giovedì 15 ottobre 2009

Due libri sull’Afghanistan che fanno discutere la Casa Bianca


 

L'Occidentale, 13 ottobre.

Da quando, più di un mese fa, il rapporto del generale MC Crystal, il comandante in capo delle truppe della coalizione in Afghanistan, è sul tavolo del Presidente Obama, due strategie si stanno confrontando pubblicamente in ogni sede possibile, dalle riunioni riservate del governo agli studi televisivi. Guerra di contro insorgenza, più uomini sul territorio, garantire la sicurezza delle popolazioni o invece limitarsi a combattere Al Qaida con interventi mirati? Pubblicità del dibattito e durata della decisione del nuovo Nobel per la pace ci sembrano eccessive visto che permettono perfino ai talebani di intervenire nella discussione. Come altrimenti vanno infatti lette le azioni militari e i comunicati dei vari gruppi che si stanno succedendo in questi giorni?

Premesso che i talebani siano così generosi da concedere il tempo necessario affinchè venga presa una decisione razionale,questa pubblica discussione sull'arte militare ha però il pregio di far riflettere politici e cittadini di contro insorgenza, di guerre asimmetriche, post moderne e quant'altro in una sorta di corso accelerato di strategia.

E' inevitabile allora che il campione di confronto, il metro con cui misurare l'esperienza attuale non possa altro che essere il Vietnam, la sconfitta storica degli Stati Uniti, cicatrice ancora fresca a più di trenta anni dalla sua fine.

Anche in questo caso, quasi le due stesse ipotesi strategiche si scontrano. I fautori dell'impiego limitato, la Casa Bianca, contro i militari iscritti al partito del maggior impegno sul territorio. A sostegno della prima tesi, "Lessons in Disaster" di Gordon M. Goldstein, contro "A Better War" di Lewis Sorley. Se il primo è fresco di stampa, il secondo è del 1999, ma attuale rimane la lezione e infatti nelle librerie intorno al Congresso i due testi sono introvabili, andati letteralmente a ruba in questi giorni di decisioni.

Goldstein sostiene alcuni punti in modo estremamente chiaro, ma limita la sua analisi della guerra vietnamita fino all'esperienza fino a quando avvenne l'offensiva del Tet nel 1968 che segnò la fine del comando del generale William Childs Westmoreland. Arrivato nella penisola indocinese nel 1964, dette inizio ad un escalation di truppe incredibile passando da 16.000 uomini presenti a ben 543.000 nel 1969! Tutta la sua strategia fu contrassegnata dalla famigerata azione di "search and destroy" per niente attenta né ai bisogni della popolazione civile, né ai cosi detti "danni collaterali" fino a utilizzare il bombardamento aereo in stile Seconda guerra mondiale sul Vietnam del Nord e l'uso delle bombe al napalm. Le truppe americane non solo non riuscirono a prevalere su quelle vietnamite, ma finirono così per essere additate come nemiche da una parte consistente della propria popolazione.

Il punto per cui il libro di Goldstein è portato avanti come una Bibbia dagli avversari di McCrystal sta nella convinzione che un semplice aumento di truppe serva solo a impelagare sempre di più gli americani in Afghanistan, rendendo difficile ogni controllo della situazione, perché assente ogni definizione accettabile e misurabile di vittoria. In pratica a MCCrystal-Westmoreland mancherebbe una visione complessiva del "problema" e quindi sarebbe meglio concentrarsi sull'obiettivo iniziale del conflitto: la caccia e sconfitta di Al Qaida.

Al contrario i sostenitori di un maggior impegno di truppe in Afghanistan si basano sulle pagine di Sorely. L'analisi di Goldstein è parziale, si ferma al primo periodo della guerra, un po' come se la storia della Seconda guerra mondiale si fermasse al primo biennio del conflitto prima dello sbarco in Normandia e della battaglia di Stalingrado. Non solo, non è possibile non considerare che il confronto tra le due situaizoni non tiene conto di una differenza fondamentale. Mentre in Vietnam l'escalation serviva a sostenere sempre la stessa guerra d'attrito, nel caso dell'Afghanistan le truppe sarebbero impegnate secondo una strategia innovativa rispetto a quella attuale.

Ma "Lessons in Disaster" ha un difetto storico preciso. Non prende in considerazione, ecco l'argomento forte di Sorely, il mutamento nella condotta della guerra apportato dal comandante che prese il posto di Westmoralend, Creighton Abrams. Egli, assieme al nuovo staff diplomatico, elaborò una nuova strategia chiamata "clear and hold" tutta centrata sul soddisfacimento delle esigenze della popolazione sia in termini di sicurezza che sul piano socio economico. E così fu. Grazie al programma Phoenix fu lanciata la riforma della terra cosicchè ben 400.000 contadini divennero piccoli proprietari, furono organizzati i gruppi di autodifesa popolare per rispondere alle infiltrazioni dei vietcong si arrivò ad un miglior coordinamento tra esercito e governo civile, tra americani e alleati sud vietnamiti; tutte azioni che videro i marines all'avanguardia nell'impiego dei nuovi concetti strategici.

