
Credo che Eastwood sia molto sottovalutato dalla critica italiana, e non solo, forse per i suoi esordi di pistolero in "Per un pugno di dollari".
Ci troviamo senza alcun dubbio di fronte ad un grande maestro, uno che non ha mai sbagliato un film, dagli esordi di "Brivido caldo" nel 1971, Ci sono registi di prosa e registi di poesia, Eastwood fa parte dei primi e lo si vede dall'uso discreto della macchina da presa, dalla severità delle inquadrature. Ci sono registi artisti, geniali, che fanno tutta la vita lo stesso film, i primi straordinari e poi si trascinano stancamente via via che la loro vena si esaurisce. Clint Eastwood non è di questi. Lui migliora di anno in anno. di film in film. Trattando i temi più diversi: la musica (Clint è anche un grande musicista) in "Bird" e "Piano Blues",l'amore " I ponti di Madison County, la guerra "Lettere da Iwo Jima" e "Flags of our fathers".
"Gran Torino" si può considerare la fine di una triologia, gli altri sono "Mystic River" e "Million Dollar Baby", dove un uomo che si avvicina alla morte, e vuole arrivarci preparato, ripensa tutta la sua vita. Con rigore e dignità, circondato da una bellezza grande e cupa. Cha grande lezione. Grazie Clint. Correte a verderlo."
Riccardo Zucconi

venerdì 13 marzo 2009

"Tre tazze di tè' e l'asimmetria del tempo in guerra"

“Se vuoi vivere bene in Baltistan, devi rispettare le nostre usanze…La prima volta che dividi il tuo tè con un balti, sei uno straniero. La seconda volta, sei un ospite onorato. La terza diventi parte della famiglia, e, per la nostra famiglia, noi siamo disposti a fare qualsiasi cosa, persino morire” disse posando affettuosamente, la mano su quella di Mortenson. “Dottor Greg, devi trovare il tempo per condividere tre tazze di tè. Forse siamo ignoranti. Ma non siamo stupidi. Siamo vissuti e sopravvissuti qui per tanto tempo”.…”Noi americani pensiamo di dover fare tutto in fretta. Siamo la nazione dei pranzi d’affari in trenta minuti e delle azioni di football in due minuti. I nostri leader erano convinti che la campagna ‘shock and awe, colpisci e terrorizza, potesse mettere fine alla guerra in Iraq prima ancora che cominciasse”.

Tratto da Greg Morteson, David Oliver Relin, “ Tre Tazze di tè”; ed. Rizzoli, settembre 2008, Milano; pagg.221-2.

giovedì 12 marzo 2009

"Nuovi attentati in Iraq"

