lunedì 14 giugno 2010

Una splendida canzone, meglio se cantata da Johnny Cash

Nick Cave, The mercy seat

It all began when they took me from my home
And put me on Death Row,
A crime for which I am totally innocent, you know.

I began to warm and chill
To objects and their fields,
A ragged cup, a twisted mop
The face of Jesus in my soup
Those sinister dinner deals
The meal trolley's wicked wheels
A hooked bone rising from my food
And all things either good or ungood.

And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this weighing of the truth.
An eye for an eye and a tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.

I hear stories from the chamber
Christ was born into a manger
And like some ragged stranger
He died upon the cross
Might I say it seems so fitting in its way
He was a carpenter by trade
Or at least that's what I'm told

My kill hand's tatooed E.V.I.L.
Across it's brother's fist
That filthy five!
They did nothing to challenge or resist.

In Heaven His throne is made of gold
The ark of his Testament is stowed
A throne from which I'm told
All history does unfold.
It's made of wood and wire
And my body is on fire
And God is never far away.

Into the mercy seat I climb
My head is shaved, my head is wired
And like a moth that tries
To enter the bright eye
I go shuffling out of life
Just to hide in death awhile
And anyway I never lied.

And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this weighing of the truth.
An eye for an eye
And a tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.

And the mercy seat is burning
And I think my head is glowing
And in a way I'm hoping
To be done with all this twisting of the truth.
An eye for an eye and a tooth for a tooth
And anyway there was no proof
And I'm not afraid to die.

And the mercy seat is glowing
And I think my head is smoking
And in a way I'm hoping
To be done with all these looks of disbelief.
A life for a life and a truth for a truth
And I've got nothing left to lose
And I'm not afraid to die.

And the mercy seat is smoking
And I think my head is melting
And in a way that's helping
To be done with all this twisting of the truth.
An eye for an eye and a tooth for a tooth
And anyway I told the truth
But I'm afraid I told a lie.

venerdì 11 giugno 2010

ANCORA SULLE NAVI DEI “PACIFISTI”

"La ragione da sola non basta, bisogna saper vincere". Se si volesse utilizzare uno slogan capace di riassumere in colpo la situazione di Israele questa frase rappresenterebbe l'estrema sintesi. Altrimenti, si potrebbe aggiungere, sarebbe sufficiente la morale, e così facendo verrebbe meno il ruolo e lo spazio della politica. Se si vuole capire qualcosa nei recenti fatti a largo di Gaza, tutto il dramma di Israele è racchiuso in questa grande difficoltà, nel non riuscire a venir fuori da una logica tutta giuridico morale che imposta il ragionamento in uno schema sillogistico implacabile, che non lascia scampo nel suo meccanicismo che parte da una premessa morale e per giustificare l'utilizzo dello strumento della forza come metodo di risoluzione dei conflitti. Ossessionato a ragione dalla questione della sicurezza, il governo israeliano non riesce ad uscire da una logica di risposta militare anche in campi che non mettono immediatamente in discussione la sicurezza dello stato israeliano. La struttura del ragionamento è sempre e solo la seguente: "Se ho ragione, e la ho, se Israele è uno stato sovrano, e lo è, la flottiglia dei pacifisti viola un blocco militare del tutto legittimo e quindi sta compiendo un'azione illegale a cui lo stato, il paese di David, ha diritto di rispondere con la forza".

Ragionamento ineccepibile che però si dimentica per strada una verità altrettanto fondamentale dei conflitti moderni dove il campo di battaglia fuoriesce dallo spazio fisico coinvolto dallo scontro per coinvolgere lo spazio reale della pubblica opinione mondiale grazie alla velocità stratosferica dei media. Non è per citare le formule trite e ritrite del "villaggio globale" o delle guerre nell'epoca della CNN, ma un dato è certo. Nelle guerre asimmetriche, ibride, post moderne o tra la gente, lo spazio della politica e quindi della comunicazione è forse più importante della forza fisica. E' sempre stato così, dai tempi della guerra d'Algeria, del Vietnam quando lo scontro si decise non solo nella giungla o tra le strade della casbah, ma nelle piazze francesi e americane, nei cortili dei colleges, nell'assemblea dell'ONU, nelle aule dei tribunali. Eserciti invitti sul campo dovettero ritirarsi sconfitti da un'opinione pubblica mondiale avversa. Vincere da quel momento in poi non fu più sinonimo di battaglie campali, di scontri all'ultimo sangue in trincee fangose. La vittoria è arrisa al contendente che aveva più pazienza, che sapeva utilizzare meglio i media, che riusciva a manipolare meglio l'opinione pubblica mondiale, fino a far dimenticare i propri massacri e a far credere che la propria lotta avesse un significato liberatorio universale.

Oggi, che rispetto a cinquant'anni fa il ruolo dei media è di gran lunga moltiplicato in modo esponenziale, il terreno della comunicazione si trova ad essere fondamentale per uscire vittoriosi in un conflitto. Se Israele non vuole rimanere isolata nella sua battaglia, deve convincersi che non tutti gli scontri richiedono l'impiego della forza e che comunque la gestione della pubblica opinione mondiale è sempre essenziale specialmente nei conflitti combattuti "tra la gente" e da qui nasce la difficoltà di Gerusalemme. L'immagine dello stato ebraico, erede dell'Olocausto e formatasi nello scontro con i paesi arabi, si è andata trasformando a partire della pace con l'Egitto, quando la questione israelo palestinese ha preso il sopravvento e da quel momento la gestione del conflitto, seppur più facile da un punto di vista militare, è diventata una questione tra due popoli e le parti, per l'opinione pubblica mondiale, si sono invertite: a partire dall'invasione del Libano, il David del '48 è diventato il Golia che calpesta i diritti del popolo palestinese.