Ma i successi militari arrivarono tardi, troppo tardi a far cambiare idea a governanti che non avevano nessuna intenzione di contrastare una pubblica opinione ormai stanca.

martedì 13 ottobre 2009

Valentino Baldacci Gli “azionisti” e il complesso di superiorità

Pubblico volentieri questo pezzo dell'amico Valentino


 

In un simpatico libretto del 2007 (Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori) Luca Ridolfi analizzava, con tono leggero, le ragioni per le quali la sinistra, a furia di autoproclamarsi quanto di meglio ci sia in fatto di cultura, intelligenza, moralità ecc., finiva per essere insopportabile a tutto il resto del paese.

Ricolfi affrontava con tono leggero un problema assai serio, un problema non nuovo, che in realtà si era ripresentato in molte forme nella storia di quella che una volta si chiamava "movimento operaio". Si era affacciato già ai tempi del vecchio socialismo evoluzionista della fine dell'800, si era soprattutto imposto con tutta la sua forza nella storia del movimento comunista. Da dove nasceva questo antico "complesso di superiorità"? Semplicemente dalla convinzione di essere "il portato della storia", di essere destinati, dalla storia stessa, a essere il motore trainante del progresso dell'umanità. Era perciò un complesso di superiorità collettivo: non riguardava i singoli individui, ma il "movimento" come tale: se i singoli erano "migliori" (Togliatti era "Il Migliore" per antonomasia) lo erano non in virtù delle loro qualità personali ma perché avevano saputo scegliere di stare sulla cresta della storia.

Ma nella recente polemica fra Ferruccio De Bortoli e Eugenio Scalfari è in gioco un altro complesso di superiorità. Il complesso di superiorità dei politici, dei giornalisti, degli uomini di cultura che provengono (o provenivano) dal Partito d'Azione: un genere che, per ragioni anagrafiche, sta scomparendo, ma che ha fatto, e che ancora, per mano dei superstiti, fa una quantità di male al paese difficilmente valutabile, soprattutto perché la pretesa convinzione dei comunisti di essere i migliori è crollata con il muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica, mentre la pretesa superiorità degli ex-azionisti costituisce un mito che nessuno ha scalfito.

A differenza della pretesa di superiorità dei comunisti, che, si è visto, aveva un carattere collettivo, quella dei ex-azionisti è invece strettamente individuale. Gli ex azionisti sono sempre stati convinti di essere i migliori sotto ogni aspetto: culturale, intellettuale, e soprattutto morale: essi sono la coscienza del paese, un paese che essi hanno sempre disprezzato, un paese, secondo loro, malato da sempre, sulla scia della storiografia di derivazione gobettiana, e che solo loro, inascoltati, avrebbero potuto salvare.

Se si scorre il Gotha di questi profeti inascoltati, ci si trova di fronte alle più illustri Cassandre della storia della Repubblica: da Riccardo Lombardi a Francesco De Martino, da Ferruccio Parri a Ugo La Malfa, da Tristano Codognola a Vittorio Foa, per ricordare soltanto alcuni politici. Ma se si va a cercare un po' più in là, si fanno anche altri incontri ancor più interessanti, soprattutto nel campo dei cosiddetti "poteri forti": da Enrico Cuccia al più illustre di tutti, visto che è asceso alla suprema carica dello Stato: Carlo Azeglio Ciampi.

Forse il terreno nel quale hanno maggiormente esercitato la loro opera di costruttori del mito dei "migliori" è quello della storiografia, meno noto, ovviamente, al grande pubblico, ma dove la loro impronta è stata più profonda e quindi più negativa: si pensi a Guido Quazza e alla sua tesi sulla "Resistenza tradita" che tanti semi malefici ha diffuso fra i giovani negli anni '70 e '80, per non parlare del tentativo di distruzione, per fortuna andato a vuoto, di Renzo De Felice; si pensi a Claudio Pavone e al suo volume su Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, centrato sulla tesi della differenza antropologica fra i combattenti della "guerra civile". E l'aspetto più deleterio di quest'opera di intossicazione sta nel fatto che si trattava, nel loro caso e anche in quello di molti loro allievi, non di storici da poco ma di studiosi di valore, la cui opera è stata tuttavia distorta fin dalle origini dalla convinzione della superiorità intellettuale e morale di una piccola minoranza nei confronti di un paese vile e corrotto.