Martedì 10 marzo, un attentato suicida ha fatto 33 morti e 46 feriti colpendo un gruppo di dignitari e capitribù sunniti e sciti alla fine di un incontro per la riconciliazione, parte del programma di pacificazione voluto dal governo iracheno. E proprio nella città sunnita di Abu Ghraib, sede della infame prigione che, prima di diventare celebre per le torture americane, aveva visto la morte da parte degli scherani di Saddam di ben 4000 prigionieri.
L’attentato arriva dopo una serie spaventosa di atti terroristici che tra gennaio e febbraio hanno visto 300-400 morti. Solo negli ultimi tempi, si è assistito ad un crescendo di violenza: il 5 marzo una autobomba uccideva nel mercato della città scita di Hillad 13 persone, il 13 febbraio è avvenuto l’attacco ad una processione di pellegrini sciti a Musayyil e poi ancora 2 morti nella città cristiana di Hamdaniya e così via; ciò nonostante, gli atti violenti registrati nel paese sono sempre i più bassi dal 2003.
Fino al 2007, Abu Graib era il centro dell’insorgenza sunnita contro il governo centrale a maggioranza scita, terreno facile di infiltrazione per le cellule di Al Qaida, ma da quando nel 2007 era iniziato la rivolta tribale dei “figli dell’Iraq” o “movimento del risveglio” contro i soprusi dei seguaci di Bin Laden, la situazione era diventata, come in tutto il paese, più tranquilla.
Fonti americane e lo stesso sindaco della città, Shamir Fizau hanno attribuito gli attentati ad Al Qaida con lo scopo evidente di sabotare il processo di pace, creare contraddizioni tra americani e iracheni, tra chi vuol vedere partire al più presto gli stranieri (In questo partito non ci sono solo gli iracheni), sperando ancora una volta di far precipitare il paese nella guerra civile e soprattutto tenere inchiodate le truppe in Iraq impedendo il loro dispiegamento in Afghanistan. Da settembre infatti hanno lasciato il paese 12.000 soldati statunitensi e 4.000 inglesi, ma ancora ora in Iraq rimangono ben 140.000.
Come al solito, la strategia di Al Qaida è più complessa di quanto si voglia pensare e dimostra una notevole vitalità e capacità di adattarsi alle circostanze. La prima considerazione è che dopo una prima opposizione alla rivolta popolare sunnita e americana contro i propri uomini, Al Qaida ha scelto la tattica più consona alla guerriglia: nascondersi, fermare l’attività in attesa dei tempi migliori. E questi adesso sono arrivati: Al Qaida ha una visione globale e internazionale del conflitto ed ecco gli attentati riprendono mentre si parla di nuove offensive in Afghanistan. Non solo, i suoi leader sanno fare i conti con la politica interna irachena, conoscono bene il terreno umano, sociale e politico. Dopo il successo di Maliki alle elezioni provinciali che lo hanno visto trionfatore in 9 delle 14 province, il capo del governo ha compiuto un gesto di riconciliazione verso gli ex seguaci del partito bathista di Saddam e in cambio ha ricevuto un netto rifiuto con l’accusa che il suo governo è composto da “collaboratori, spie e traditori”. Un’altra volta insomma i terroristi islamici sanno inserirsi nelle contraddizioni politiche tra sciti e sunniti.
La situazione, comunque rimane, secondo sempre il governo, sotto controllo e così viene percepita anche dalla gente comune.
Molti sono però ancora i problemi da risolvere. In primo luogo, la definizione dello status della città perolifera e multietnica, ma in territorio curdo, di Kirkuk. Qui i pashmerga hanno oltrepassato la linea verde che divide i territori sotto amministrazione curda da quelli delle altre province occupando vaste aree e confrontandosi duramente con il governo centrale. E lo scenario di un possibile scontro tra i potenti, organizzati e ricchi curdi e sciti, una volta ritirati gli americani, è un incubo ricorrente che attraversa la mente di Maliki (ma anche dei turchi e degli iraniani). E poi a seguire, viene il nodo con i paesi vicini a cominciare dall’Iran la cui longa manus si è vista anche nelle elezioni attraverso inquietanti controlli ai seggi, peraltro accettati dal governo, al sud del paese. In ultimo, ma non per gravità, è bene ricordare il problema dei circa tre milioni di iracheni che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni o per scappare alla guerra o per evitare pulizie etniche, ma che ora rivorrebbero le loro case occupate invece da vicini non certo amici.

Articolo pubblicato il 12 marzo sull'Occidentale

mercoledì 11 marzo 2009

"Appello per la priezione del film su Katyn"