Certo che non è vero! Certo che hanno ucciso più palestinesi gli arabi che Israele, certo che gli omosessuali arabi scappano dai territori per andare a Gerusalemme, vero che i palestinesi fanno la fila per andare a farsi curare negli ospedali israeliani, certo che i pacifisti sulle navi appartengono ad organizzazioni filo Hamas! Ma che importa se nessuno vuol vedere, se nessun vuol sapere? Sabra e Chatilia, le due Intifade, la guerra di Gaza del 2006 sono state manipolate ad uso e consumo del politicamente corretto pronto a far leva sulla sensibilità morale delle democrazie incuranti della natura del nemico e della verità. A poco però servono le lamentele, questo è il nuovo campo di battaglia.

giovedì 3 giugno 2010

Israele e i “pacifisti”

Il Secolo d'Italia 3 giugno 2010

Israele ha ragione. Sono dei falsi pacifisti, stanno conducendo una guerra sotto mentite spoglie. Hamas sta tranquillamente nella cabina di regia delle navi turche. Violare un blocco navale ha delle conseguenze gravi che solo degli incoscienti e irresponsabili, sempre pronti ad alzare il ditino di condanna, non considera. E i paesi occidentali e europei, con la stampa in prima linea, subito pronti e proni a far propria la versione di Hamas. Per questo gli amici di Israele devono proprio adesso far sentire la propria voce,

Tutto vero, ma non basta aver ragione, non serve a niente. Le guerre asimmetriche, le guerre moderne - quelle che vedono schierate le truppe di una paese democratico contro milizie irregolari a metà tra l'esercito, bande organizzate e militanti di partito, nuovi combattenti che si nascondono tra la gente – i conflitti contemporanei hanno una caratteristica terribile. Si perdono e si vincono non sul piano militare, sul campo cioè, ma su quello strategico dove la partita si gioca con tutti i mezzi. L'attore militarmente più debole, i palestinesi e Hamas, non farà altro che ricercare lo scontro non certo sul terreno militare dove Israele è infinitamente più forte, in tecnologia, sistemi d'arma e organizzazione, ma cercando di indebolire la volontà dell'avversario attraverso l'isolamento diplomatico internazionale, la rottura del suo fronte interno, la conquista dell'opinione pubblica mondiale. E'stato così in ogni guerra asimmetrica o "tra la gente" dal dopoguerra ad oggi. E i primi maestri nella gestione della opinione pubblica internazionale e del livello diplomatico contrapposto alla forza materiale furono proprio degli arabi, quel Fronte di Liberazione Nazionale algerino che, sconfitto sempre sul campo, seppe far dimenticare, grazie all'aiuto dei parà francesi e dei loro discutibili metodi, gli orribili massacri di coloni e la distruzione dei villaggi degli oppositori. E poi arrivò il Vietnam con la stampa mondiale schierata a fianco dei vietcong pronta a non vedere gli orrori compiuti dai comunisti. Ma serve a poco scagliarsi contro le nuove regole del gioco. La verità vera è che la forza e solo un ingrediente, uno strumento, certo necessario, ma uno dei tanti. L'uso dei civili, il farsi scudo di donne e bambini inermi, costringere il nemico ad utilizzare sempre più metodi disumani e contrari al diritto internazionale, in contrasto con la coscienza di un paese democratico, è una precisa strategia degli avversari asimmetrici. Lo scopo è far cader in contraddizione l'avversario, costringerlo a vergognarsi di se stesso, dividere la popolazione del nemico, separare il governo dagli elettori, l'esercito dal suo popolo. Scopo dei vietcong, del FLN, di Hamas, di Hezbollah è solo l'isolamento del proprio avversario, attraverso un rovesciamento sapiente di ruoli. Questo è l'obiettivo più importante, dopo quello della difesa, che Israele deve contrastare con tutti i mezzi, rifiutando per quanto è possibile di cadere nelle provocazioni che non fanno altro che approfondire quella frattura morale dove i terroristi sguazzano.

E' sul fronte dei media, della diplomazia, di chi costruisce il consenso internazionale, che si svolge la battaglia strategica, non sul piano militare dove è necessario per Tel Aviv solo non perdere, e il fronte è molto più grande e complesso di poche migliaia di chilometri. Ed è su questo fronte che l'iniziativa dei commandos della marina e di chi li ha mandati era completamente sbagliata. Che senso aveva, cosa Israele voleva dimostrare? Certo nessuno vuole insegnare ad un paese che lotta da sempre per la propria esistenza, ad un popolo che è stato costretto a dimostrare con le armi il diritto alla sopravvivenza, cosa è bene e cosa è male; nessuno meglio di loro lo può sapere. Ma se questa osservazione prudenziale vale sul piano delle motivazioni profonde, e quindi ci porta a guardare con rispetto anche le tragedie come questa, non si può non affrontare sul piano razionale il piano dei rapporti tra palestinesi e israeliani. Questo conflitto non ha una natura solo militare, ma l'aspetto politico attraversa ogni momento e accompagna passa passo le relazioni di forza: vedere sempre e solo l'aspetto miolitareè sbagliato, perché controproducente.