 

Chi ha portato fino alle sue estreme conseguenze questa logica della "razza superiore" (anzi, della "razza padrona", per citare il titolo di un libro dell'autore subito sotto citato), è stato il più giovane, naturalmente rispetto alla prima generazione, di questa compagnia, quello che potrebbe in realtà essere considerato un epigono della "grande" generazione del Partito d'Azione. Eugenio Scalfari non ha mai accettato non tanto di non essere mai stato eletto Presidente della Repubblica o quanto meno senatore a vita: la sua convinzione di impersonare quanto di migliore, di superiore esiste in questo Paese così vile e corrotto non poteva avere altra ricompensa che quella di ricevere almeno lo stesso titolo del nordcoreano Kim Il-Sung: "Presidente eterno".

Però quello che è troppo è troppo: alla fine non solo, come ricordava Ricolfi, a forza di ripetere di essere i migliori non solo si diventa antipatici ma si fa perdere la pazienza anche alle persone più caute e più equilibrate. E' quello che è successo al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, che finalmente ha potuto sfogare quello che gli bolliva in corpo da molto tempo nei confronti di quelli (Eugenio Scalfari e il comprimario Marco Travaglio) che "ci rimproverano sostanzialmente di non far parte dell'esercito mediatico che Berlusconi lo vorrebbe mandare a casa senza chiedere agli italiani se sono d'accordo", come ha scritto il 12 ottobre nel suo editoriale "Un'informazione libera e corretta".

Se quelli che pretendono sempre di essere i migliori finiscono alla fine per diventare antipatici, il compassato direttore del "Corriere" rischia di diventare molto simpatico a moltissimi italiani.


 


 

Valentino Baldacci


 


 

sabato 10 ottobre 2009

Jurgen Habermas. Un pensiero oltre i limiti illumiunisti

Secolo d'Italia 10 ottobre 2009


 

Jurgen Habermas è uno dei rari filosofiche che unisce la riflessione teorica ad una passione civile ben riflessa e tematizzata nella stessa elaborazione. Nei suo testi, dal celebre "Storia e critica dell'opinione pubblica" del 1962, l'autore ha sviluppato una teoria della società a partire dalle aporie della filosofia dell'idealismo tedesco, da Kant a Hegel finendo per confrontarsi in seguito con gli apici del pensiero contemporaneo. Anche in questa rapsodica raccolta di saggi "Dall'impressione sensibile all'espressione filosofica. Saggi filosofici" (Ed. Laterza, 2009, pagg.113, € 15), scritti in occasioni diverse e per pubblici altrettanto diversi, il francofortese offre molto di più che un assaggio del suo metodo che tutto è meno che debole e, d'altra parte, vi erano fin dall'inizio del suo percorso le condizioni perché non cadesse nelle banalità del post moderno o nelle perle del relativismo decostruzionista.

Il filosofo in Italia è arrivato ad una fama che ha sorpassato il recinto degli addetti ai lavori attraverso una serie di occasioni diverse. Con la felice sintesi "patriottismo costituzionale" è riuscito a cogliere la novità delle nazioni in un epoca di globalizzazione, dato che la società contemporanea è pluralistica e "i confini della comunità sono aperti a tutti" al contrario della nazione novecentesca tutta basata su di un' appartenenza civile fatta di "sangue e suolo": "una convinta adesione ai principi universalistici della Costituzione è la base per una vita civile condivisa a prescindere da provenienza". Solo un atteggiamento inclusivo diretto ad universalismo permette uno sviluppo degli stati nazionali costruiti nella versione attuale a partire dall'Ottocento e l'Europa ha il compito storico di indicare la strada a causa del suo passato.

L'altro celebre passaggio pubblico che lo ha reso celebre è stato il dibattito nel 2004 con l'allora Cardinale Ratzinger, "Ragione e fede in dialogo" (Marsilio). L'ultimo discepolo della Scuola di Francoforte afferma che il rapporto tra fede e Stato può essere descritto riprendendo il teorema, come è stato definito, di Ernst Wolfang Boeckenfoerde, uno dei più autorevoli giuspubblicisti tedeschi, secondo cui «lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che esso, da solo, non può garantire» (passaggio ripreso anche dal cardinale Scola in un intervento del 2006 e ripubblicato nel volume "La società plurale. Temi per una nuova laicità in Italia"). Le condizioni normative dello Stato democratico sono per Habermas sia cognitive che motivazionali-comportamentali. Le «virtù politiche» dei cittadini democratici si esercitano secondo principi universali nel dialogo che nella democrazia assume immediatamente un carattere legale, ma la solidarietà e la partecipazione sono una risorsa scarsa che non può essere imposta per legge. L'integrazione sociale non si esaurisce nel voto democratico, ma si svolge con due modalità diverse: da una parte nell'elaborazione continua di temi e contenuti che vanno a formare l'opinione pubblica, che su di essi deve poi esprimersi; dall'altro lato, permette il funzionamento dei meccanismi stessi dell'azione sociale. In poche parole, se la società moderna fosse solo basata sull'individualismo, sulla concezione dei diritti assoluti dell'individuo, non sarebbe in grado di funzionare. La religione, la tradizione, forniscono sia argomenti che comportamenti senza cui verrebbero meno i nessi sociali; per questi motivi il dialogo tra Stato e religione è particolarmente fertile, perché nei fondamenti del pensiero religioso cristiano, e nei comportamenti che esso ispira, risiedono potenziali sia argomentativi sia d'azione che il pensiero legalista-positivista non possiede. Un pensiero laicista estremizzato conduce infatti ad un individualismo che distrugge qualsiasi base comunitaria, seppur dialogica, e una legge che scambiasse la legittimità con la legalità avrebbe vita breve. In poche parole, il pensiero relativista individualista cade in una contraddizione insanabile: il suo nihilismo è distruttivo per la società, non è condannabile solo per una aggettivazione morale. La democrazia, la società che di cui è istituzione, è fragile perchè ha nel suo proprio codice genetico un elemento autodistruttivo: la volontà di autoaffermazione dell'io che si può trasformare in dittatura dell'io e che se trionfasse rappresenterebbe immediatamente la fine di qualsiasi idea di società. Durkheim, ad esempio, l'aveva ben capito, quando sosteneva che l'integrazione sociale nelle società organiche si articolava attraverso nessi profondi che andavano dai sentimenti, alle emozioni, ai riti, alla parola. Tutti meccanismi che le società moderne, o post post-moderne, lasciano alla gestione individuale e/o cognitiva, ma il livello cognitivo da solo non può bastare a far marciare i contenuti morali e non si hanno riti individuali.