Non dimenticare Katyn. Per la purificazione della memoria nella nostra Toscana

Due anni dopo il capolavoro di von Donnersmarck, Le vite degli altri, l'uscita del magistrale film Katyn di Andrzej Wajda, rappresenta per gli uomini di cultura della nostra regione un ulteriore forte richiamo ad assolvere un compito ancora incompiuto, anzi in molti neppure avviato: quello della diffusione tra le nostre giovani generazioni di una consapevolezza della natura della democrazia e della libertà, consapevolezza che si costruisce anche per contrasto con l'intossicazione ideologica novecentesca del comunismo. Ricordiamo che con “massacro di Katyn” si designa l’assassinio in massa di circa 22 mila polacchi, in gran parte ufficiali, dunque prigionieri di guerra in Russia, ordinata da Stalin su suggerimento di Beria (marzo 1940). Si volle distruggere assieme ad una élite la capacità stessa di resistenza di una nazione. Il massacro, noto in Europa (le prime esumazioni, ad opera dei tedeschi occupanti, risalgono al 1943), fu sempre negato dall’URSS e dai comunisti europei, fino alle reticenti ammissioni del 1990. Coloro che, anche in Italia, lo denunciavano furono perseguitati o emarginati. Questo dramma, esemplare per più aspetti di una più generale criminalità politica o acquiescenza nel comunismo europeo, esige, in tutti coloro che ne siano stati toccati, una esplicita “purificazione della memoria” di fronte alla passata compromissione anche solo morale con i crimini dell’URSS, come è avvenuto per la memoria dei fascismi e del nazismo.
L'uscita del film Katyn rappresenta, proprio a Firenze, l’occasione per un atto pubblico di purificazione, per un motivo paradossale: un po’ miseramente, com’è il suo stile, la Firenze “democratica” evita anche il semplice contatto col film di Wajda e con il fatto Katyn. Dobbiamo registrare, infatti, che a Firenze Katyn è stato in programmazione solo qualche giorno e in una sede appartata (che merita comunque elogio). Censura o spontaneo conformismo? Venti anni ormai passati dal crollo di una parte del mondo comunista non sono serviti ad avviare un pur minimo processo di ripensamento nelle nostre istituzioni culturali e politiche le quali, bisogna dirlo, sono state storicamente inquinate da una acquiescenza ideologica protrattasi fino ai nostri giorni.
In buona sostanza nelle nostre scuole (basti un controllo dei manuali di storia) e nelle nostre università ai giovani non vengono forniti, da decenni, strumenti per valutare la differenza tra comunismo e democrazia. Una paradossale intangibilità dell’URSS, persino della Russia staliniana, resta nella memoria della sinistra e di molti “democratici”. La stessa toponomastica di città e paesi, fonte concreta di memoria e giudizio storico, mette in ultimissima posizione, ma più spesso ignora, i veri padri della democrazia nel nostro paese (si pensi De Gasperi, a Sturzo o a Saragat) per dedicare strade e piazze principali ai nomi improponibili di collaboratori di Stalin, come lo stesso Palmiro Togliatti. Quest’ultimo, tra l’altro, della strage di Katyn è moralmente corresponsabile: nel 1938 la sua firma è tra quelle dei liquidatori del partito comunista polacco, dopo pochi mesi interamente trucidato da Stalin in funzione dell’accordo con Hitler sulla spartizione della Polonia.
Sì, la situazione non è buona, basti pensare che fino a quattro anni fa il Consiglio della Facoltà di Lettere e Filosofia impediva sistematicamente si tenessero riflessioni anticomuniste nei locali della Facoltà, spesso concessi ai più deliranti e pericolosi gruppi ideologicizzati; che altre Facoltà temono ancora oggi ogni evento pubblico che possa provocare la mobilitazione dei gruppi studenteschi di sinistra; che nell'Università di Pisa non riesce a parlare un rappresentante dell'ambasciata israeliana.