Dopo quello che è successo, che ci ha guadagnato Israele? Un ennesima discussione su chi ha ragione e chi ha torto? Uno scontro diplomatico con la Turchia, la freddezza di Washington, la reazione della pavida Europa? Le manifestazioni dei soliti pacifisti? Lo sciopero generale dei territori?

Se una lezione è importante da capire, è che non basta avere ragione, bisogna sapersela conquistare e difendere e che i consenso è a volta più importante della vittoria sul campo. Se la verità di Israele è che è Hamas a non volere la pace, che non è un problema di territori occupati, come dimostra la stessa restituzione di Gaza, adesso sarà solo molto più difficile convincere l'opinione pubblica mondiale con il risultato di far sentire la terra di David sempre più isolata. Per questo in un momento così difficile gli amici devono dire ad Israele che sta sbagliando.

I FATTI A LARGO DI GAZA: LE RAGIONI DI ISRAELE E QUELLE DELLA POLITICA

L'Occidentale 3 giugno 2010

Ai fatti avvenuti a largo di Gaza, alla tragedia che si sta abbattendo ancora una volta su quelle terre, si può guardare da tre punti di vista tutti legittimi, ma che rischiano se contrapposti, di suonare stonati: il piano morale, quello legale e infine l'aspetto politico. Il primo è quello più fragile e infatti si trova per forza ad essere trascinato dagli altri; il secondo è rappresentato dal diritto internazionale ma, come si sa,mancando un arbitro dotato di potere effettivo, regola solo in parte la totalità delle relazioni; l'ultimo è rappresentato dal piano strategico politico dove a far da padrone è il principio di realtà.

La vicenda israeliana, per l'alto valore simbolico che incarna, è destinata a far scatenare accese discussioni e assieme ad esse una confusione di piani con il risultato di dar ragione ad Hamas e ai nemici di Israele.

La verità è che i livelli della discussione vanno separati nettamente ed in modo particolare quello giuridico da quello strategico. Ora guardando all'aspetto del diritto internazionale che si porta appresso la valutazione morale, non c'è dubbio che Israele abbia agito per la difesa dei propri interessi e che la flottiglia di cosi detti pacifisti stava forzando un blocco navale in totale disprezzo delle regole internazionali e di quelle di buon senso.

Ma questo punto di vista risolve la totalità del problema? No, rimane il piano politico. Su questo livello, l'aver ragione sul piano del diritto e della morale serve a poco e niente ci dirà la commissione di inchiesta israeliana perché appunto si sta ragionando di errori di valutazione politica. Qui è evidente l'incomprensione da parte di Tel Aviv della minaccia rappresentata dalla protesta sponsorizzata dalla Turchia. I conflitti moderni - "asimmetrici", "ibridi" o "tra la gente", definiteli come vi pare- quelli che vedono fronteggiarsi uno stato democratico infinitamente più forte in termini di tecnologia, sistemi d'arma, organizzazione e un avversario formato da milizie irregolari, hanno la particolarità di non giocarsi sul piano militare. Anzi, a causa della sproporzione di forze e della impossibilità di arrivare ad uno scontro militare definitivo, che si risolverebbe con la sconfitta ai limiti della disfatta del più debole e infatti da questo ampiamente evitato, l'aspetto prettamente militare è destinato ad occupare un ruolo secondario. Qui la politica accompagna continuamente, in ogni momento, la guerra negando il detto che quando le armi parlano, tace la politica. Anzi, a causa proprio dell'asimmetria di forze, la sfida con il paese democratico avverrà utilizzando tutti gli strumenti possibili, cercando proprio di aggirare e neutralizzare quella sproporzione di forze. L'obiettivo dell'irregolare sarà solo e sempre impedire che l'esercito del paese democratico riesca ad impiegare la potenza di cui dispone. I mezzi utilizzati saranno i più vari, ma lo scopo rimane sempre e solo uno: se non si riesce a battere sul campo l'esercito più forte, si può spezzare o legare la volontà politica di quel paese. E come? In due modi. Logorando la volontà di resistenza dello stato democratico, facendo cadere il nemico in ogni provocazione – utilizzo del terrorismo più bestiale, utilizzo degli scudi umani ecc- e costringendo il suo esercito ad utilizzare metodi disumani o illegali con il risultato di costruire un vero e proprio muro morale tra di esso e il suo paese,riuscendo così ad aprire un fronte interno, spezzando il rapporto tra forze armate, popolo e istituzioni e, ecco la seconda modalità, costruendo una barriera di diffidenza internazionale tra lo stato democratico e il consesso internazionale.

Non è una novità. E' stato così nella guerra d'Algeria, durante il conflitto del Vietnam, a Gaza nel 2006. In questi conflitti, l'errore centrale dei paesi occidentali, al di là delle singole ed enormi differenze e delle possibili ed eventuali soluzioni politiche, fu di ridurre lo scontro ad una mera questione militare mentre il nemico svolgeva un confronto a tutto tondo muovendosi su più livelli. Forse ci siamo dimenticati che la Battaglia d'Algeri coincise con la discussione all'Onu della questione algerina? O delle parole di quel generale del Vietnam del Nord che confessò candidamente ad un suo corrispettivo statunitense che per sapere come andasse il conflitto tutte le mattine lo stato maggiore di Hanoi ascoltava la radio americana? O della capacità di Hezbollah di farsi passare da vittime portando a braccetto D'Alema a Beirut e costruendo scene dei bombardamenti aerei ad hoc con le scarpine dei bambini che viaggiavano da un luogo all'altro a seconda delle esigenze delle TV internazionali?