Memore della lotta contro il positivismo e la società della tecnica condotta dalla scuola di Francoforte, Habermas è attento, a differenza di tanti nostri liberali ex comunisti, ai rischi di «una modernizzazione aberrante della società...(con) la trasformazione dei cittadini di società liberali benestanti e pacifiche in monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo» (Habermas, op. cit., pag. 51).

Come si è solo accennato, non è possibile pensare l'oggetto "società", in tutte le sue forme storiche, se non si dispone di una adeguata teoria della conoscenza; in questo, il nostro è erede della migliore tradizione marxista, dell'Adorno di "Dialettica Negativa" che, pur sbagliando molto nelle analisi sociologiche, seppe coniugare riflessione teorica e osservazione del contemporaneo. Habermas ha continuato quella tradizione, liberandosi ben presto della zavorra del comunismo grazie ad un percorso originale che lo ha portato a dialogare, a fare i conti con i maggiori pensatori del Novecento in una girandola impressionante di nomi in tutte le declinazioni delle scienze dello spirito, per usare una formulazione di Dilthey. L'intersoggettività, l'interazione, il linguaggio sono stati gli elementi centrali, le categorie fondanti, che hanno segnato l'addio al marxismo; in "Lavoro e interazione" del 1968 utilizza Hegel contro Marx accusato di ridurre la storia al confronto tra uomo e materia, uomo e natura, riducendo le forze produttive a solo "lavoro" mentre Hegel aveva ben visto, pur tematizzandole con categorie esclusivamente idealistiche, l'importanza antropologica del legame sociale, l'interazione appunto.

Anche in questa ultima raccolta il leit motiv è rappresentato sempre dalla costituzione dell' uomo che si da in relazione con gli altri entro e mediante il linguaggio, nell'orizzonte di senso. A partire dal primo saggio -"L'energia liberatrice della figurazione simbolica. L'eredità umanistica di Ernst Cassirer e la Biblioteca Warburg" - Habermas disegna la costellazione della teoria. Fu il celebre collezionista e storico d'arte "ebreo di sangue, amburghese di cuore, d'anima fiorentino", come ebbe a definirsi con cristalline parole, a fornire le basi da cui sarebbe partito Ernst Cassirer. Ad Amburgo nell'enorme libreria di Warburg, "collezioni di problemi" la definisce Habermas, che raccoglieva testi a cavallo tra molte discipline, dalla storia dell'arte, all'antropologia, alla storia delle religioni, Cassirer, agli inizi dell'altro secolo, potè concepire il proprio percorso intellettuale. Per Warburg infatti lo studio delle "sfumature dei trapassi da periodo a periodo in quella storia della cultura che era la sua passione…; e la trasmissione dell'eredità classica furono il pernio delle sue ricerche. Un particolare del costume osservato in un disegno, la ricorrenza di un motivo ornamentale, uno svolazzo di veste, una chioma fluttuante, una piega ovale, un ex voto di cera, un coperchio di scatola effigiante un'impresa d'amore, tutte queste cose che gli uomini di alta statura e di grandi gesti non curano, l'omino piccino le accarezzava con le sue mani amorose di collezionista; ma i suoi occhi vedevano lontano e profondo" – notò con acume già nel 1933 il nostro Praz in un articolo sulla rivista Pan. E' infatti dallo studio della "permanenza delle forme", delle "costanti della memoria occidentale" che prende avvio la teoria di Cassirer sull'evoluzione delle forme simboliche, il cui mondo "si estende dalla rappresentazione figurata all'espressione verbale, al sapere orientante, che a sua volta guida la prassi".