Le cose però stanno cambiando. Il nostro Parlamento si è liberato nel tempo della vergogna di ospitare il più grande gruppo comunista d'Europa e anche in Toscana, finalmente, le maggioranze di comuni province e regione sono ormai ai margini di quella eredità. Sembra perciò il momento di avviare un grande moto civile di recupero di una memoria storica finora nella nostra regione falsificata e divisa, non per accumulare altro odio né recriminare, ma per unire nella verità e portare davvero la società civile toscana nell'alveo della democrazia e del riformismo, oltre i Novecento. Un processo educativo che deve partire dalle scuole e dalle università, ma anche da tutte le sedi culturali e politiche.
Dicevamo che proprio il tentato occultamento del Katyn di Wajda, che tratta di una miserabile falsificazione storica a favore del mito sovietico, è un richiamo a fare qualcosa. Crediamo che a questo richiamo risponderanno tutti i sinceri democratici toscani, a qualsiasi partito o area culturale appartengano. Intanto chiediamo una visione pubblica, per la cittadinanza, del film, in Palazzo Vecchio, in Provincia e in Regione, con la partecipazione di politici, amministratori, e intellettuali, in cui si abbia il coraggio di tentare una prima purificazione della memoria. (Resta nella storia cittadina la proiezione del film di Autant Lara, Tu ne tueras pas, voluta dal sindaco Giorgio La Pira, mentre era in corso il dibattito sull’obiezione di coscienza).
Firenze 3 Marzo 2009
Riferimento: circolo.dei.liberi@gmail.com
Stefano Borselli, Redazione de “Il Covile” - Pietro De Marco, Docente Università di Firenze - Leonardo Tirabassi, Presidente Circolo dei Liberi/Magna Carta - Pietro Paolo Amato, Senatore - Andrea Andrei, Circolo dei Liberi - Gabriella Antonini, Circolo dei Liberi - Valentino Baldacci, Docente Università di Firenze - Ugo Bargagli Stoffi - Antonella Bellucci - Roberto A. M. Bertacchini, Diacono dell'Arcidiocesi di Lanciano-Ortona - Francesco Bigazzi – Andrea Borselli - Andrea Binazzi, Dirigente di Ricerca, CRA/ABP - Luciano Bozzo, Docente Università di Firenze - Vincenzo Bugliani, Scienza e Vita - Laura Buti Raffo, Imprenditore, Pietrasanta, Lucca - Alessandro Catelani, Docente Università di Siena - Carlo Catanossi, Accademia dei Romiti in Gualdo Tadino - Maurizio Cotta - Domenico De Girolamo, Quadro PosteItaliane - Armando Ermini, Redazione di “Maschi Selvatici” - Fabio Fallai - Enrico Fantini, Consigliere nel Quartiere 1, Firenze - Ugo Finetti, Condirettore “Critica Sociale” - Tommaso Franci - Stefania Fuscagni, Consigliere Regionale, Vice Presidente Commissione Cultura della Regione Toscana - Maurizio Grassini, Docente Università di Firenze - Mario Bernardi Guardi, Scrittore e giornalista - Isabella Guarini, Architetto, Napoli - Anna Maria Kozarzewska - Paolo Gulisano, Giornalista - G. C. Giovanni Maggio, Docente Università di Firenze - Alessandro Mazzerelli, Presidente MAT - Riccardo Mazzoni, Deputato - Gerardo Nicolosi, Ricercatore Università di Siena - Fiamma Nirenstein, Deputato, Vice presidente della Commissione Esteri della Camera - Daniela Nucci, Circolo dei Liberi - Enrica Maria Paoletti, Direttore Teatro Cantiere Florida - Andrea Parrucci, Circolo dei Liberi - Maurizio Pasqualetti, Consigliere comunale, Capraia e Limite - Francesco Pugliarello, Circolo dei Liberi - Gaetano Quagliariello, Senatore - Giorgio Ragazzini, Docente di Lettere - Marco Respinti, Redazione de “Il Domenicale. Settimanale di cultura” - Nikos A. Salingaros, Docente Università San Antonio, Texas - Christian Salvadori, Circolo dei Liberi - Maurizio Schoepflin, Docente di filosofia e storia nei Licei, Arezzo - Giulio Soldani, Docente Università di Pisa - Edoardo Tabasso, Docente Università di Firenze - Lucia Tanti, Consigliere Provinciale, Arezzo - Gabriele Toccafondi, Deputato - Pier Luigi Tossani - Marina Valensise, Giornalista - Marco Vedovato, Presidente Associazione Culturale ART 33 - Lino Venturini – Carlo Vivaldi Forti, Ricercatore in materie economiche e sociali - Riccardo Zucconi, Vicepresidente Confindustria, Firenze.