Il fatto è che per Israele per molteplici motivi considerare la complessità della moderna "guerra tra la gente" è molto difficile. Per la sua mentalità, perché Israele si sente, a ragione, la vittima della storia e quindi è abituata a lottare con i denti per la vita e a vedere ogni conflitto come esistenziale in termini di sicurezza; per la storia del conflitto israelo palestinese erede delle guerre arabo israeliane dove si fronteggiavano eserciti tradizionali; per la natura dell'attuale scontro con Hamas che Tel Aviv, a ragione, valuta insolubile perché tutto di natura ideologica religiosa e non politica.

Ma se Israele non vuole tutte le volte ripartire daccapo, in un infinito gioco dell'oca, dovrebbe considerare le molteplici dimensioni della strategia e capire che la gestione dell'opinion pubblica internazionale, dei mass media e della diplomazia sono un fronte forse più importante dello scontro militare dove i palestinesi non sono certo in grado di minacciare la sua esistenza.

sabato 13 marzo 2010

Appuntamento internazionale

Iniziamo con qualcosa saputo e risaputo ma che cozza contro un muro di indifferenza veramente incredibile e disgustoso. Il massacro dei cristiani nel mondo. Ecco a partire dagli ultimi massacri in Nigeria, un video che mostra tutto lo strazio di questa barbarie


 

Foreign Policy Initiative fa un bel regalo a chiunque interessato a capire qualcosa sull'andamento del mondo, dei conflitti in corso e della politica estera americana. Una raccolta di articoli (più di 300 pagine!) dei maggiori studiosi usciti dal 2009. Al di là delle singole aeree d'interesse, si consiglia di dare un'occhiata per lo meno alla prima parte che dà l'impronta alla raccolta, si inizia con un'analisi redazionale sulla politica estera del presidente Obama e a seguire Decline Is a Choice di Charles Krauthammer, The Obama Doctrine (Gary Schmitt and Tom Donnelly), The Perils of Wishful Thinking (Robert Kagan), Obama's Year One: Contra (Robert Kagan), Idealism Isn't Dead
(Robert Kagan). In pratica tutto il mondo neocon e realista ben rappresentato.

E' tempo di tagli, di risparmio economico e di proteste anche negli USA: qui una lettera, bipartisan, firmata da uno stuolo di generali in pensione contro le limitazioni del budget alla difesa dell'amministrazione Obama.


 

Su Foreign Policy, articolo su come vincere la guerra di idee con il mondo islamico, cioè come uscire dallo scontro di civiltà prospettato da Huntington; è una discussione estremamente interessante sul ruolo di quella che gli americani chiamano "public diplomacy" in alternativa alla diplomazia nelle segrete stanze e alle vecchie relazioni esterne. In pratica, la comunicazione come strumento della politica estera con lo scopo di influenzare la pubblica opinione degli altri paesi. Anche il nostro Ministero degli Esteri si sta attrezzando in tal senso ed ha attivato il primo corso interno sulla public diplomacy; nel sito della FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiane) si trova il materiale preparatorio del corso e anche dei cases studies. Ecco un breve rimando a siti di approfondimento: The USC Center on Public Diplomacy, Public Diplomacy on Wikipedia, Public Diplomacy Alumni Association, A study of London Foreign Policy, Public Diplomacy on PRConversations blog, A blog on Public Diplomacy and strategic communication in the 21st century.

In occasione delle giornate europee dedicate alle vittime al terrorismo, link completo ai documenti dell' Unione riguardo la lotta al terrorismo.

Da segnalare, le crescenti tensioni tra Russia ed ex satelliti nel Caucaso che rischiano di incrinare i già tesi rapporti con gli Stati Uniti.

E' uscito l'ultimo numero di Terrorism Monitor della James Town Foundation; tra i molti articoli, ne segnaliamo due in particolare, il primo sulle tensioni, in Kashmir, tra irredentisti islamici e India in grado di avere effetti a catena devastanti, il secondo è una ricerca sul campo nelle terre di confine tra Pakistan e Afghanistan e analizza l'opinione di studenti sulle operazioni americane in Waziristan. Il giudizio è abbastanza a favore di questi attacchi mirati e estremamente duro nei confronti dei talebani. Per chi ama i dati e le schede informative, ecco la lista dei comandanti talebani e di Al Qaida uccisi o catturati in Afghanistan

Elezioni in Iraq. Avvertimento serio ad Obama da parte di Brian Katulis, analista del Center for American Progress. Adesso che la situazione interna sembra che si stia stabilizzando e comunque può essere osservata con maggiore serenità, rimane il lavoro di integrare l'Iraq nel quadro regionale a partire dai rapporti con l'Iran e la minaccia che esso rappresenta, per finire con i paesi con cui l'America ha ottimi rapporti bilaterali, dalla Giordania all'Arabia. Un giudizio durissimo, e fuori dal coro, sul voto proviene da Daniel Pipes: "queste sono elezioni cosmetiche, perché l'Iraq non è uno stato che si può reggere da solo senza gli aiuti del governo americano".