Come non notare l'unitarietà del mondo simbolico che permette ai diversi saperi specialistici, pur nella loro specificità, di comunicare tra loro? Conoscenze che a loro volta si erano determinate dal rapporto instaurato dal soggetto dalla prassi, attraverso il linguaggio e l'interesse, nei confronti dell'oggetto nella natura esterna. Ma questa operazione doveva condurre ad un superamento della distanza tra soggetto e oggetto, scoglio su cui tutta la filosofia occidentale aveva sbattuto e non risolto se si esclude lo strattagemma marxiano dell'assolutizzazione del lavoro e della prassi. "Che i contati con il mondo tramite gli stimoli sensoriali siano simbolicamente preparati a qualcosa di concreto è un fatto costitutivo dell'esistenza umana e al contempo rappresenta il tratto fondamentale di un'umana presenza" (Habermas).

Tramite la mediazione simbolica, ripresa da Habermas in tutti i suoi lavori dalla fine degli anni settanta in poi, si spezza il rapporto immediato della vita animale con il mondo, e i dati sensibili si possono trasformare in esperienza, vita su cui riflettere, storia sedimentata. L'arte, il linguaggio, il mito, la religione, la conoscenza scientifica, tutto il sapere coopera a "questo processo di distanziamento spirituale". Allora il sapere tradizionale non sarà più, come vorrebbero i nostri laici di professione, qualcosa di residuale, ma una forma simbolica di conoscenza capace di trascendere anche lo specifico ambito di vita della fede, tesi ribadita già nel dibattito con Benedetto XVI.

venerdì 9 ottobre 2009

Notiziario internazionale

L'Occidentale 10 ottobre


L'espressioni "Grande Medio Oriente" o "Medio Oriente allargato" stanno sempre di più diventando di uso corrente. Adesso l'area che abbiamo conosciuto come Asia Minore è solo un ricordo. Un serie di eventi impressionanti, dalla rivoluzione iraniana alla fine della guerra fredda, della guerra iracheno iraniana, alla guerra del Golfo in conseguenza dell' 11 settembre, fanno sì che crisi tra loro diverse e lontane migliaia di chilometri – dalla Palestina fino al Kashmir - si siano andate a connettersi, a inscatolarsi l'una con l'altra, creando un groviglio di difficile soluzione. Non a caso, il documento di McCrystal si riferisce all'influenza che tre paesi come India, Cina e Iran hanno sull'Afghanistan. Non stupisce per niente quindi che uno dei principali think thank di Delhi, l'Institute for Peace and Conflict Studies dedichi un'estrema attenzione alla situazione afghana. Infatti, bisogna sempre ricordare che i talebani sono anche un frutto dei servizi segreti pakistani sponsorizzati con una molteplice funzione, in primo luogo anti iraniana e poi anche anti indiana. E infatti adesso il governo di Karzai riceve un buon sostegno dall'India, nemica giurata degli studenti coranici con il risultato di irritare e non poco il Pakistan. Ma data la gravità della situazione che vede il rischio che anche il Pakistan con le sue bombe atomiche cada in una guerra civile, "è imperativo per i suoi vicini, specialmente India e Pakistan, di impegnarsi in modo costruttivo per stabilizzare l'Afghanistan". Per gli osservatori asiatici, questa volta da Singapore, la situazione pakistana è quasi disperata e il paese viene spesso dipinto come sull'orlo del caos.

Interessante è anche l'analisi dell'impegno americano nel paese degli ex talebani sempre da parte degli analisti della National University of Singapore con un preoccupante, e condivisibile, monito agli USA. "Se una lezione deve essere imparata dall'esperienza Americana in Vietnam … è che combattere un'insorgenza in collaborrazione con una leadership corrotta è straordinarimaente difficile. L'altra lezione è che le morti di civili rendono più facile il compito per gli insorti di reclutare truppe fresche. Entrambe le condizioni stanno minando gli sforzi americani in Afghanistan… I Talebani stanno cambiando la loro tattica, imparando tutto il tempo dall'esperienza dei militanti di altre parti del mondo come dai cambiamenti che gli americani e ei loro alleati stanno conducendo i loro sforzi. L'Iraq è stato il maggior laboratorio da cui derivare lezioni".

La conclusione è di buon senso, ma non semplice da perseguirsi nella pratica: "Il problema afghano non può essere trattato in modo isolato… ma in connessione con Pakistan e India…."