Aggiornamento

Il blog è stato fermo per un po' per problemi di funzionamento del pc. Ora va tutto bene.
Molte sono le cose da commentare, fatti locali e lontani. La vicenda del consiglio comunale fiorentino sulla cittadinanza al padre di Eluana Englaro, quello che succede nel PDL a proposito del sindaco, e poi la politica internazionale. La nuova situazione di violenza in Iraq, il possibile surge in Afghanistan e poi il primo vero libro, a parte gli articoli e la tesi, di David Kilcullen, libro che sto come vedete leggendo.
Su tutti queti argomenti vi prometto, è una minaccia, presto un articolo o per lo meno una nota.

domenica 1 marzo 2009

"L'emergenza afghana"

Vent’anni anni fa, il 15 febbraio del 1989, le truppe sovietiche lasciavano sconfitte l’Afghanistan. L’impero sovietico non era più al suo apice come alla fine degli anni settanta, quando imperversava in Africa sia direttamente che attraverso i suoi alleati cubani, ma comunque era sempre il secondo esercito di una delle due superpotenze, a poche misure di distanza da quello degli Stati Uniti. L’Afghanistan non aveva perso la sua fama: si era rivelato un’altra volta la “tomba degli imperi”.
Adesso, per gli Stati Uniti la situazione non è certo la stessa, ma continuamente arrivano segni preoccupanti (secondo alcune fonti, il 70% del paese è fuori controllo) a cui il nuovo governo americano risponde cercando di adattare, pur tra mille difficoltà e differenze, la strategia impiegata dall’amministrazione Bush per l’Iraq, da Obama durante la campagna elettorale sempre avversata.
I segni di logoramento sono molteplici:
1) il nuovo direttore dell’Intelligence nazionale, Denis Blair, avverte che il governo centrale è sempre più debole e corrotto, sta perdendo il controllo di molte zone e molti signori della guerra lo stanno abbandonando.
2) Un’economia, oramai allo sbando, è sostenuta elusivamente dal commercio di oppio.
3) L’accordo tra governo pakistano, il 16 febbraio, e i potenti locali per cambiare il sistema legale nella regione dello Swat, al confine con il Pakistan, per introdurre la legge islamica in cambio di una tregua nei combattimenti, viene giudicato da Richard Holbroke, inviato speciale del presidente per il Pakistan e l’Afghanistan, una vittoria dei Talebani nelle aree tribali.
4) La nuova tecnica terroristica stile “Mumbai”, che utilizza pochi uomini per compiere attentati simultanei, è arrivata a Kabul dove sono stati colpiti tre differenti ministeri, segno di un continuo processo di apprendimento da parte di Al Qaida e dei suoi alleati.
5) Il voto negativo del parlamento kyrgyzo il 19 febbraio che mette fine all’accordo per l’ utilizzo da parte degli USA della base aerea di Mnas, dove transitano 15.000 uomini e 500 tonnellate di materiale al mese americano verso l’Afghanistan. Ennesimo fattore di frizione tra la Russia di Putin e gli Stati Uniti.
6) L’aumento del numero di civili uccisi nel 2008, i cosiddetti “danni collaterali”, del 40% rispetto all’anno precedente, secondo l’ “Annual Report of Protection on Civilian in Armed Conflict”, pubblicato alla fine di gennaio dalle Nazioni Unite. Dai 1523 morti del 2007, siamo passati ai 2118 dell’anno scorso, fatto che come si può facilmente capire implica tre constatazioni: la recrudescenza dei combattimenti, l’imprecisione alleata, segno di difficoltà sul terreno anche a causa dell’uso massiccio dei droni, aerei senza pilota che possono arrivare dove la fanteria non può, con la conseguenza di far aumentare la diffidenza degli afghani nei confronti degli eserciti stranieri,.
Anche in Afghanistan, come in Iraq, errori strategici si sono assommati a quelli militari che hanno fatto sì che siano passati otto lunghi anni senza venire a capo di quell’insorgenza. Ora, con la situazione un po’ più tranquilla in Iraq, Obama, contrario alla surge di allora, è costretto ad affidarsi agli stessi attori, come il Generale Petraeus, e agli stessi metodi.