 

"Il mondo è più complicato di quanto sembri, oppure "la realtà supera la fantasia". Asia Times riporta un fatto sconosciuto al pubblico italiano: la collaborazione tra servizi segreti pakistani, americani e iraniani per la cattura di un terrorista sunnita. Il fatto incredibile non è ovviamente la strana unità, ma il fatto che a darne notizia sia stato lo stesso Mahmud Ahmadinejad in visita a Kabul.
Il fatto è che l'Iran condivide molti degli interessi degli altri paesi della regione, innanzitutto la lotta contro il traffico di oppio il cui consumo affligge una fetta non piccola della gioventù persiana, in secondo luogo la necessità di fermare il terrorismo di marca sunnita al suo interno, infine uno stato di confusione nella regione finisce anche per minacciare la stabilità del regime iraniano.


 

Sempre su Asia News, l'ultimo articolo di Spengler, pseudonimo sotto cui si nasconde un acuto e ben informato analista o attore (chi sa?) della politica internazionale. In queste righe si concentra sul rapporto trilaterale Iran, Israele e Stati Uniti. Il presupposto, Obama ha una politica estera ambigua ma spesso sbilanciata verso un'idea nostalgica e affettiva del terzo mondo per cui è disposto anche a rinunciare al ruolo imperiale e garante dell'ordine internazionale da parte dell'America; se così fosse, non garantisce più Israele davanti alle minacce nucleari e quindi Tel Aviv deve scegliere se rimanere uno stato cliente degli USA o assumere il ruolo di potenza regionale egemone e pensare a difendersi da sola al rischio di incrinare l'amicizia con gli USA. Se agisse contro Tehran senza il via libera del potente alleato oltre Oceano, si potrebbe disegnare il seguente scenario. I paesi sunniti, Arabia in testa, sarebbero ben contenti; la Russia avrebbe più buon gioco, anche economico e militare, a confrontarsi con Israele che con il diretto oppositore; gli americani allo stesso tempo invece sarebbero i più danneggiati essendo esposti alle rappresaglie iraniane sia in Iraq che in Afghanistan dove l'Iran gioca una complessa partita supportando sia i talebani che la minoranza scita degli azara, inoltre si assisterebbe al risorgere di nuove tensioni in Pakistan tra il governo centrale la popolazione scita, 25 milioni di fedeli che vedono negli ayatollah iraniani i loro protettori. Ma fare predizioni su che cosa potrebbe avvenire in conseguenza di un raid israeliano deciso autonomamente in una situazione tanto fluida, con in gioco così tante variabili e dove si muovono decine di attori statali e no, è pressoché impossibile.

Sulla politica da intraprendere contro l'Iran, The Heritage Foundation ha elaborato dieci passi da intraprendere:1 imporre e rendere effettive le sanzioni, 2 superare le lobby economiche fili iraniane, 3 utilizzare tutti gli strumenti della "public diplomacy" per lanciare una campagna a favore dei diritti civili, 4 facilitare la comunicazione tra i dissidenti, 5 sostenere i gruppi di opposizione, 6 mantenere le truppe in Iraq fino a quando non siano annullate le mire iraniane sul paese, 7 lanciare una campagna all'interno dell'Iran di discredito del regime mostrandone la corruzione dei dirigenti, 8 modernizzare l'arsenale nucleare americano per convincere Tehran delle intenzioni americane, 9 aumentare le capacità militari americane nella difesa degli alleati, 10 dispiegare un robusto sistema di difesa missilistico a difesa dei paesi alleati minacciati dal nucleare iraniano.

lunedì 8 marzo 2010

Appuntamento settimanale: elezioni in Iraq, Afghyanistan e un utile punto di vista sull’eccezionalismo americano

Iraq

Tempo di elezioni e quindi stagione di attentati. Per orientarsi, ecco un paper che descrive il processo elettorale in Iraq, le formazioni politiche in rapporto ai maggiori gruppi etnici e si conclude con gli scenari futuri; il più probabile, vista anche la natura proporzionale del sistema e la frammentazione dei partiti, sarà che per la formazione del nuovo governo ci vorranno mesi che significherà un aumento del clima di incertezza durante i quali i compiti per gli americani certamente aumenteranno a dispetto delle previsioni di ritiro.

Anche l'International Crisis Group dedica un report alle elezioni e sottolinea la situazione difficile caratterizzata da una ripresa delle violenze settarie, dalla manipolazione dell'apparato statale a favore di gruppi particolari, etnici religiosi tribali ecc., e della questione sempre aperta dello status di Kirkuk contesa da curdi e arabi, da governo centrale e governo locale. Ad aumentare il caos, la decisione di escludere dalla competizione elettorale ben 500 candidati, quasi tutti non sciti; infatti ecco l'accusa da parte dei gruppi sunniti contro il governo a maggioranza scita di voler in un qualche modo truccare il risultato elettorale. A complicare le cose, sembra che non sia prevista nessuna presenza internazionale che assicuri l'imparzialità delle votazioni.

In mezzo a tanta confusione, una notizia positiva viene come sempre dal clero scita iracheno e in primo luogo si segnalano per la loro lucidità le parole del Grande ayatollah Sistani sempre più indirizzato su di una via islamica alla secolarizzazione; questa estate si è espresso contro partiti clericali univoci, in secondo luogo contro un governo formato a maggioranze religiose univoche e adesso non ha voluto segnalare nessuna preferenza per i partiti esistenti auspicando solo che gli iracheni scelgano per il bene del paese.