Tratto da un sito greco importante, RIEAS (Research Institute for American and European Studies), questo notevole studio di provenienza israeliana sul ruolo svolto dalla dimensione psicologica e mediatica nel terrorismo. "Psychological Victory. The Palestinian Terror Organization's Media Strategy" è il titolo del report. "Una nuova arma strategica è usata oggigorno dalle organizzazioni terroristiche palestinesi. Questa arma è dentro le nostre case e può essere vista da chiunque attorno al globo ed è molto più potente di qualsiasi altra bomba. Quest'arma strategica può raggiungere la vittoria senza sparare un singolo colpo e può reclutare migliaia di soldati semplicemente diffondendo i suoi obiettivi attraverso cavi, linee, fibre. Questa nuova arma strategica sono i mass media. Questa ricerca vuole esaminare le origini dell'uso dei media da parte dei terroristi e le tecniche da loro usate per raggiungere la pubblica attenzione".

E' uno studio da leggere, perché analizza una situazione esemplare, il conflitto israelo palestinese. Anche noi italiani ne sappiamo qualcosa di terrorismo, sei soldati uccisi da un ordigno devastante, quattro giorni di attenzione nazionale, una discussione ai massimi livelli su "ritiro sì o no" sono un risultato incredibile raggiunto da una banda di montanari semi analfabeti come i talebani. "Il sei settembre 1970, membri di un organizzazione terroristica denominata "Fronte Popolare di Liberazione della Palestina" dirottavano quattro aerei passeggeri. Tre di questi aerei atterravano in un aeroporto vicino alla capitale giordana di Amman sotto l'occhio di televisioni viste da tutto il mondo. Questo fu il punto di partenza del coinvolgimento dei media nelle attività delle organizzazioni del terrore palestinese. Da quel giorno, i media sono diventati un'arma strategica nelle mani di terroristi e un fattore significativo per l'opinione pubblica mondiale".

Sempre dello stesso centro si veda anche questo saggio dal titolo promettente "Alla ricerca di giustizia e salvezza: il fondamentalismo islamico come sfida all'ordine internazionale occidentale centrico. Il caso di Al Qaida". Dopo aver riconosciuto la novità rsppresentata da Al Qaida come organizzazione di insorgenza globale, afferma "le attività terroristiche di Al Qaida possono essere viste come minacciose dell'idea di società internazionale in tre modi distinti e correlati. In primo luogo, mirano alla distruzione di una definita e unitaria società internazionale e degli stessi stati che vogliono rimpiazzare con un'altro differente tipo di entità politica; in secondo luogo,… vogliono un altro ordine internazionale e in ultimo minano alle basi alcune delle istituti fondamentali della società internazionale dai modi di combattere alla legge internazionale alla diplomazia".


La Nato dopo la fine della guerra fredda è stata costretta a cambiare la propria mision, a rivedere il proprio ruolo e quindi anche la propria strategia, costretta a rifocalizzarsi non più su di un nemico preciso, l'URSS e il Patto di Varsavia, e su di un altrettanto determinata regione geografica, il centro Europa. Evoluzione non indolore e ancora in corso. Ecco allora un utile riflessione su motivazioni, principi e modalità d'azione della stessa Alleanza, messa più in volte in discussione da un'interpretazione un po' troppo relativistica e soggettiva da parte dei suoi aderenti.


mercoledì 7 ottobre 2009

Situazione dello stato afghano

'We're at a point in Afghanistan right now in our overall campaign," the U.S. general says, "where increasingly security can best be delivered by the extension of good governance, justice, economic reconstruction." Afghan security forces "fight side by side with us" more and more frequently, he adds, and American troops are working hard to develop the Afghan security forces. Coalition forces are focusing on securing the population, because "the key terrain is the human terrain."

This all sounds like Gen. Stanley McChrystal's proposed strategy for victory. But those words were spoken in May 2006 by Lt. Gen. Karl Eikenberry, then the top U.S. military commander in Afghanistan.

http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703298004574454810540018326.html


 

Sintesi afghana

Detto in modo più chiaro e sintetico. Per vincere una guerra di contro insorgenza sono necessarie alcune condizioni, ma quello che è certo che una potenza esterna può perdere una simile guerra sul piano militare, ma solo sul piano militare non la può vincere.

Sullo scontro attuale tra le due posizioni nel governo di Obama, tra chi vuole la guerra leggera antiterrorismo e chi mettere i piedi della fanteria nella guerra anti insorgenza, per me hanno ragione i secondi senza dubbio, perché quello che è in discussione è la tenuta di un area e in modo particolare di due stati sull'orlo dell'abisso, Afghanistan e Pakistan. Ma grandi sono i dubbi.

Analisi

Perchè una Coin abbia successo è necessario:

1 una visione politica generale, che l'obiettivo della guerra sia razionale e possibile, lo status dell'area, ecc.,

2 una strategia centrata sulla conquista dei cuori e delle menti della popolazione,

3 uno stato centrale visto o per lo meno intravisto come legittimo equo e imparziale,

4 alleati e potere centrale devono garantire la sicurezza dei cittadini, proteggerne la vita,

5 lo stato e gli alleati deve essere in grado di soddisfare le esigenze primarie della popolazione in termini di beni e servizi,

6 un comando unificato politico militare in modo da evitare imbarazzanti equivoci ,

7 la messa in sicurezza di confini, ovvero il loro sigilla mento contro infiltrazioni dai santuari esterni,

8 la tenuta politica, civile e morale della propria parte, dall'esercito, al governo all'opinione pubblica.