Qui, a differenza dell’Iraq, non è però in corso una guerra civile. In Afghanistan un governo centrale, da sempre debole, si trova a dover fronteggiare i signori della guerra di etnia Pashtun alleati con entità che vanno sotto, per comodità e pigrizia giornalistica, l’unica etichetta di “talebani”, ma solo una parte minoritaria è erede del Mullah Omar, gli altri sono fondamentalisti religiosi a vario titolo indipendentisti, ma tutti aiutati dalle cellule di Al Qaida.
La risposta di inviare da parte della amministrazione americana ulteriori 17.000 soldati, che vanno ad aggiungersi ai 38.000 americani presenti ed a 32.000 uomini di altri contingenti, è solo una dei punti del nuovo piano che per vincere deve passare da una strategia di caccia ai “bad boys” ad una, sull’esempio iracheno, che scelga di mettere in primo piano il garantire la vita e la sicurezza degli afghani nei villaggi e non solo nei grandi centri, cercando di farsi amici e di allearsi con le forze tribali locali più lontane da Al Qaida, anche se sono talebani, come ha fatto Petraeus in Iraq mettendo sul libro paga i sunniti filo Saddam. E, insomma, è arrivata l’ora di passare all’uso della “carota”, di rendere più precise le azioni militari, di controllare meglio il territorio con più truppe dislocate in modo continuo su tutto il paese. Se per uccidere qualche terrorista con un raid aereo, devono morire famiglie di civili, come è successo una settimana fa nella provincia di Herat dove durante un bombardamento sono stati uccisi tre talebani e 13 civili, il gioco non vale la candela. Anzi: per ogni innocente ucciso, gli insorgenti sono sicuri di poter reclutare nuovi adepti. E in più sollevando le proteste pubbliche anche dell’alleato presidente Kharzai.
Gli Stati Uniti in Afghanistan si trovano quindi a combattere sia l’offensiva talebana che la perdita di credibilità tra l’opinione pubblica. Se non viene rovesciata la percezione attuale della popolazione secondo cui l’invio di maggiori truppe vuol dire un escalation di attentati kamikaze da parte di Al Qaida e i suo alleati, la situazione si potrebbe fare insostenibile e molti afgani potrebbero preferire la strada della trattativa con le forze nemiche, come ha fatto il Pakistan nell’area tribale della valle dello Swat, definita un tempo la “Svizzera dell’Afghanista”.
Il Presidente ha risposto con un primo invio di truppe, ma più soldati senza una nuova strategia significano poco, e così ha iniziato a muoversi anche su questo secondo fronte creando una nuova task force formata da Bruce Riedel, ex ufficiale della CIA (si veda il suo articolo su Foreign Affairs di maggio giugno 2007), Richard Holbrooke e dal sottosegretario alla difesa Michele Flourny che risponde direttamente al consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale Jim Jones, già generale a quattro stelle dei marines. E le forze armate hanno prodotto il 15 gennaio i nuovi “Concetti cardine per le operazioni congiunte”: mettere in sicurezza la popolazione, addestrare truppe e milizie locali, assicurare i servizi, rafforzare le istituzioni (ma notevole è lo sforzo teorico a livello di cotroninsorgenza degli USA: sempre a gennaio è uscita anche “La guida alla controinsorgenza” del governo americano ). Nel corrotto Afghanistan, tutto questo, come sottolinea l’esperto in contro insorgenza David Kilcullen in un intervista a Trudy Rubin il 22 Febbraio su Philly.Com, significa concentrare tutti gli sforzi a livello locale senza passare per il governo centrale.
Ma mettere in sicurezza l’Afghanistan è solo metà dell’opera, conditio sine qua non per evitare che, il vero problema, il Pakistan, uno stato con 173 milioni di persone, 100 testate nucleari ed un esercito enorme e spropositato - ha il settimo esercito del mondo - collassi, rendendo possibile all’avvoltoio Osama Bin Laden, ben introdotto nei servizi segreti pakistani, di raccogliere le spoglie del paese.

Articolo pubblicato sabato 28 febbraio su L'Occidentale