In ultimo, un problema giuridico che la Corte federale irachena si trova a dirimere con importanti conseguenze economiche e sulla ripartizione del potere: quale autorità - il governo centrale, il parlamento, i governi locali, il primo ministro, il ministro per il petrolio – deve avere il potere di stipulare i contratti con le compagnie petrolifere straniere?

Afghanistan

I droni - unmanned aerial vehicles (UAVs) -sono gli aerei senza pilota e telecomandati frutto di una sofisticata ingegneria che permettono una serie di operazioni complesse, dai compiti di sorveglianza fino all'individuazione di bersagli compresa la loro distruzione, senza esporre i soldati e magari agendo anche fuori del territorio afghano. L'azione si svolge in due fasi: agenti sul campo, spie infiltrati e quant'altro segnalano l'obiettivo -basta lasciare un cellulare, una semplice scheda magnetica nei pressi del bersaglio- e poi arrivano i piccoli aerei a completare l'opera. All'inizio della guerra sono stati utilizzati poco, ma nel 2009 siamo arrivati a ben più di cinquanta missioni e a una stima approssimata tra le 466 e le 709 di talebani eliminati. Ora la New American Foundation ci regala una mappa interattiva, fatta benissimo, che spiega momento per momento, episodio per episodio, le azioni aeree in Afghanistan basandosi su dati raccolti attraverso i media: New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Associated Press, Reuters, Agence France-Presse, CNN, BBC, il pakistano the Daily Times, e molti altri ancora. Un lavoro notevole. Il dato eclatante, vale la pena sottolinearlo, sta nel l'aumento ad opera di Obama dell'utilizzo in azioni armate di questo strumento e per giunta anche in Pakistan e nelle zone tribali come si evince chiaramente dalla cartina interattiva.

Riguardo al Pakistan e all'attuale offensiva americana in Afghanistan sono quattro le considerazioni da fare. La prima, ogni azioni di contro insurrezione deve eliminare i santuari all'estero dei gruppi anti governativi e quindi finchè i talebani potranno trovare rifugio e sostegno al di là del confine, per altro difficilissimo da controllare, vi sarà sempre una minaccia aperta; la seconda osservazione, non c'è nessuna differenza etnica, linguistica, religiosa e tribale tra le popolazioni che vivono a cavallo della Durand line, il confine disegnato dai britannici nel 1893 per difendere i loro interessi; la terza considerazione, i famosi e famigerati servizi segreti pakistani hanno aiutato da sempre i pashtun sia in funzione antisovietica che anti indiana (ma ora le cose stanno cambiando) e infine l'ultima nota, forse la più pericolosa: anche Al Qaida ha trovato un ottimo rifugio in questa area. Come si vede, più situazioni si mischiano tra loro e gli alleati, se vogliono riuscire a venirne a capo, devono contemporaneamente agire su più fronti e con metodi e strumenti diversi: colpire Al Qaida, isolare i talebani cattivi, reintegrare i pashtun a mezzo servizio con i talebani, trovare una soluzione politico diplomatica per questa area che soddisfi l'esigenza di indipendenza tribali e la sovranità pakistana, tranquillizzare il Pakistan sulle intenzioni del suo vicino indiano, epurare i servizi pakistani, estendere il controllo di Kabul sul sud del paese, sigillare i confini impedendo infiltrazioni continue.

Stati Uniti

A proposito della politica ondivaga di Obama anche in politica estera, da una parte dura ma dall' altra senza un orizzonte ben definito se non le banalità politicamente corrette, può aiutare a capire qualcosa un bel dibattito su National Rview on Line. I due giornalisti e commentatori conservatori Richard Lowry e Ramesh Ponnuru hanno acceso le polveri con una serie di note interessanti anche per l'italico centro destra. Riassumo: i conservatori americani non sono i Tory inglesi, non hanno nessun privilegio da salvaguardate, anzi sono a favore del dinamismo di una società aperta, ma allora che cosa vogliono conservare? La risposta è semplice: i pilastri dell'eccezionalismo americano. L'America ha il compito di difendere la sua peculiarità di sempre: "è più libera, più individualistica, più democratica, più aperta e dinamica di qualsiasi altra nazione al mondo". Mobilità sociale, intraprendenza individuale, fiducia nel futuro, patriottismo, desiderio di autorealizzazione, religiosità sono i tratti caratteristici che formano il cittadino americano nella maggioranza dei casi. Come tutte le posizioni liberal, la posizione di Obama nei confronti dell'eccezionalismo è relativistica e formalistica con la conseguenza di disegnare l'identità del paese in un divenire astratto e senza radici; ecco ad esempio le sue parole durante un viaggio in Europa: "Credo nell'eccezionalismo americano, ma sospetto proprio che i britannici credevano nell'eccezionalismo britannico e i greci nell'eccezionalismo greco". E così tutti sono contenti, le peculiarità di un popolo e della sua storia si dissolvono in un tutto indistinto.

La politica di Obama per normalizzare il paese, secondo i due giornalisti, è chiara. Obama sta portando un duro attacco a questa specificità attraverso una crescita dell'intervento dello stato nella società, si veda la riforma sanitaria e la nuova legislazione sul commercio. A tutt'oggi in USA la spesa statale è molto più bassa di quella nei paesi europei e il peso dell'amministrazione pubblica sulla società è assolutamente inferiore al nostro, basta pensare alla burocrazia di Bruxelles. Più potere allo stato, maggiore intervento pubblico in economia e nella vita sociale, peso crescente della pubblica amministrazione e riequilibrio dei poteri istituzionali a vantaggio di quelli non elettivi, come la magistratura, ma a svantaggio della sovranità dei cittadini!