 

Bilancio

In Afghanistan manca:

1 senz'altro, come è già successo per l'Iraq dove si è costruito il primo stato arabo scita (si sapeva?),

3, il governo Karzai è corrotto, di parte e inefficiente. Le elezioni non sono certo andate bene, come dimostra la vicenda Galbreight,

4, l'esercito afghano è una schifezza e non si vede quando sarà pronto,

5, idem come per il 3,

6, la Nato è un'alleanza confusa, non esiste un comando unificato che riesca a coordinare intervento militare e politico,

7, è per ora un sogno, ma sforzi adesso sono in corso anche da parte pakistana,

8 dipende da tutto il resto.

McCrystal ha ragione

Ragion Politica, 6 ottobre

Per un caso della storia, fortuna nella sventura, la discussione su come il nostro paese debba agire riguardo l'Afghanistan, il problema afgano, sorta a causa dell'uccisione di sei nostri soldati, avviene in parallelo a quella che sta affrontando il nostro maggiore alleato, gli Stati Uniti. A Washington infatti Obama deve decidere sulla richiesta avanzata dal generale Mc Crystal di inviare più truppe sul quel teatro di guerra, decisione difficile a causa dell'opposizione sostenuta dalla maggior parte del suo partito e in settori della pubblica opinione. E questa coincidenza permette al nostro dibattito di divenire internazionale, di fare confronti sulle modalità, procedure, argomenti portati avanti nei due paesi. Insomma è un buon modo per sprovincializzarci.

La guerra, l'uso della forza da parte di uno stato per di più democratico, è l'atto più alto, la decisione più gravosa che un governo debba prendere in assoluta responsabilità. D'altra parte ogni organizzazione sociale, anche la più semplice, si determina nella garanzia dell'ordine interno e nella difesa dei confini da nemici esterni. Il tema della sicurezza è la qualificazione della politica, della sovranità. In tempi di pace non ce ne accorgiamo, la sicurezza interna o esterna è data per scontata; per noi europei figli della Seconda guerra mondiale, tanto più dopo il crollo del muro di Berlino, non ci sono più nemici. Non capiamo nemmeno perché qualcuno voglia ci voglia attaccare.

Ecco vorrei partire proprio da un' analisi delle percezioni, di come viviamo la guerra per arrivare a discutere sul "che fare?" in Afghanistan, proprio perché è a partire da questa disamina che possiamo ricavare una buona base di partenza, comune all'esperienza di tutti. In altri termini, per capire cosa è in discussione in quel paese, dobbiamo capire chi siamo noi.

Questa operazione è necessaria, tanto più la guerra è lontana, tanto più l'Europa, e l'Italia in particolare, è disabituata ad avere una grammatica della guerra, di cosa sia anche la sicurezza, l'interesse nazionale, gli obiettivi primari, le diverse strategie per raggiungere questi fini. Tanto più la necessità delle armi si allontana, tanto più insomma aumenta il senso di sicurezza e tanto più ci dimentichiamo di cosa sia il linguaggio delle armi. Noi italiani non siamo abituati a parlare di guerra. Il dramma di essere stati tra glia aggressori nel 1940, del disfacimento dello stato con l'8 settembre, di cinquant'anni passati sotto la protezione dell'aquila americana, a cui si devono aggiungere i luoghi comuni del pacifismo politicamente corretto catto comunista, ci hanno fatto dimenticare l'esistenza della guerra nel mondo, della sua necessità. Verità che si riflette anche nella nostra Costituzione, in quell'articolo 11 più volte chiamato in causa. Se queste sono le condizioni culturali del paese – fino a trasformarsi in tratti antropologici -, non stupisce il modo in cui i nostri governi, specialmente quelli di centro sinistra, hanno condotto il paese nei vari teatri mondiali a partire da quell'operazione in Libano nel lontano 1982. "Peace keeping", "peace enforcing", "state buiding", insomma tutte azioni di pace in cui i soldati italiani svolgono il ruolo di missionari, infermieri e geometri, al massimo un po' armati, ma solo per difesa personale! Questa è la vulgata che si racconta.

Forse non ce ne siamo accorti,ma in queste venti righe abbiamo già trovato parole con un significato importante, denso di conseguenze. In primo luogo, discutiamo di fatti d'armi che sono avvenuti lontano da casa nostra, in terre dove noi italiani combattiamo assieme ai nostri alleati; parliamo di ritiro dopo la morte di sei soldati uccisi da un kamikaze a Kabul; discutiamo se è il caso di rimanere e come a combattere una guerra e lasciatemelo dire, notiamo una certa stanchezza trasversale agli schieramenti politici e nella pubblica opinione dopo otto lunghi anni.

Quindi abbiamo molti dati e concetti: guerra oltre mare tra eserciti di paesi più forti del mondo in assoluto e in confronto al nemico, un avversario che non è nemmeno un esercito di uno stato straniero, ma è formato da bande di irregolari che usa armi non tradizionali (un auto piena di esplosivo) con metodi non tradizionali (il lancio della bomba attraverso il sacrificio di un uomo), una discussione ampia nel paese dopo sei morti in una guerra, una certa stanchezza trasversale dopo otto anni di guerra. Un ultima osservazione, forse la più pregnante che andrebbe detta all'inizio dei modi con cui si vive la guerra: in Italia, fino a quando non sono morti quei poveri ragazzi, nessuno – se non gli addetti ai lavori - discuteva di questa guerra, cioè della guerra ci si accorge solo quando muoiono i nostri soldati! Mai se muoiono quegli altrui e mai se vincono i nostri!

Traduco questi concetti con termini tratti dal linguaggio tecnico. Guerra asimmetrica, sensibilità alle perdite del fronte interno e stanchezza dell'opinione pubblica, guerre vitali, o necessarie, guerre per scelta, guerra simmetrica, strategia d'attrito.

La prima osservazione riguarda il rapporto tra determinazione delle truppe a combattere che nel governo e nell'opinione pubblica a sostenerle. Interesse in gioco e motivazione sembrano strettamente correlati. A questo punto abbiamo una catena logica di concetti: guerra per necessità, interessi vitali, motivazione e forza morale, convinzione dell'opinione pubblica.

Da questo passaggio allora deriverebbe una conclusione ovvia: questa è una guerra intrapresa per difendere gli interessi vitali della nazione e dell'occidente, è insomma una guerra necessaria, quindi il nostro esercito è fortemente motivato a combattere sostenuto dal suo popolo e dalle istituzioni del paese. E invece le cose non stanno così! Quello che notiamo non è semplicemente una discussione sui mezzi, sulle strategie più giuste per combattere e sconfiggere il nemico; cogliamo invece una spossatezza e disattenzione, fino a rimettere in discussione sulla gerarchia degli interessi, fino a ridiscutere se veramente vi siano interessi vitali in pericolo da difendere con la vita e con la morte.

Così non viene nemmeno in mente che a fini giusti – la distruzione di al Qaida, l'eliminazione del governo talebano – possano non corrispondere mezzi sbagliati: il fatto insomma che si sia sbagliato strategia non toglie la giustezza politica e morale degli obiettivi per cui era stata intrapresa la guerra.

Perché? Per un motivo molto semplice, e passiamo al concetto di guerra asimmetrica. In questo tipo di guerre, il centro di gravità della potenza d'oltre mare è tutto politico e sta proprio nell'opinione pubblica, nella volontà di continuare la guerra. Questo è l'obiettivo che i talebani si prefiggono: sfiancare il nemico, aprire il fronte interno, la stanchezza come arma!

E i risultati di questo atteggiamento nazionale occidentale verso la guerra si vedono. Dopo la strage di Kabul, c'è qualcosa di bello e commovente nello stringersi del paese attorno alle famiglie di quelle sei famiglie, ma allo stesso tempo fanno impressione i giudizi sulla guerra. Se non sembrasse bolso patriottismo, cinismo, o, peggio ancora, disprezzo per i caduti, il sorgere di una discussione sull'andamento della campagna afgana dopo la strage di Kabul è francamente un po' incredibile.

Ecco il vero obiettivo dei talebani, di Al Qaida e di ogni tipo di terrorismo internazionale che agisca per motivi rivoluzionari e religiosi. Non vogliono vincere sul piano militare perché non possono, non ne hanno la forza e le capacità: che cosa può un Khalashinikov contro un carro armato? Sul piatto, dalla loro possono solo fare affidamento su due armi: motivazione e pazienza.

Ha ragione il generale McCrystal, il comandante in capo delle truppe occidentali in Afghanistan. Stiamo perdendo la guerra, perché abbiamo perso sul campo l'iniziativa e l'offensiva mediatica. E da qui bisogna ricominciare. Non ci sono scorciatoie, per questo è importante dire la verità all'opinione pubblica, preparala alla durezza della guerra, considerare il conflitto armato come un male necessario. Solo vincendo la battaglia per la conquista dei "cuori e le menti" della nostra opinione pubblica vinceremo la lotta contro i Talebani e Al Qaida. Dobbiamo parlare di guerra non solo quando i nostri muoiono, ma anche e soprattutto quando vincono. Altrimenti, che ci stanno a fare in Afghanistan e perché dobbiamo combattere, quando abbiamo paura a nominare la parola "guerra"?

Per riuscire a venire a capo del ginepraio dove siamo, è necessaria invece l'operazione opposta: la prima cosa da fare è rafforzare l'opinione pubblica, chiarirci le idee, dire la verità.