Smontare l'unicità americana, ecco l'ammonimento, significa ridurre gli Stati Uniti uguali e simili alla disarmata, imbelle e stalista Europa!

Continua, sempre sul NRO, Yuval Levin. Come è possibile conciliare peculiarità nazionali e valori universali? Semplice, la sintesi è il prodotto della storia, delle particolari origini culturali della nazione. Individualismo borghese, common law britannica, illuminismo scozzese , spirito della frontiera, principi ed esperienza di autodeterminazione si sono fin dalle origini fusi assieme producendo istituzioni e costumi unici. Non si può separare la storia, i fatti concreti, dalla formazione culturale e morale che in quanto idee possono appartenere a tutti gli individui e a tutti i popoli. Se ogni nazione è unica, non tutte le nazioni si sentono eccezionali perché a questo sentimento è legato un senso di superiorità sugli altri popoli e infatti l'America sente di avere una missione unica e universale da compiere. Ora è un dato di fatto che la forza militare, economica, culturale, la geografia e l'andamento demografico rendono unica la capacità di attrazione del paese. Erede dell'Impero britannico, sarebbe allora meglio parlare, con James Bennet autore di "The Anglosphere Challenge: Why The English-speaking Nations Will Lead The Way In The Twenty-first Century"
e creatore di un
sito dedicato all'argomento, di un eccezionalismo proprio appunto dei paesi di lingua inglese. Ma secondo Levin ,se gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro capacità di attrazione, sarebbe meglio che fondassero la loro azione su di un diritto naturale universale, composto da un individualismo fondato su basi teologiche, su verità trascendenti la storia.


 

Anche John Bolton, l'ex ambasciatore all'ONU, critica la strada verso la normalizzazione intrapresa da Obama e si collega alla discussione precedente riportandola sul terreno della politica estera. Il presidente democratico ha scelto scientemente una linea di basso profilo internazionale cercando di far dimenticare l'unilateralismo orgoglioso dell'amministrazione Bush e così adesso ha tessuto elogi a favore dell'umiltà e del dialogo tra le nazioni. Bolton gli risponde sarcastico, facendo notare che nel mondo il concetto di virtù e difetti cambia a seconda che si guardi gli aspetti pubblici e delle organizzazioni o agli aspetti privati delle persone. Se la modestia è una buona qualità individuale, un Churchill umile sarebbe stato una tragedia per il mondo libero. Il realismo non un punto di mezzo tra orgoglio e umiltà, ma un attributo professionale dell'uomo di stato, qualcosa di necessario a livello di governo nazionale, una mediazione necessaria tra interessi e valori.

lunedì 1 marzo 2010

ILIBERAL E LA GUERRA

Fareed Zakaria in un lungo articolo riportato dal Corriere della Sera domenica scorsa, tracciava un bilancio della guerra contro Al Qaida e se ne usciva con un giudizio giusto e al contempo ingeneroso o addirittura intellettualmente disonesto. Vediamo perché.

Se confrontiamo lo stato del mondo arabo mussulmano odierno a quel fatidico 11 settembre, quando "Al Qaida si presentava aggressiva e baldanzosa", vediamo che "l'intera prospettiva della guerra al terrore ha conosciuto un'evoluzione straordinaria…I moderati hanno impugnato le armi e oggi siamo di fronte ad una svolta. Non si ravvisa più il rischio che una grande nazione cada in preda all'ideologia jihadista. Nella maggior parte delle nazioni mussulmane, i governanti sono riusciti a stabilizzare i regimi e il tessuto sociale, isolando gli estremisti…(Nei paesi mediorientali) sono emerse forze moderne, inclini alla laicità". Oggi Al Qaida ha perso la sua aura magica, "non si tratta più di un movimento capace di trascinare con sé il mondo arabo…la sua influenza politica si è molto ridimensionata". E il direttore di News Week arriva ad una conclusione assolutamente condivisibile, "L'America non è più impegnata in una lotta di civiltà contro il mondo mussulmano, bensì in una campagna militare e di intelligence in un certo numero di località prescelte … Il nemico non è tentacolare e il pantano è in fase di bonifica. Nel campo ideologico, Al qaida ha già perso".

Zakaria però si dimentica di dire chi è stato l'autore di questo successo, chi ha messo la firma sotto questa prima vittoria complessa e articolata data la natura molteplice di questa guerra. Si scorda di dire un semplice "grazie" a tutta l'amministrazione Bush, al discusso Rumsfeld, ai teorici Neocon, attribuendo loro più errori che meriti. E' una strana presunzione quella dei liberal di ogni continente, quando arrivano loro a dire e fare le stesse cose dette e fatte dai conservatori o della destra, insomma da quelli dello schieramento opposto, allora vanno bene e sono giustificate, ma prima? Ora che Obama applica la stessa strategia di Bush anche in Afghanistan – con tutte le luci e ombre che ciò comporta – questo tipo di lotta al terrorismo jhadista va bene, ha il bollino blu del politicamente corretto ed è sparito d'un colpo l'accusa di militarismo e imperialismo.

Fatta questa premessa, necessario prologo in nome della verità, possiamo valutare la strategia degli otto anni Bush e trarre un bilancio abbastanza ragionato. L'11 settembre coglie gli Stati Uniti all'improvviso su tre piani: quello della sicurezza interna, quello militare ma soprattutto su quello politico strategico, nel senso che l'eventualità che Al Qaida potesse colpire con quella violenza il cuore dell'America era cosa che nemmeno rientrava entro l'orizzonte dei piani di difesa e dei pensieri dell'amministrazione e di tutta Washington. Non a caso uno dei primi libri che uscì del grande studioso della guerra fredda Gaddis portava proprio nel titolo la parola "surprise". Allora a colpire l'opinione pubblica, fu l'aspetto tragico, l'uso spregiudicato dei mass media e la simbolicità dei bersagli, l'impreparazione dell'intelligence, e si aprirono le finestre su un mondo che fino ad allora era guardato con distrazione e sufficienza anche dagli stessi americani, pur sotto tiro del fondamentalismo terrorista dal quel 1982 quando a Beirut saltò in aria una baracca dei marines.

Per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, dopo Perl Harbur, gli Stati Uniti si erano dimostrati scoperti e vulnerabili. E' vero, prima c'era stato il Vietnam, ma era fuori casa e comunque avrebbero pagato cara quella ritirata. La loro invincibile forza militare, la superiorità assoluta nel campo tecnologico non era stata in grado di fermare una banda di terroristi venuti dal deserto! Era incredibile, l'unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda messa in ginocchio da dei fantasmi.

Il primo compito, il principale, per una grande potenza che deve assicurare l'unico ordine esistente a tutti i paesi del mondo – in modo particolare agli alleati consumatori della sicurezza prodotta dagli USA – è di ristabilire il primato attraverso la restaurazione della deterrenza. Non esiste la possibilità di esercizio della propria funzione di garante dell'ordine e di difesa degli alleati se non viene immediatamente percepito da tutti i potenziale nemici che nessuna sfida resterà impunita.

In secondo luogo, bisognava trovare una strategia appropriata in grado di contrastare la novità assoluta dell' insorgenza globale, asimmetrica in tutti i sensi, portata avanti da Bin Laden. Al Qaida aveva ed ha origine nell'humus nel Grande Medio Oriente mussulmano. Per intenderci, è un fenomeno a buccia di cipolla, un po' come la mafia, la stragrande maggioranza dei siciliani non è mafiosa, ma il 99,9% dei mafiosi sono siciliani e si dicono cattolici; non tutti i reati in Sicilia sono da attribuirsi a origini mafiose, ma la mafia prospera in un terreno di illegalità sociale diffusa; non è determinata certo dalla povertà, ma non siamo certo a Bergamo. Insomma l'isola non è la Svizzera.

Così gli americani hanno approntato delle contromisure complesse. La prima azione è stata la cacciata dei talebani e di Al Qaida dall'Afghanistan, con un'azione militare per sforzo logistico e velocità incredibile. La seconda, con l'invasione dell'Iraq, hanno spazzato un regime base di ogni avventurismo medio orientale che seminava instabilità da un ventennio in tutta l'area. Con entrambe le azioni poi gli USA hanno raggiunto un altro importante obiettivo, impiantandosi stabilmente in quell'area di crisi e assicurando Israele alle spalle. In terzo luogo, hanno iniziato a dare la caccia ad al Qaida sul piano globale tramite azioni di polizia e di intelligence internazionali. Allo stesso tempo iniziava l'azione politica verso gli alleati arabi convincendoli a stringere rapporti più stretti con gli Stati Uniti e a troncare le dubbiose relazioni con Bin Laden. Al quarto punto, vi è la lotta ideologica contro il jadhismo a sua volta articolata su più livelli rappresentati dal progressivo raggiungimento di più obiettivi. Separare il fondamentalismo dal terrorismo islamista, far avanzare nei paesi una certa separazione tra stato e religione, in secondo luogo lo stato di diritto e infine la democrazia.

Certo errori sono stati commessi. Si può iniziare con quelli di comunicazione - come la gaffe di Bush quando usò il termine "crociata", l'abuso dell'espressione "esportazione della democrazia", la dichiarazione prematura della vittoria in Iraq - per passare poi a quelli politici in Iraq – la carta Chalabi, lo scioglimento dell'esercito, l'epurazione del Baath, la mancata creazione immediata di un governo locale ecc. – fino ai due errori, se così li possiamo chiamare, rappresentati dalle conduzioni politico militari delle campagne in Afghanistan, ma dove era la Nato?, e in Iraq, dove ci sono voluti qualcosa come, nel primo caso, otto anni, nel secondo quattro per intraprendere un'azione efficace.

Ma il limite più grave, e forse incorreggibile, nonchè inevitabile, è rappresentato dall'incapacità da parte di una democrazia del XXI di sobbarcarsi impegni neocoloniali, eppure necessari per fermare alcune derive a cui comunque la comunità internazionale deve rispondere ma è incapace di farlo in modo orchestrato.

Rimane l'incognita scita. Dopo l'11 settembre, il panorama del Grande Medio Oriente appare fortemente mutato con l'Iran nucleare degli Ayatollah finalmente liberato dalle minacce di Saddam e dei talebani, entrambi acerrimi nemici degli sciti, e con a Baghdad un governo amico anche se non servo. Era previsto?